Vi spiego perché il calcio di oggi ha bisogno di Wanda Nara e mamma Zaniolo

Il maschilismo di ritorno del “fatele tacere” è il solo il corollario stupido di una guerra persa: mai le donne sono state così pubblicamente protagoniste, così decisioniste, così determinate e determinanti. La serie A “per soli uomini”, se mai è esistita, non può esistere più. Il commento di Luca Telese

Di Luca Telese
Pubblicato il 23 Feb. 2019 alle 12:49 Aggiornato il 23 Feb. 2019 alle 12:54
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Immagine di copertina
Francesca Costa e Wanda Nara, rispettivamente madre del romanista Nicolò Zaniolo e moglie dell'interista Mauro Icardi

Sono “wandiano”, nel senso di Wanda Nara. E sono “zaniolista”, nel senso di Francesca Costa, mamma vamp di Niccoló Zaniolo. E lo sono perché la storia di questi giorni parte dal calcio, ma non riguarda più solo il calcio, è una postilla alla tormentata storia del costume di questo paese.

Prima domanda da farsi, dunque, non solo per gli addetti ai lavori: perché le donne dei giocatori stanno terremotando la fragilissima architettura del mondo del pallone? Amori e umori corrodono come non mai il nucleo madre del cosiddetto business system, sgretolano i precetti più antichi, inondano i giornali e il web di pettegolezzi caustici.

Seconda domanda: se Icardi non gioca anche stavolta, il bollettino medico del ginocchio più osservato della serie A italiana diventa nuovamente elemento di psicodramma, e le parole di Wanda Nara a Tiki Taka, domenica sera, faranno tremare anche il titolo di borsa della società nerazzurra. Non è il prodotto di qualche perfida cattiveria, ma un fatto inevitabile, come il sole o la pioggia.

Terza domanda: il moto di reazione alle donne che si prendono la scena, anche se non lo dice praticamente nessuno (perché nelle abitudini del vecchio mondo del calcio contano i rapporti di forza, molto più che i principi), ha prodotto delle reazioni bigotte e ridicole.

Uomini contro donne, armati di parole d’ordine stupendamente paritarie del tipo: “Vai a fare il tuo lavoro in cucina”, o “Non parlate di calcio, femmine, che voi non nei capite un tubo”. Cult. Sono state le frasi di Collovati (sua moglie domenica va da Giletti e se continua com’è andata fino ad ora potrebbe saltare un’altra coppia) e persino di Costacurta si è calato nei panni del gendarme per combattere nella più grossolana guerra dei sessi.

Quindi il reality di Maurito rischia di finire con un puerile processo alla “strega”: il coro dei neroazzurristi diversamente collocati nei media e nelle stanze del potere si mette a tuonare contro la femmina impura, e si mettono in conto a Wanda gli insuccessi calcistici e la presunta “perdita dell’innocenza” del club. Fesserie.

L’Inter non ha perso l’innocenza sul caso Icardi, e i primi a saperlo sono i suoi rassegnati tifosi. E Icardi – piaccia o meno – fa il bullo non da questa stagione ma da sempre.

Quanto a Wanda, dava scandalo anche da ragazzina, era così scaltra da essere una ex di Maradona a vent’anni, e fu a causa sua che “El pibe de oro” disse di Icardi (per via del tradimento ai danni dell’ex marito di Wanda, Maxi Lopez): “Ai miei tempi uni così non usciva dagli spogliatoi in piedi”.

Ma quando Maurito segnava venti goal all’anno non ricordo grida di dolore per il povero Maxi, costretto a non stringere la mano al suo nuovo compagno della moglie in un drammatico Sampdoria-Inter, la stessa partita in cui Maurito segnó fuori casa e Maxi per l’emozione sbagliò un rigore e si ritrovò un paio di corna mostrate dall’ex compagno (ed elegantemente immortalate su Twitter).

Siamo dalle parti del melodramma. All’epoca i puritani del calcio che oggi sono mobilitati nella guerra santa tacevano. E Wanda (la reietta di oggi) non veniva invitata a restare fuori dallo spogliatoio, ma a discutere i contratti con i presidenti, accolta a Corte come una ambasciatrice del Re di Francia.

Quando nella sua autobiografia il capitano raccontò che voleva mandare dai tifosi che lo avevano contestato i peggiori delinquenti delle periferie che aveva abitato da bambino, a nessuno venne la pensata di degradarlo.

