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Non scambiamo per libertà una scelta avvenuta in prigionia

Silvia Romano ha passato 18 mesi privata forzatamente della sua libertà. Qualsiasi cosa abbia scelto in questo periodo non può passare per una scelta libera, e noi tutti dobbiamo avere pudore prima di giudicare

Di Stefano Mentana
Pubblicato il 11 Mag. 2020 alle 17:55
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Immagine di copertina
ANSA / FABIO FRUSTACI

Nessuno di noi per propria fortuna può sapere cosa abbia passato Silvia Romano durante la sua prigionia, cosa le abbia fatto maturare la scelta di convertirsi alla religione islamica, quanto ciò sia stato un percorso personale. Allo stesso modo, non sappiamo quanto abbia influito sulla sua decisione il dominio pieno e incontrollato esercitato dai suoi rapitori. Non possiamo saperlo, e come ha detto un gigante del giornalismo come Domenico Quirico, anche lui vittima di un lungo e drammatico rapimento, di fronte a un fatto del genere siamo obbligati al pudore.

In un mondo, quello di oggi, dove troppo spesso si odia, si attacca, si insulta e si giudica troppo spesso per tifo politico da stadio e senza avere sufficienti elementi per sparare sentenze, questo atteggiamento non si ferma neanche di fronte alla sofferenza di una persona.  La povera Silvia Romano non è più una ragazza tornata alla libertà dopo un anno e mezzo di prigionia nelle mani di un gruppo che in Somalia ogni giorno uccide, rapisce, lancia attacchi e mina la stabilità della regione, ma a seconda del proprio schieramento è una traditrice o un inno alla libertà religiosa, quasi facendoci dimenticare che è prima di tutto una persona.

L’Italia è fortunatamente un Paese libero, che ci permette di scegliere di che religione essere, che idea politica sostenere, che libri leggere e che organi di informazione seguire. Al Shabaab, però, non è questo. Come abbiamo detto, è un gruppo che uccide, rapisce, lancia attacchi contro chi non si vuole piegare alla sua ideologia. Ed enfatizzare la libertà di una scelta avvenuta mentre si è prigionieri di un gruppo del genere, rischia di trasformarsi indirettamente in una forma di propaganda per Al Shabaab.

Un rapimento è una privazione violenta della libertà, e chi è rapito, per quanto possa essere trattato in maniera umana, non è libero, e quali siano le scelte che compie non possono essere oggetto di giudizi spietati a posteriori. Chi subisce quello che Aldo Moro ha definito “un dominio pieno e incontrollato”, non può per forza di cose compiere le scelte che può fare chi vive in un Paese libero, e per questo, dopo la felicità di tutti per la sua liberazione, dovremmo tutti avere pudore. Ma neanche fare di quelle scelte un esempio di libertà, perché tali scelte non sono avvenute in un momento in cui quella persona era libera.

Non possiamo sapere come sia avvenuta la scelta di Silvia Romano, sicuramente non abbiamo il diritto di giudicare. Dovremmo solo avere più pudore, permettere a una donna di compiere le sue scelte ed essere contenti che sia tornata a casa, in un Paese libero.

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