Germano Lanzoni a TPI: “Racconto il lockdown con la mia ironia da inguaribile giullare”

Il "comunicatore contemporaneo" presenta il suo primo libro, "La terra dei pirla", nel quale ripercorre l'esperienza della quarantena milanese da un punto di vista molto particolare e con una finalità benefica: le vendite aiuteranno il Fondo di Mutuo Soccorso del Comune

Di Lorenzo Zacchetti
Pubblicato il 27 Lug. 2020 alle 08:14 Aggiornato il 27 Lug. 2020 alle 13:43
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Immagine di copertina

In una giornata nella quale Milano è costretta a fare i conti con i danni del maltempo, come se quelli del Covid non fossero bastati, solo una telefonata a Germano Lanzoni è in grado di riportare immediatamente il buon umore: “Ho scoperto perché il quartiere Isola si chiama così. Effettivamente, è circondato dalle acque”. Su LinkedIn si definisce “comunicatore contemporaneo”, termine che efficacemente racchiude i vari aspetti di una personalità molto eclettica. Il grande pubblico lo conosce soprattutto come attore, protagonista dei fortunati video de “Il milanese imbruttito”, o come speaker ufficiale del Milan, visto che da anni accompagna l’annuncio delle formazioni e i gol della sua squadra del cuore con la sua inconfondibile voce. Germano Lanzoni è questo e molto altro. E adesso anche scrittore, visto che martedì 28 luglio alle 19.30 è in programma allo Spirit de Milan la presentazione del suo primo libro: “La terra dei pirla”, edito da BUR Rizzoli.

Una delle illustrazioni che arricchiscono “La terra dei pirla”

Ti senti pronto per il debutto ufficiale in questa nuova veste?

“Sì. Il libro è stato scritto in un contesto atipico, con tutta la famiglia intorno, e avendocela ancora adesso non ho il tempo di avere alcun tipo di ansia per il lancio! Da qui a martedì, ci saranno sicuramente un sacco di cose a cui pensare”.

Come è nata l’idea di scrivere un libro?

“Con i miei collaboratori ci stavamo pensando da un po’, visto che da qualche anno faccio delle conferenze sull’utilizzo della comicità e dell’ironia in modo consapevole, con anche dei riferimenti filosofici… dei pipponi pazzeschi, che poi non so mai fino a che punto arrivino alla gente! Quando è arrivata la proposta da parte di BUR Rizzoli di scrivere questo libro l’orientamento era più o meno questo: ‘Ci piacerebbe che tu ci raccontassi questo periodo con una comicità non banale, profonda, intelligente’. Insomma… a ogni termine aumentava l’aspettativa! Era come se avessi cominciato il campionato per salvarmi e poi mi avessero chiesto di entrare in Champions League!”

Una bella sfida professionale, no?

“Sì, anche perché io ho sempre lavorato così: cercando di diventare bravo nelle discipline che scelgo per esprimermi, più che diventare famoso per quello che faccio. È un percorso che sto ancora facendo e che è fatto di studio, formazione e opportunità: quando se ne presenta una, bisogna prenderla. Ho tuttora un grande senso di inadeguatezza: ieri sono entrato in una libreria ed essere avvolto da tutte quelle pagine piene di pensieri mi ha fatto riflettere. Però spero sempre di fare cose che mi sorprendono e non rimanere sempre fermo nella mia comfort zone. D’altronde nemmeno quando ho iniziato a fare i video pensavo che sarebbero diventati il mio core. Scrivere è sperimentazione e ho avuto la fortuna di farlo col mio team: la HBE, Human Business Entertainment (buttare inglesismi a caz*o è ormai diventato normale, rubo idee agli imbruttiti!), oggi ha circa 24/25 collaboratori che ruotano intorno ai miei progetti, tra attori, filmmaker, venditori, i ragazzi del social, ecc”.

L’ironia ti aiuta ad affrontare le sfide nuove?