Ecco perché questa storia ci racconta del nostro mondo fragile e terremotato. E qui si passa a “mamma Zaniolo”, su cui da mesi i tifosi giallorossi si dividono, tra i libertari e i bacchettoni che protestano per i suoi selfie piacimi su Twitter.

Questa mamma-ragazza ama mostrarsi sui social (non c’è nulla di male, sono affari suoi) e non fingere di essere una monaca di clausura. E qualche genio ne trae la conseguenza che tutto ciò è inopportuno perché il ragazzo potrebbe “distrarsi”.

A nulla vale nemmeno la prova della Champions, dove Zaniolo malgrado questo presunto stress realizza – non ancora ventenne – la sua prima doppietta (fissando addirittura un record). Macché: l’ottima Francesca non parla dello spogliatoio, non esprime giudizi calcistici, posta soltanto le proprie foto esibendo se stessa, e questo basta per turbare i sonni dei dirigenti romanisti, che le chiedono di osservare castissima prudenza sul profilo Instagram.

Era bastato che Francesca annunciasse l’intenzione di partecipare a un reality (poi ritrattata) per far intervenire gli uffici stampa e le moral suasion societarie. E domenica è diventata addirittura un caso giornalistico, con tanto di scuse, l’intervista in Smart alle Iene.

Nicolò De Devitiis, autore del pezzo, ha diffuso addirittura una precisazione (“Non era una intervista voluta”) e chiesto pubblicamente scusa. La mitica Francesca ha posato per un selfie riabilitativo e si è persino commossa. Una Iena ravveduta per quattro battute innocenti da un finestrino di una macchina non si era davvero mai vista.

Così andiamo al cuore di questa vicenda, se se ne può trarre una morale: le donne del calcio (e non solo quelle) hanno pesato più dei manager, in questi anni, anche quando non si chiudevano negli uffici a scrivere contratti. E questo è accaduto sia quando gli epiloghi sono stati pessimi sia quando sono stati lieti.

A Roma – per dire – vengono festeggiate come come regine la signora Manolas e la signora Dzeko. La prima, la bella Niki Prevezanou, moglie del più veloce difensore giallorosso, ha bloccato due trasferimenti in tre anni con i suoi “niet!”. Era addirittura fatta, per Manolas allo Zenit Sanpietroburgo, quando Niki aveva fatto saltare il contratto con un evidente pretesto (“O il pagamento è in dollari o nulla da fare”) pur di non abbandonare la città in cui si sentiva accolta.

E poi c’è la rocciosa fata Amra Silajdzic, 33 anni (un tempo modella oggi imprenditrice), che bloccó il frettoloso trasferimento al Chelsea di Dzeko a gennaio del 2018: “La nostra casa è Roma. È molto più vicina rispetto a Los Angeles, e questo mi aiuta per tutti i nuovi progetti che mi legano alla Bosnia”. Ironia della sorte Dzeko da quel momento in poi segnò molto: soprattutto in Champions e tutti convennero che la società se non si fosse messo di mezzo questa moglie avrebbe fatto un pessimo affare.

Ma quante sono in Italia – e in tutti i mestieri – le donne che oggi riscrivono le mappe, aggiustano le carriere, salvano i mariti, spesso accecati dai vantaggi immediati, e privi di capacità di capire le prospettive a lungo termine? In questo racconto complesso, il calcio è solo parte di una storia più grande.

Mai le donne sono state così pubblicamente protagoniste, così decisioniste, così determinate e determinanti. Wanda è solo l’ultima delle “wags”, di certo è la più appariscente. Quello che l’ha fregata è lo specchio ustorio del piccolo schermo, la lente di ingrandimento di Tiki Taka che ha trasformato in proiettili le sue parole e i suoi tweet.

Ma se ci pensate non ci sono molte differenze con il caso di Elisa Isoardi, che pensava di poter dettare la linea alla Lega con un ferro da stiro in un post, e che usava la gallery del suo telefono come un’arma emotiva nel giorno della sua separazione. In quello scatto così tanto discusso era “il sesso sottointeso” il messaggio più difficile da digerire. Lui dorme beato dopo le coccole, e lei ammicca con sguardo sornione in camera. L’avrei lasciata anche io, di corsa. E non perché in quella iconografia era e appariva dominante rispetto al ministro addormentato. Ma perché – quella sì, al contrario di tutti gli altri casi di cui stiamo parlando – appariva come la rottura di un patto di fiducia.

