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Smettetela di dare i numeri sul Coronavirus. Almeno non tutti i giorni (di Lorenzo Zacchetti)

Le conferenze stampa quotidiane con la mesta contabilità di positivi e decessi non hanno senso, se non si fa chiarezza dal punto di vista scientifico e statistico. Meglio interromperle subito, per passare a una comunicazione più sobria e meno ansiogena

Di Lorenzo Zacchetti
Pubblicato il 27 Mar. 2020 alle 15:20
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Immagine di copertina
Credit: ANSA/ANDREA FASANI

Da milanese, non posso nascondere la mia preoccupazione. Come noto, ieri è stata una giornata nera, con un vertiginoso aumento dei contagi registrati e dei morti in tutta la Lombardia. Con 387 decessi e oltre 10.600 ricoveri in ospedale nella Regione e il 14 per cento di contagi in più rilevati nella sola Milano, non c’è molto spazio per l’ottimismo. Ma più che i numeri, è sconfortante la sensazione che ci sia sfuggita di mano la situazione, compresi i numeri stessi.

Dall’inizio dell’emergenza-Coronavirus, l’appuntamento pomeridiano con le conferenze stampa della Protezione Civile e della Regione Lombardia è stato centrale sia per noi operatori dell’informazione, sia per tutti i cittadini. Col passare del tempo e l’ubriacante alternarsi di segnali positivi e negativi, sta emergendo in maniera sempre più chiara come questi numeri significhino poco o nulla.

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Il noto medico Vittorio Agnoletto lo ha spiegato in maniera impietosa in un’intervista a Radio Popolare: “Questi dati non hanno nessun significato statistico. Cosa vuol dire parlare di crescita della curva quando non si conosce la base, ovvero il denominatore? Non si possono fare le statistiche sulla base di quanti tamponi vengono fatti, in una regione o in un’altra. Non ha nessun senso procedere così. Un giorno si lancia un messaggio di ottimismo e un altro giorno di pessimismo. Chi produce questi dati non avrebbe superato il minimo esame di statistica medica, neanche al primo anno”.

Un altro elemento di criticità nella valutazione dell’andamento epidemico è dato dalla forma in cui i numeri vengono presentati. Quando si confronta il numero di soggetti positivi in un determinato giorno con quello dei giorni precedenti, si rischia di sottostimare il problema. Come efficacemente spiegato da SkyTg24, bisogna tenere conto anche di chi esce dal computo dei positivi perché guarisce o perché purtroppo muore. Nelle tabelle che circolano un po’ ovunque basterebbe aggiungere la colonna “esiti” per includere anche questo dato e quindi avere un quadro più chiaro.

Inoltre, i casi possono essere scoperti laddove si fanno i test, ma il numero dei tamponi effettuati (oltretutto da non confondere con quello dei soggetti testati, perché per ciascun caso sospetto si fanno fino a tre tamponi) non sempre viene messo in opportuna evidenza. Le variazioni di Milano sono senza dubbio legate anche a questo, perché la Regione Lombardia ha cambiato strategia in corso d’opera, aumentando in maniera significativa il numero di tamponi effettuati: in 48 ore, da 3.500 è passata a oltre 6.000, effettuando i test anche nelle strutture residenziali.

Ovviamente, più si fanno controlli più aumentano le possibilità di trovare dei positivi. Ed è giusto farlo. Ma se si confrontano i dati con i giorni precedenti ne viene fuori un gran casino. Pertanto non stupisce che ieri la Regione Lombardia si sia clamorosamente contraddetta nel giro di pochi minuti: prima l’Assessore al Welfare Giulio Gallera ha parlato di “ottimo segno” per il calo dei contagi e poi il presidente Attilio Fontana ha espresso “preoccupazione” per il loro aumento.

Ai politici spetta il compito di prendere decisioni sulla base dei dati che vengono loro forniti dai tecnici, ma bisogna che vi sia coerenza nel modo di raccogliere. Un ulteriore elemento di confusione è stato spiegato, sempre agli ottimi colleghi di Radio Popolare, dal direttore sanitario dell’ATS Milano Vittorio De Micheli, il quale ha detto che “i dati possono fluttuare per diversi motivi”. Tra questi ha citato il fatto che diversi laboratori avrebbero rendicontato tutti insieme le rispettive rilevazioni, contribuendo così a determinare il numero negativo che si è registrato ieri per Milano. Giustamente, De Micheli aggiunge: “I dati, in questo momento, vanno letti per la tendenza che rivelano e non per quello che dicono ogni giorno”.

Su Milano c’è un problema in più. Conosciamo il numero dei contagi, ma non quello dei decessi in città. Il numero disponibile è quello della Provincia, ma siccome l’area metropolitana milanese è decisamente vasta, sarebbe fondamentale capire in quali zone ci sono le variazioni più significative. De Micheli ha detto: “Purtroppo il nostro sistema anagrafico (quello di Milano città, ndr) non era fatto per contare i morti quotidianamente, come si fa in alcune regioni d’Italia per misurare le ondate di calore. Noi non eravamo pronti e quindi non abbiamo il dato della città, ma solo il dato della Provincia. Però ci attrezzeremo per averlo”.

Il bollettino quotidiano, quindi, ha un senso molto relativo, come spiega anche Agnoletto: “Siamo ancora in una fase grave nello sviluppo della situazione epidemica, non dobbiamo continuare ad avere un’aspettativa di 24 ore in 24 ore. Dobbiamo vedere come andrà il percorso da qui a una settimana, come minimo, per poter dare un parere”.

Quindi, il mio consiglio accorato sia alla Protezione Civile che a Regione Lombardia è di cambiare modalità di comunicazione. O si riesce a informare il Paese in modo chiaro, preciso ed affidabile giorno per giorno o è decisamente meglio concentrarsi sulla cura e fare una sola conferenza stampa settimanale, così da avere tutti quanti le idee più chiare. Tra l’altro, altre regioni altrettanto coinvolte nell’emergenza non stanno esternando con la stessa frequenza ed enfasi. E forse hanno ragione loro.

Nel frattempo, cosa dobbiamo pensare della situazione? “Il dato semplice, banale, è un altro: l’infezione continua a diffondersi”, ha spiegato Agnoletto. “I numeri delle persone contagiate sono molto, molto sottostimati. Penso che il numero di 80.000 persone risultate positive fino ad oggi vada moltiplicato per 4 o per 5 (come minimo) per avere il quadro italiano. Molti sono asintomatici: queste tabelle non ci dicono assolutamente nulla. A Milano le persone infettate sono molte di più”.

E non solo lì. Per Agnoletto “ha assolutamente ragione” Giorgio Gori quando sostiene che anche il dato riguardante Bergamo sia sottostimato, per quanto già di per se’ inquietante. “La cosa su cui adesso dobbiamo provare a concentrarci è se riusciamo a contenere il numero dei decessi, perché questo significherebbe che le terapie un qualche risultato lo ottengono. Questo è il primo risultato a cui mirare, anche attendendo con fiducia i risultati dei trial che si stanno facendo. Ma gli altri numeri significano poco o niente”, conclude il fondatore di Lila.

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