“È un gioco, ma fatto con onestà: non mi sono nemmeno avvicinato all’idea di scrivere un romanzo, non saprei farlo, ma scrivo spettacoli ormai da molto tempo e l’idea di raccontare quello che mi stava capitando mi piaceva molto. È anche una forma di risparmio sullo psicologo: tu dici le tue cose alla gente, loro ridono e tu risparmi 70 euro! È una mindfullness molto casalinga. In questo caso la mia esperienza è servita per raccontare cose comune a tutti: ti tolgono quello che ti sembrava fondamentale, ti accorgi che la tua attività è qualcosa di superfluo e… aspetti! La leggerezza mi è servita, come mi serve nella mia vita, e la mia donna paga dazio. Il libro infatti è dedicato a lei, perché come le mogli di tutti i nostri amici comici fa una vita tristissima: vive il lato bonario, ma anche l’altra faccia della medaglia. Oltretutto lei è austriaca. E fa la danzatrice. Questo significa vivere con un ordine, un protocollo preciso da seguire. Figurati come la prende quando, nel bel mezzo di un litigio, le dico: «Scusa un attimo, questa me la segno per lo spettacolo»!”.

Beh, di fronte a un artista come te non posso che citare Woody Allen: immagino che le venga voglia di invadere la Polonia…

“Esatto! Però la identifica nella piazza che ho in testa, sempre più incipiente, e cerca di colpirla con dei missili intelligenti Perchè la donna non lascia tracce, come è giusto che sia. Siamo noi i pirla…”

A proposito, come hai scelto il titolo?

“Per diversi motivi. Il primo è che io mi autodefinisco pirla, nel senso più nobile del termine: quello di trottola che gira su se stessa. Una sorta di serendipity pirlesca, nel percorso circolare. Una totale fiducia ad minchiam nel tuo percorso, quale che esso sia, cercando di mantenere l’onestà e la coerenza per non smettere di girare. Siccome il mio compito è quello di cogliere l’incongruenza tra l’ideale e il reale (perché è lì il terreno fertile per noi osservatori ironici), è bello mettersi ogni tanto sotto esame. E quando lo faccio, vedo il lato pirla di me, che spesso si annidia nelle abitudini quotidiane. In un’altra accezione, il pirla è colui che fa quello che non bisognerebbe fare. In un contesto del genere ci stati casi eclatanti, talvolta anche tragici. Nel libro scrivo che «il pirla non ha confini», perchè la terra dei pirla non è Milano: è la Terra. Io vivo a Brusuglio, frazione di Cormano, che si trova esattamente sotto la tangenziale, al confine con la Giargiània: il personaggio del Signor Imbruttito vive in Area C, l’attore dove può. Dal mio roof non vedo le torri intorno a Piazza Gae Aulenti, perchè si sono davanti gli alberi del Parco Nord, ma vedo i tre grattacieli di City Life, che ho ribattezzato i tre ‘grattacù’. Per me rappresentano la città. La città che sa, la città che fa e la città che pirla, ovvero: ‘el ciod’ (il chiodo), ‘el barzòtt’ (il cotto a metà, piegato in avanti) e il pirla, perchè gira su se stesso”.

I tre grattacieli di City Life vengono ribattezzati “gratacù”

Il grande successo dei video de “Il milanese imbruttito” fa sì che il grande pubblico tenda a identificarti con il personaggio che interpreti. Io ho avuto modo di conoscere anche altri aspetti della tua personalità, ma probabilmente con questo libro è la prima volta che li presenti apertamente. Sbaglio?