Luciano Spalletti impazzì di dispetto quando Ilary Blasi, in una celebre intervista a La Gazzetta dello Sport lo definì un piccolo uomo, per il modo in cui aveva trattato suo marito Francesco Totti. Il Mister volle fare lo spiritoso e si presentò alla festa del capitano con un 45 giri con lo stesso titolo (e intanto si vendicava confinando in Capitano in panchina.

Però non era colpa della donna dello scandalo Ilary (si è scoperto quest’anno con l’autobiografia del numero 10) se “il pelato” soffriva il carisma del Capitano, come Salieri con Mozart.

Wanda Nara, in quella spumeggiante tribuna di contaminazione che è Tiki Taka, diventa deflagrante perché è la tv che fa saltare i parametri. Immaginatevi domenica prossima il multilinguistico vertice dell’Inter che si riunisce per commentare in diretta nella chattina dei capoccia e per prendere contromisure.

Suscitarono non meno sdegno le parole di un’altra (bella) donna, Francesca Brienza, ai tempi dell’esonero del suo compagno Rudi Garcia: Francesca, bella e intelligente, perse prima la condizione e poi il lavoro per un post su Facebook (che non era nemmeno suo).

E fecero perdere la trebisonda a Sinisa Mihailovic persino le esternazioni di una donna proverbialmente abilissima come Melissa Satta, che diede un preavviso di sfratto al tecnico rossonero (“Brocchi riporterà serenità nello spogliatoio del Milan”), mettendo in difficoltà il marito Kevin Prince Bosteng. Apriti cielo! Il serbo di ferro rese il guanto di sfida a Striscia la Notizia: “Le donne non dovrebbero mai parlare di calcio perché non sono adatte”. Sobrio.

In politica abbiamo avuto un deputato del M5s, Massimo Felice De Rosa, che urlava in Parlamento alle colleghe del Pd: “Siete qui perché sono stati fatti troppi pompini!”. E una famosa querelle tra Sabina Guzzanti e Mara Carfagna, fu vinta in tribunale dalla vicepresidente della Camera per aver ricevuto una analoga accusa durante una manifestazione a piazza. La Guzzanti fu costretta a pagare 40mila euro di risarcimento, passando alla storia come la prima donna ad aver fatto una battuta sessista.

Il problema, dunque è molte più complesso di quello che non sembri, e il primo giudizio suggerito dal senso comune è totalmente sbagliato. Il problema non è che le donne si occupino di calcio o parlino di tattica. Mentre l’impressione che queste moderne Erinni dominino il dibattito e la scena non è dovuta ad uno sconfinamento improprio. Sono LE società di calcio del terzo millennio, esattamente come La società italiana del terzo millennio, il problema.

I presidenti della vecchia generazione – da Moratti a Berlusconi – nel bene o nel male avevano tutti una caratteristica comune indiscutibile: erano padri, padroni e paternalisti, avevano sempre un orecchio in ogni angolo dei centri sportivi. Sono invece le catene gerarchiche incerte delle società del nuovo tempo che non riescono a controllare più nulla. Non hanno carisma, non hanno notizie, hanno ambizioni industriali ma non hanno presa reale.

Le società acquisite da capitali stranieri hanno dirigenti che non parlano la lingua dei loro giocatori. E l’autoritarismo burocratico è molto più inefficiente del paternalismo buonista che un temp faceva girare gli apparati.

Per questo il maschilismo di ritorno del “fatele tacere” è il solo il corollario stupido di una guerra persa. Le parole d’ordine che eccitano i maschi Alfa al grido “Impediamo alle femmine di occuparsi di calcio” sono risibili e disarmanti. La serie A “per soli uomini”, se mai è esistita, non può esistere più perché il mondo va avanti e nessuno può gridare “non sono d’accordo, voglio scendere”.

La forza del neo-familismo carismatico delle mogli-erinni armate di giarrettiera e valigetta da manager non è la causa del disagio, ma la risposta al disagio. In una società in cui non ci sono più padri, maestri e precettori, le donne restano l’ultima certezza. Non sono le Wanda e le Zaniole che corrompono il talento degli eroi bamboccioni, ma forse è l’esatto contrario: sono loro l’unico antidoto allo smarrimento degli eterni adolescenti milionari e multi-tatuati, che dietro la maschera del guerriero celano le fragilità emotive del bambino cresciuto troppo in fretta.

Nel tempo in cui un ministro si porta in ufficio un mental coach sembra così strano che un marito calciatore si consigli con la moglie sul suo contratto? Siamo tutti Wanda, dunque, almeno finché non si trova una alternativa altrettanto credibile. Che però non dipende dalla misura del reggiseno di chi la incarna, ma dal carisma che può esercitare.

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