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Milano trema, l’incognita dei casi sommersi: “I tamponi sono troppo pochi”

I dati degli ultimi giorni hanno acceso un allarme rosso sulla città, ma secondo diversi addetti ai lavori la realtà è persino peggio di quello che appare: il numero di tamponi eseguiti sarebbe infatti troppo basso per dare una prospettiva concreta della crisi sanitaria. E anche rivolgendosi ai centri privati, a pagamento, i tempi sono molto lunghi

Di Lorenzo Zacchetti
Pubblicato il 14 Ott. 2020 alle 15:37 Aggiornato il 14 Ott. 2020 alle 15:38
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Immagine di copertina
Milano, Covid-19 . Ospedale San Paolo Credits: Fabrizio Maule

Anche nella seconda fase della pandemia, è la Lombardia a destare le maggiori preoccupazioni in tema di salute pubblica. Rispetto alla prima ondata, è cambiato il focus cittadino: se prima era la provincia di Bergamo a registrare l’impatto più pesante, adesso i fari sono puntati su Milano, la cui escalation di casi, come documentato ieri da TPI, suscita forti allarmi.

Ma c’è di più. Il fatto che a Milano ci sia oltre un terzo del totale dei casi della regione certamente impressiona, ma il dato assoluto non è indicativo, se non adeguatamente parametrato al numero di tamponi eseguiti. Il tema non è di certo nuovo, essendo stato sollevato da TPI nella prima parte della fase pandemica e poi affrontato anche dalla Fondazione Gimbe, che già mesi fa suscitò dure polemiche accusando Regione Lombardia di “fare magheggi”.

Commentando i provvedimenti decisi dal Governo per arginare la crescita dei contagi, la Fondazione bolognese “sente il dovere civico di analizzare numeri e dinamiche che indicano nell’insufficiente capacità di tracciamento dei nuovi casi una delle determinanti del progressivo incremento dei casi iniziato a fine luglio, che dopo un mese ha innescato l’aumento dei ricoveri, e dopo circa due mesi quello dei decessi”, come spiega il Presidente Nino Cartabellotta.

“Dall’inizio della pandemia all’11 ottobre sono stati effettuati 12.564.713 tamponi. Tuttavia solo dal 19 aprile è possibile scorporare dal totale il numero dei casi testati, ovvero i soggetti sottoposti al test per confermare/escludere l’infezione da SARS-CoV-2, escludendo i tamponi ripetuti sulla stessa persona per confermare la guarigione virologica (almeno 2 finora) o per altre motivazioni. Sino alle riaperture del 3 giugno il numero medio dei casi testati si è mantenuto stabile intorno ai 35.000/die, per poi scendere successivamente intorno ai 25.000/die. Solo a partire dalla metà di agosto, a seguito della risalita dei casi, è stato incrementato sino a raggiungere i 67.000/die nella settimana 5-11 ottobre”, prosegue l’analisi.

Entrando nello specifico della Lombardia, Paola Pedrini, segretaria regionale di Fimmg (Federazione Italiana Medici di Medicina Generale), spiega a TPI perché sarebbe necessario aumentare il numero di tamponi, anche ricorrendo ai cosiddetti “tamponi rapidi”, sui quali ci sono pareri discordanti: “Vista l’esperienza degli scorsi mesi sul nostro territorio, dove per molto tempo non siamo riusciti a fare diagnosi, un ulteriore rallentamento sarebbe drammatico. Per questo motivo credo che i tamponi rapidi ci sarebbero d’aiuto, anche se alcuni, come ad esempio il Prof. Crisanti, non sono favorevoli, in quanto si tratta di test meno affidabili. Questo è vero, ma, ripeto, non ci possiamo permettere di tornare ai tempi lunghi di qualche mese fa”.

Rispetto alla prima fase della pandemia, comunque qualche passo avanti è stato compiuto: “Sicuramente si fanno più controlli. Il problema esiste per i ‘contatti stretti’, perché il criterio della limitazione alle sole 48 ore precedenti viene preso un po’ troppo alla lettera. Ai sintomatici, tuttavia, vengono fatti”, aggiunge la Dott.sa Pedrini.

