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Ricordando Gianni Mura

Di Simone Gambino
Pubblicato il 21 Mar. 2020 alle 16:48 Aggiornato il 21 Mar. 2020 alle 16:51
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Immagine di copertina

Imponente nel fisico ma ancor più nella statura morale, produceva perle di saggezza da quelli che, scritti da altri, sarebbero state solo banali cronache sportive. I suoi pensieri, ancor più che cattivi, erano sempre centrati. Con Gianni Mura, stroncato oggi da un infarto a Senigallia, scompare uno degli ultimi cantori dello sport epico e pre – tecnologico.

Entrato in Gazzetta dello Sport giovanissimo, fu identificato per il suo prorompente talento da Gualtiero Zanetti, direttore della rosea all’epoca, che già nel 1965 lo volle, poco più che ventenne, inviato al Giro d’Italia. La sua carriera poi si sviluppò attraverso Il Corriere d’Informazione, Epoca e L’Occhio, prima di approdare nel 1976, in occasione delle Olimpiadi di Montreal, a La Repubblica, di cui diventò redattore in pianta stabile nel 1983.

Negli anni, la sua crescita professionale lo ha portato ad affiancare l’amore per la gastronomia alla sua attività di cronista sportivo. Logica conseguenza di questo connubio è stato la sua predilezione per il Tour de France che cominciò a seguire regolarmente negli anni ’90. Alla Grande Boucle sono legati i ricordi delle sue narrazioni più belle legate ai soprannomi da lui attribuiti ai due corridori italiani dominanti a quel tempo: Gianni “Vedremo” Bugno ed “Il Fossile” Marco Pantani. Sempre dalla sua esperienza al Tour sono scaturiti i suoi due libri: “Giallo sul giallo”, un noir semiserio intriso d’ironia, e “La fiamma rossa. Storie e strade dei miei Tour”, una raccolta dei suoi pezzi migliori scritti in terra di Francia.

Tornò finalmente nel 2010 al suo antico amore, il Giro d’Italia. Fu un rientro atipico. Infatti, Mura non commentò quel Giro per la carta stampata ma apparve come opinionista fisso del Processo alla Tappa. Riluttante fino all’estremo ad apparire in tv, in quanto non ne riteneva i tempi consoni al suo stile, aveva ceduto, dopo molte insistenze, alle lusinghe di Auro Bulbarelli che lo volle in tandem con Beppe Conti per animare il dopo corsa. Dette il suo meglio ma il format video, soprattutto i ritmi sincopati del Processo, mal si adattavano alle sue elaborazioni poetiche. Lo ricordo seduto accanto a me, dopo una tappa a Brescia arrivata in forte ritardo. Prima dell’inizio della trasmissione, la conduttrice Alessandra De Stefano, fuori onda, ci chiese di essere sintetici. Si raccomandò, in particolare con lui. Per tutta risposta, Gianni Mura, per l’intera durata del programma, si limitò a risponderle a monosillabi.

Conservo un bellissimo ricordo dei pochi momenti trascorsi con lui. Ci conoscemmo ad un ristorante a Cava de’ Tirreni in uno di quei lunghi momenti d’attesa in cui i giornalisti si trovano davanti ad un tavolo ad ammazzare il tempo in attesa della corsa. Con mia grande sorpresa, ma anche divertito piacere, mi chiese se fossi figlio di Cataldo, mezzala del Foggia di Oronzo Pugliese negli anni ’60, e non di Antonio, suo antico collega. Passammo poi ad un confronto sui grandi ristoranti di Francia. Ovviamente, la mia conoscenza culinaria era minuscola rispetto alla sua. Trovammo una convergenza sulla Borgogna condividendo le reciproche esperienze alla Hostellerie de la Poste di Avallon dove avevamo gustato, in tempi diversi, fois gras ed escargots in quantità eccessive.

Senza di lui, il ciclismo avrà decisamente un sapore più sciapo.

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