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Catherine Spaak a TPI: “Quella volta che io e Gigi sfondammo un tetto sul set di Febbre da Cavallo”

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Intervista all'attrice francese naturalizzata italiana: "Vorrei lanciare un appello a tutti i componenti dello spettacolo per fare una raccolta di fondi per aiutare i colleghi che si trovano in enormi difficoltà economiche"

Catherine Spaak a TPI: “Quella volta che io e Gigi sfondammo un tetto sul set di Febbre da Cavallo”

“Tutti ricordano solo Febbre da cavallo di Steno, del ’76, ma insieme abbiamo fatto due film: prima ci fu La Matriarca, di Pasquale Festa Campanile”.  Catherine Spaak si illumina quando le fai il nome di Gigi Proietti, il talento assoluto dello spettacolo italiano che ci ha lasciato stanotte dopo l’ultima mandrakata: arrivare a compiere esattamente 80 anni.

Catherine, com’era Proietti?

“Gigi era esattamente la stessa persona, sul set e quando lo incontravi nella vita. Gentile, educato, istrione, travolgente, un attore irripetibile con tutte le qualità possibili dell’attore. In genere anche ai più grandi manca sempre qualcosa, invece lui poteva giocare su tutti i registri. Perfetto”.

Un unicum, lo possiamo dire.

“Unico e irresistibile. Ho visto anche più di una volta tutti i suoi show teatrali, da “A me gli occhi, please!”, nel tendone in giro per l’Italia, sino a quelli all’aperto all’Auditorium. Era la risata intelligente. Mai volgare o eccessivo anche se a volte quel che faceva o diceva poteva sembrarlo. Con quello humour romano adorabile”.

Un ricordo dal set di Febbre da cavallo.

“Abbiamo sfondato il tetto della casa in cui giravamo il film, vicino a Piazza Venezia. C’era una scena in cui gli tiravo piatti a non finire, in cui litigavamo. Cercavo di non colpirlo davvero, ma a volte succedeva. I piatti a un certo punto sono volati un po’ troppo in alto, siamo saliti entrambi sul tetto e lì saltavamo come furie. A un certo punto con una testata lui ha sfondato il sottotetto facendo un buco. Abbiamo riso come pazzi e ci siamo divertiti da morire, ma non si fece male”.

Lei aveva il ruolo di Gabriella…

“Sì, la sua fidanzata barista che gioca i numeri che gli aveva chiesto di giocare. Lui non li gioca, lei prudentemente sì, dunque vince la scommessa ai cavalli. Mi chiamava passerottino”.

Febbre da cavallo partì debole al botteghino per poi diventare una commedia oggetto di culto tra i cinefili. Come se lo spiega?

“Girandolo non avremmo mai immaginato niente di simile. Penso sia stato il tam tam successivo, il tema del gioco e le messe in onda anche sulle tv regionali; e poi il grande cast – c’erano anche Mario Carotenuto, Montesano, Adolfo Celi – che lo animava e la musica divertente della colonna sonora. Non la trascurerei affatto”.

Immortale. La scrissero Franco Bixio con Fabio Frizzi (il fratello di Fabrizio) e Vince Tempera.

“È il film di riferimento dei tassinari romani: io non posso prendere un taxi a Roma senza che venga ampiamente rievocata la Mandrakata, con tanto di verso di Mandrake”.

Che dire invece del vostro primo lavoro insieme, La Matriarca, che è del ’68?

“Era la storia di una signora che diventata vedova si scatena sessualmente e dà i voti ai suoi amanti. Gigi era uno di questi. Credo fosse anche uno tra i primi film suoi. Pur non avendo un ruolo principale, era già noto a teatro. Senta, posso chiederle un favore?”.

Dica pure.

“Vorrei lanciare un appello a tutti i componenti dello spettacolo per fare una colletta, una raccolta di fondi, per aiutare i colleghi che si trovano in enormi difficoltà economiche. Chiedere a più fortunati o a quelli in pensione con una disponibilità economica sufficiente di dare qualcosa ai compagni allo stremo. Mi rivolgo anche al Ministro Franceschini. Serve un referente, aprire un conto corrente e coinvolgere tutti noi attori. Posso farmi anche da tramite, se occorre. Credo che oggi che è mancato Gigi, e anche a nome suo, sia il arrivato il momento giusto per sollecitare tutti noi a contribuire. Credo che anche lui avrebbe gradito”.

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