Ma sono sufficienti? Non secondo Alberto Aronica, un medico di base molto conosciuto a Milano: “No, i tamponi non sono sufficienti. E d’altronde in una situazione del genere non sono mai sufficienti!”, spiega a TPI. Così come Pedrini, anche lui punta il dito sui tempi dilatati: “Stanno tornando a essere biblici. Non so se questo dipenda dal maggior numero di richieste o dalla mancanza di reagenti, ma è così. La questione riguarda anche la sanità privata: anche a pagamento, ci sono tempi di attesa di 4/5 giorni prima di poter effettuare il test. Poi ci vogliono due o tre giorni di attesa per il risultato, quindi abbiamo persone che girano per una settimana, senza sapere se essere infette o meno. Ovviamente noi consigliamo a tutti di stare in isolamento fino al responso, ma non tutti lo fanno”.

Come evidenziato da TPI nelle scorse settimane, il tema delle vaccinazioni antinfluenzali complica enormemente il quadro: “Non siamo ancora nel periodo virale, ma l’abbassamento delle temperature registrato nei giorni scorsi sta già causando sintomi sovrapponibili al Covid-19, come ad esempio la febbre. Stiamo cercando di spiegare ai pazienti che devono attendere due o tre giorni prima di allarmarsi, infatti poi la maggior parte dei casi si risolve sfebbrandosi. Come ormai noto, i vaccini arriveranno scaglionati e questo è un grosso problema per chi, come noi, lavora in maniera associata con altri medici e quindi ha diversi pazienti cronici da seguire. Nel nostro caso sono 3.000 e quando ci hanno detto che i vaccini sarebbero arrivati con queste modalità abbiamo dovuto fare centinaia di telefonate per rinviare gli appuntamenti già presi. Almeno noi abbiamo il vantaggio di operare in spazi grandi, con un PREST all’interno della struttura, e quindi possiamo somministrare i vaccini con le dovute modalità. L’80% dei nostri colleghi, al contrario, ha lo studio all’interno di condomini e quindi non può assolutamente farlo. Manca una logica organizzativa di buon senso”.

Tornando ai tamponi, il giudizio di Aronica non è meno severo: “Anche la somministrazione dei tamponi comporta degli oneri notevoli: per farlo, devo avere uno spazio adeguato, sale d’aspetto separate, personale e protezione idonee e inoltre devo sanificare a fine operazione, cosa che ha un costo notevole. Per questo motivo quando è stato annunciato l’acquisto dei tamponi da distribuire ai medici di medicina generale si è ingenerata una speranza poco supportata dai fatti. Noi, come dicevo, abbiamo gli spazi adeguati, ma strutture come la nostra non sono più di tre o quattro in tutta Milano”.

Un’ulteriore criticità riguarda il tracciamento dei contatti di coloro che risultano positivi. Commentando la testimonianza di Ferruccio Sansa, che dalla Liguria sta denunciando gli intoppi della sanità locale, Aronica afferma: “Anche qui in Lombardia abbiamo delle situazioni analoghe. Noi medici di base sappiamo tutti dei nostri pazienti, ma il sito sul quale vengono registrati i positivi al Covid-19 di certo no. Pertanto succede che il tracciamento non venga eseguito a dovere. In alcuni casi, non si va nemmeno a testare il coniuge di un paziente che risulta positivo! Addirittura, una mia collega mi ha raccontato di un paziente che sta chiuso in casa da un mese, in attesa del tampone che gli permetta di uscire nuovamente”.

“L’attesa media per un tampone è di 7/10 giorni”, continua Aronica. “Anche per questo spero che si introducano presto i test salivari, che danno un responso entro due giorni. Tuttavia, anche per questo tipo di esame servono spazi che non tutti hanno a disposizione. Se in tutte le AST si fosse predisposta un’organizzazione come la nostra, la situazione sarebbe molto più semplice, ma purtroppo non è così”.

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