Dire No alle trivelle costerebbe allo Stato quanto il reddito di cittadinanza

Di TPI
Pubblicato il 6 Feb. 2019 alle 13:32 Aggiornato il 6 Feb. 2019 alle 13:36
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Immagine di copertina

Il caso trivelle non sta solo dividendo la maggioranza di governo, ma rischia anche di trasformarsi in un ingente danno economico per il paese.

Con l’approvazione del decreto Semplificazioni (passato all’esame delle Camere) entrerà infatti in vigore un emendamento che interviene proprio sule trivelle e che, pur salvando le concessioni esistenti, prevede una moratoria di 18 mesi sui nuovi piani di ricerca.

La sospensione potrebbe estendersi per due anni, causando un danno alle aziende che hanno investito nella ricerca di idrocarburi nelle acque italiane a causa del ritardo. Le stesse imprese tra l’altro rischiano di perdere del tutto la concessione.

In molti hanno già promesso di avviare delle cause legali contro il Ministero dello sviluppo economico sulla base del danno emergente e del lucro cessante. Gli investitori quindi potrebbero chiedere il pagamento dei danni derivanti dalla perdita legata agli investimenti e alle spese già sostenute, così come la mancata realizzazione dei profitti derivanti dallo sfruttamento degli eventuali giacimenti scoperti.

Le aziende hanno previsto dei danni emergenti molto più alti di quelli stimati dal governo sulla base di prezzi non più aggiornati e lo stesso vale per il lucro cessante se si scoprisse che i giacimenti bloccati hanno riserve di gas più rilevanti di quanto si pensava.

Ad oggi, il Ministero stima di dover pagare un massimo di 470 milioni di euro alle aziende per i danni emergenti, ma secondo quanto spiegato da La Stampa  il conto potrebbe essere più alto, tanto da raggiungere “l’equivalente dei fondi previsti per il reddito di cittadinanza“.

Nella ricerca di giacimenti nelle acque italiane hanno investito molte grandi compagnie, come Eni, Shell, Total, Edison, Global Med, Delta e AleAnna, le britanniche Rockhopper, Northern Petroleum e Sound Energy, l’australiana Po Valley, senza considerare quelle più piccole che si occupano delle ricerche per poi vendere i diritti alle compagnie più grandi.

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