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Perché rimuovere la statua di Teddy Roosevelt è doveroso, mentre abbattere le altre è un errore

Non è un monumento a Roosevelt, è un monumento alla discriminazione, travestito da tributo a Roosevelt. Il commento di Luca Telese

Di Luca Telese
Pubblicato il 23 Giu. 2020 alle 11:21 Aggiornato il 23 Giu. 2020 alle 12:51
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Immagine di copertina
La statua di Teddy Roosevelt. Credit: Nancy Kaszerman/ZUMA Wire

Questa statua fanno bene a rimuoverla. Attenzione: non le altre. Non Cristoforo Colombo. Non Gandhi. Non Churchill. Non Montanelli. Questa statua non è quello che in apparenza rappresenta: perché questo non è (solo) un monumento dedicato a Teddy Roosevelt, premio Nobel per la pace, e oggi oggetto della solita revisione all’amatriciana da parte di qualche gruppo di tifosi da stadio travestiti da difensori dei diritti civili. Questa statua va rimossa perché, come spesso accade nella storia, non è (solo) una statua a Teddy Roosevelt, ma è piuttosto un monumento alla segregazione razziale “travestito” da monumento a Teddy Roosevelt.

Quindi mi spiace per Maria Giovanna Maglie, che su Dagospia ieri ha scritto contro la nuova iconoclastia americana un articolo molto interessante, ricco di spunti, e per molti versi condivisibile, ma in questo caso non c’è nessun integralismo, nessun rito talebano: se il presidente è rappresentato come il cavaliere indomito che marcia in groppa al suo destriero seguito (a piedi) dai campioni delle razze sottomesse (che poi sarebbero i neri e gli indiani d’America), io non sto colpendo in più riformista dei conservatori americani, sto rimuovendo l’idea che si possano celebrare delle razze inferiori proprio davanti ad un edificio pubblico.

Dare a Gandhi del “fascista” è stupido, dare a Indro Montanelli del “pedofilo” è arbitrario e insensato, dare a Cristoforo a Colombo dello “schiavista” è anacronistico, dare a Churchill del “razzista” è ridicolo. Ma qui in discussione non è “Teddy”. Qui si parla dell’iconografia che prende a pretesto Teddy Roosevelt per celebrare la sottomissione dell’uomo all’uomo. Il Colosseo non è un monumento alla schiavitù, anche se ospitò degli schiavi. Il Vaticano non è un monumento all’Inquisizione, anche se ospitò degli inquisitori. Questo – invece – è un monumento alla schiavitù, anche se “ospita” l’effige di un buon presidente, che non va rimosso dal panorama della monumentalistica americana.

Il “revisionismo” è una lente deformante con cui leggere la storia, perché pretende di distorcere un luogo comune storiografico nel suo contrario: ed è sempre – dunque – una violenza contro le idee. Non la restaurazione della realtà, ma una caricatura della realtà. E quindi voglio dire che non sono per nulla d’accordo con la Boldrini e Violante, che sentono il bisogno di scalpellare l’Obelisco del Foro italico, o di abradere la scritta “Dux” dallo stadio Olimpico: in quel caso, se la scritta resta lì, è per ricordare a tutti che siamo noi i vincitori. La democrazia che può permettersi di riconvertire un mausoleo senza bisogno di sfregiarlo è più forte della dittatura e dei suoi miti di cartapesta. È bene dunque che quell’Obelisco resti dov’è, e che noi passandogli sotto, gli si possa rifilare una morigerata pernacchia (cosa che da abbonato, ogni volta che posso, non dimentico mai di fare).

Ma l’Obelisco dello stadio Olimpico può ottenere questo trattamento perché celebra un dittatore, non le sue vittime. Se il fascismo avesse voluto regalarci un monumento alla Shoah avremmo dovuto abbatterlo. La memoria di Mussolini, dopo la disfatta di Mussolini è un segno del tempo che arricchisce una città: la celebrazione apologetica dei forni, invece, sarebbe, ancora oggi, un’infamia intollerabile. Andrei subito a picconare un monumento a Mengele, o un cippo che ricordasse gli sterminatori di Marzabotto. Ma siamo più forti noi, e non abbiamo bisogno di cancellare per vincere.

Abbiamo trasformato il cancello di Auschwitz, e la sua grottesca epigrafe, in un monumento alla memoria dello sterminio. Non è un caso, dunque, che i ruoli in questo caso si siano rovesciati: sono i revisionisti (di destra) che vogliono negare quella realtà e abbattere quei simboli, che trafugano la memoria del campo di morte, sono loro che vogliono distruggere, insieme a quella memoria scomoda, le prove dello sterminio. Questo ci dice che ogni segno ha un senso, e che questo senso va interpretato senza anatemi e senza riflessi iconoclasti: sono io che voglio preservare la scritta “Arbeit Macht Frei”, perché è la prova di un violento inganno. Ed è la traccia di una stupidità rozza dei carnefici.

Ma il monumento alla segregazione travestito da Teddy Roosevelt non rientra in questa casistica, perché celebra un’offesa. È un monumento a due schiavi. In questa ricollocazione, dunque, che non è uno sfregio, non c’è nessuno stravolgimento del luogo comune storiografico su Roosevelt. C’è una riaffermazione dell’idea che la discriminazione razziale non può essere mai celebrata, né ora né mai, men che meno usando “l’alibi” di un altro soggetto coinvolto. Per questo la famiglia di Teddy – con grande intelligenza – ha dato il suo assenso alla ricollocazione, liberando l’avo dall’apologia della sottomissione. Ha fatto bene, ovviamente.

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