Risultati elezioni Uk: “Well done Boris! And now what?”

Di Riccardo Perissich
Pubblicato il 13 Dic. 2019 alle 17:49 Aggiornato il 13 Dic. 2019 alle 17:50
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Immagine di copertina
Boris Johnson Credit: Ansa

Risultati elezioni Uk: “Well done Boris! And now what?”

Con i risultati delle elezioni in Uk il popolo britannico ha parlato e ci ha dato due cattive e due buone notizie. La prima cattiva notizia è che ha consegnato il potere con una delle più grandi maggioranze dai tempi di Margaret Thatcher a un cinico opportunista, mentitore abituale. La campagna ha importato in un Paese europeo tutte le caratteristiche più sporche, comprese le ormai familiari interferenze russe, della politica statunitense. La prima ragione della della vittoria di Boris Johnson è nella desistenza del Brexit Party di Nigel Farage.

Risultati elezioni Uk: due cattive notizie e due buone notizie

Un’altra ragione è stata però ancora più importante e costituisce la buona notizia di queste elezioni. In condizioni normali, di fronte ai disastrosi errori compiuti dai conservatori con la Brexit, i laburisti avrebbero avuto un’autostrada in discesa verso la vittoria. Hanno invece tirato fuori dalla naftalina degli Anni ’70 un leader, Jeremy Corbin, e un gruppo dirigente che sono una caricatura dei fantasmi ideologici del secolo scorso: nazionalizzazioni, aumenti di tasse, promesse irrealizzabili.

Il tutto accompagnato da provate infiltrazioni antisemite nel partito e da una incapacità di adottare una linea chiara sulla Brexit. Il risultato è stata la più cocente sconfitta da molti decenni. Si spera che costituirà la pietra tombale anche per le velleità di risolvere in chiave radicale i problemi della sinistra del continente europeo (Italia compresa); forse il messaggio sarà colto anche nel tormentato dibattito del partito democratico americano.

La seconda cattiva notizia è che si dimostra senza possibilità di appello l’inconsistenza dell’europeismo britannico. Rappresentano forse un po’ più della maggioranza della popolazione, certamente la maggioranza dei giovani, ma si sono dimostrati incapaci di presentare un fronte coerente. Il cardine dello schieramento, il partito liberal-democratico, aveva una leader totalmente priva di carisma, Jo Swinson, che ha persino perso il proprio seggio.

Autorevoli testate come il Financial Times e l’Economist avevano preconizzato il “voto tattico” per fermare gli estremisti dei due campi, ma è un messaggio che poteva passare solo in élites ristrette. Gli europeisti pagano più di 40 anni di messaggio confuso, di adesione riluttante e priva di una chiara visione del perché volevano che il Paese stesse in Europa. Una lezione anche per chi in Italia si gingilla con “l’Europa sì, ma non così”.

Infine la seconda buona notizia, almeno per noi. L’interminabile saga dell’incertezza su Brexit, che ricordava l’Hotel California della canzone degli Eagles, è per il momento finita. In fondo, reagiamo come i mercati: Brexit non ci piace, ma l’interminabile incertezza ci piaceva ancora meno. L’accordo negoziato con l’Ue sarà sicuramente ratificato nelle prossime settimane e la Gran Bretagna uscirà formalmente il 31 gennaio.

Qui c’è ovviamente un’altra delle numerose menzogne di Boris. Brexit non è affatto finita; in un certo senso comincia solo ora perché ci sono da negoziare i rapporti futuri. Il periodo transitorio previsto dall’accordo terminerà   il 31 dicembre 2020 e nessuno crede che, come promesso dal manifesto conservatore, tutto sarà concluso per quella data. È quindi prevedibile che verso la fine dell’anno prossimo vivremo un nuovo psicodramma, con un altro probabile rinvio. Nel frattempo la Gran Bretagna sarà uscita dall’Ue e dalle sue istituzioni ma resterà sottomessa a tutte le regole presenti e future.

L’accordo che Boris vorrà negoziare, verso una ‘Singapore sul Tamigi’?

Che tipo di accordo Boris vorrà negoziare con noi? La sua retorica fa pensare a un accordo leggero che gli permetterebbe di sottrarsi a molte regole europee. È chiaro che in questo caso la nostra disponibilità a concedere un ampio accesso al mercato europeo sarebbe molto limitata.

Questa prospettiva, che va sotto il nome di ‘Singapore sul Tamigi’, si scontra però contro due ostacoli. Il primo è che per gli imprenditori britannici anche se attirati da una prospettiva di deregolamentazione, il mercato europeo ha un’importanza vitale. Il secondo è che lo storico successo dei conservatori è in buona parte dovuto, grazie alla follia di Corbyn, allo sfondamento del cosiddetto “muro rosso”: i numerosi seggi tradizionalmente laburisti che si situano nelle Midlands e nel nord dell’Inghilterra. Quegli elettori hanno votato conservatore  per avere chiarezza su Brexit e per le promesse di maggiori spese sociali, non certo per vivere a Singapore.

Nessuno può sapere quale sarà il vero volto del prossimo governo di Johnson, come pure quale sarà la sua capacità di dominare le pulsioni che ha scatenato. La saga di Boris il mentitore non è ancora terminata e le previsioni di chi vede ora una Gran Bretagna totalmente allineata su Donald Trump sono quanto meno premature.

La prospettiva per il futuro

Qual è ora la prospettiva per il futuro? Noi metteremo il negoziato nelle capaci mani di Michel Barnier. È prevedibile che ce ne occuperemo poco, anche perché i 27 hanno problemi più seri e più impellenti a cui pensare.

Per la Gran Bretagna si delineano invece problemi profondi di cui in fondo Brexit è stata solo il detonatore. In primo luogo il Paese deve ora riflettere seriamente sulla visione che ha di sé stesso e del suo ruolo nel mondo; una riflessione che non è stata fatta dai tempi della perdita dell’impero. Mai come oggi è ancora valida la celebre battuta di un diplomatico americano di vari decenni fa: “La Gran Bretagna ha perso un impero e non ha ancora trovato un ruolo”.

In secondo luogo, il grande successo del partito nazionalista scozzese riapre con forza la questione dell’unità nazionale con probabili ripercussioni anche sulla questione irlandese. In fondo, il sentimento di eccezionalità che ha nutrito il nazionalismo e che ha portato a Brexit è un fenomeno “inglese” molto più che britannico. Infine la progressiva radicalizzazione dei due principali partiti impone una riflessione sul sistema politico. La crisi del partito laburista è già in atto, ma è difficile pensare che il partito conservatore ne possa esserne totalmente esente. Sarebbe bene che la riflessione riguardasse anche il sistema elettorale che, nella sua feroce brutalità, impedisce la convergenza e radicalizza le posizioni.

La crisi della democrazia rappresentativa che affligge l’occidente fa così ufficialmente il suo ingresso anche nella “madre di tutte le democrazie”. Lo fa con la paradossale indicazione di tossine ancora più preoccupanti che nelle democrazie del continente. Le figlie si rivelano in effetti meno fragili della madre; smentendo così un altro presupposto dichiarato con “orgogliosa sicurezza” dai sostenitori dell’eccezionalità britannica.

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