La storia va studiata, non cancellata. Abbattere i monumenti è pericoloso

Film cancellati, statue abbattute, personaggi storici messi nel dimenticatoio. Per combattere violenza e razzismo sta prendendo piede una tendenza iconoclasta che rischia di avere risvolti particolarmente dannosi

Di Stefano Mentana
Pubblicato il 10 Giu. 2020 alle 16:59 Aggiornato il 10 Giu. 2020 alle 17:15
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Immagine di copertina

Per evitare che la storia si ripeta andrebbe studiata, soprattutto se si hanno obiettivi nobili e si vuole cambiare la società. Tuttavia, da un po’ di tempo a questa parte, seguendo il modello della damnatio memoriae degli antichi Romani o forse quello di chi nasconde la polvere sotto il tappeto per risparmiare fatica nel rimettere in ordine, si preferisce cancellarla, o nasconderla.

Forse anche perché la storia è una materia complessa, e questa complessità nei secoli ha costruito la nostra società. Una storia di cui nel bene o nel male siamo figli. Ma in una società sempre più rapida, in cui una discussione avviene in pochi click e in cui i dubbi vengono risolti da una rapida ricerca su Google, non c’è più tempo per spiegare che i fatti avvenuti secoli fa non possono essere analizzati nel contesto di oggi.

Ed è allora così che il grande navigatore Cristoforo Colombo, accidentale scopritore dell’America, altrettanto accidentalmente diventa il simbolo di un genocidio. L’ultima opera a cadere in questa rete iconoclasta è stato un film tacciato di razzismo: non parliamo di una pellicola realizzata da un gruppuscolo di suprematisti, ma di un’opera che ha vinto la bellezza di otto premi Oscar quale Via col Vento, rimossa dalla piattaforma streaming HBO Max.

Una notizia che arriva dopo giorni di atti vandalici e rimozioni di statue a ovest e a est dell’Atlantico di persone un tempo ritenute statisti, liberatori o brillanti esponenti del loro settore e oggi ridotti a complici di genocidi, razzisti e colonialisti. Uno su tutti Winston Churchill, l’uomo che aprì gli occhi ai britannici sui rischi del nazismo e del fascismo, un merito che non ha evitato che alcuni manifestanti scrivessero “racist” sulla sua statua a Westminster.

Se andiamo a esaminare con gli elementi di oggi le vite delle persone ricordate dalle statue oggetto di proteste e atti vandalici, possiamo spesso accorgerci che non erano dei santi. Ma le loro vite vanno contestualizzate. E ricordiamo che senza Colombo il mondo sarebbe più piccolo, e senza Churchill neanche vorremmo immaginarlo. E allora, è giusto abbattere i loro monumenti? Che messaggio diamo buttando a terra la statua di un grande navigatore, deturpando quella di chi ha sconfitto il nazi-fascismo e rimuovendo da una piattaforma un film che ha fatto il pieno di Oscar?

Qualcosa si potrebbe fare, senza dare spazio a derive iconoclaste. La prima è studiare la storia, che è un ottimo modo per non ripeterla. La seconda è dare spazio anche a chi, magari per via dell’operato di quelle persone, ha sofferto e lottato e dato il proprio contributo alla storia e ai diritti di un popolo. E allora come si dedicano strade ed erigono monumenti a Colombo, ben venga farlo anche ai leader nativi americani, e al fianco di Churchill si ricordi anche chi si è battuto per l’India. Cosa succederebbe invece abbattendo tutto ciò che richiama a una discriminazione? In breve tempo ci troveremo in un deserto culturale. Centinaia di monumenti e opere d’arte verrebbero abbattuti o censurati, la tv si trasformerebbe in una scatola nera.

Proviamo a immaginare un attimo di essere a Roma, in Piazza Venezia. Di fronte a noi il Vittoriano, un monumento che celebra tra le altre cose, oltre al re Vittorio Emanuele II, la vittoria italiana nella Prima Guerra Mondiale: perché celebrare una carneficina da milioni di morti? Giriamo lo sguardo intorno a noi in senso orario: abbiamo una strada aperta durante il fascismo per celebrare il rinnovato impero, Via dei Fori, circondata da statue che ricordano imperatori romani, fautori dello schiavismo, dell’imperialismo. In fondo alla strada si vede il Colosseo, dove gli antichi assistevano a sadici giochi in cui uomini combattevano all’ultimo sangue tra di loro e contro belve selvagge, oggi magari in via d’estinzione. Continuando a girare la testa, una colonna ricorda con toni non poco imperialistici la vittoria dell’imperatore Traiano sui Daci, il popolo che abitava la Romania, mostrato in catene, sconfitto e sottomesso al cesare vittorioso. Concludendo rapidamente il giro della piazza, abbiamo un balcone da cui ben sappiamo chi si affacciava. Stando al metro di giudizio dei nuovi iconoclasti, tutto questo rischia di essere un inno all’odio, alla violenza, da distruggere o da radere al suolo e cancellare dalla nostra cultura.

E allora, se tutto ciò ci ricorda carneficine, schiavismo, imperialismo…col principio dei nuovi iconoclasti lo dovremmo distruggere, mettere da parte, nascondere. E che obiettivo raggiungeremmo così facendo? Ovviamente nessuno, perché nascondere un problema non fa sì che questo non esista. Se esistono l’odio razziale, la discriminazione sessuale, la violenza, non è per opere d’arte che in un modo o nell’altro fanno riferimento a essa, ma per problemi culturali della società che vanno risolti con l’istruzione, con l’inclusione sociale, con istituzioni che funzionino.

Se non conosciamo e raccontiamo le storie di ciò che ci circonda, rischiamo col passare del tempo di essere risucchiati in un vortice iconoclasta in cui si vede qualcosa di sbagliato ovunque, nelle statue, nelle opere d’arte, nei film. E quando le televisioni saranno solo schermi neri, i musei vuoti, le strade prive di nome e le piazze prive di monumenti, saremo migliori? Saremo più tolleranti? Sapremo vivere insieme? No, semplicemente non saremo più nessuno, privati di una storia e di un’identità. Non cancelliamo la storia, studiamola, conosciamola, contestualizziamola, perché con tutte le sue sfaccettature è ciò grazie a cui la nostra società e la nostra cultura sono ciò che sono e che vorremmo che siano.

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