“L’ho già sperimentato, ma in effetti è la prima volta che lo faccio su carta, quindi fermando un pensiero che non è quello dominante agli occhi del pubblico. Tra le tre impronte che lasciamo – persona, mestiere e personaggio (o ruolo) – la gente spesso ti identifica per il tuo personaggio che arriva di più, perché non ha il tempo o l’interesse di vedere la persona e le competenze che ci stanno dietro. Questo vale dall’esterno, ma non dall’interno: io devo arrivare al personaggio attraverso le competenze che sostengono la persona. Grazie mio teatro-canzone e nel mio cabaret milanese ho la possibilità di far ridere, ma poi anche di suggerire anche una riflessione che vada al di là delle mie urla quando segna il Milan o dello slogan ‘F&F, figa e fatturato’. Sono cose che mi appartengono, ma che grazie a Dio non rappresentano la totalità del mio essere. Nel caso del Signor Imbruttito, poi, sono l’attore che interpreta un personaggio scritto da altri. Se vieni a vedere un mio spettacolo, il mio compito è farti ridere, mentre nel percorso del libro, anche grazie alla collaborazione con Giovanna Donnini (il mio angelo custode di questo viaggio) sono riuscito a raccontare il lockdown da un punto di vista particolare. E meno male che l’ho fatto nei tempi prestabiliti, perché il 4 maggio, quando sono uscito di casa per la prima volta, è come se tutta quell’esperienza si fosse resettata. E questo chiude il cerchio con il titolo, perché in effetti appena fuori di casa abbiamo ripreso a vedere i pirla in giro…”.

Bello lo smartworking, ma se si è in troppi…

Quale aspetto dell’esperienza del lockdown ti ha toccato maggiormente?

“La possibilità di ridefinire le priorità. Prima facevo tre eventi al giorno e tornare a casa era come fare il pit stop per una macchina di Formula 1, senza mai riflettere troppo su quello che stavo facendo e perché. Il lockdown ci ha costretto a rivedere le priorità: la vita è davvero la più grande esperienza temporale (e spesso anche sotto un temporale, visto che il tempo che fa a Milano). Stare 90 giorni di seguito con le mie figlie mi ha fatto capire quanto siano cresciute e che non sono più delle bambine. Lo stesso riguarda la mia compagna e anche il mio lavoro: ho capito che è giunto il momento di alzare nuovamente la qualità di quello che faccio. Io sono di scuola Marvel: come dice l’Uomo Ragno, ‘più alto è il potere, più alta è la tua responsabilità’. E così, più cresce la mia visibilità, maggiore dev’essere l’attenzione che do ai miei testi e alla qualità del lavoro”.

Come mai hai scelto di donare i proventi del libro al Fondo Mutuo Soccorso del Comune di Milano?

“Avevo l’esigenza di fare un’operazione concreta. Rizzoli mi chiedeva un lavoro sul pensiero, pensando che fossi un soggetto idoneo, e al contempo la leggerezza doveva essere compensata da una profondità di gesto. Non è soltanto un’esaltazione di una visione della realtà, ma una responsabilità del periodo storico. La mia partecipazione nei confronti di Milano è totale, ma poteva essere anche l’Ospedale Sacco o qualunque altra struttura che potesse ripagare chi ha dato tantissimo durante il periodo più duro. Lo trovo molto coerente: accetto la leggerezza di quanto stiamo facendo, ma non ne dimentico la profondità. Cerco di nobilitare la mia professione, che è quella del giullare. L’espressione ‘inguaribile giullare’ nel sottotitolo non è casuale: oggi i giullari non si esibiscono più nelle corti dei nobili, ma nelle convention aziendali, che sono le corti moderne. È lì che gli artisti vengono chiamati a far ridere. Io vivo di quello, più che di teatro e cinema. Vivo di video sulla Rete e poi vado di corte in corte a fare il giullare. Mi sento molto più vicino a un giullare del Quattrocento, che a un comico della televisione. Anche per questo trascorrere 90 serate consecutive in casa, senza andare su un palco, è stato davvero strano: non mi capitava dal 1987. Da quella prima sera sul palco ho iniziato ad assaporare adrenalna pura a ogni spettacolo. Credo che, se l’avessi raccontata così, a Piacenza avrebbero venduto spettacoli, invece che spacciare altre cose!”.

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