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Kirghizistan, eletto presidente il nazionalista Japarov: era stato condannato per rapimento

Il leader nazionalista del Kirghizistan ha vinto le presidenziali con quasi l’80 per cento dei voti e grazie all'approvazione di una modifica costituzionale potrebbe diventare un altro "khan" dell'Asia centrale

Di Andrea Lanzetta
Pubblicato il 11 Gen. 2021 alle 12:39 Aggiornato il 11 Gen. 2021 alle 16:09
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Immagine di copertina
Credit: ANSA/ EPA/IGOR KOVALENKO

Il nazionalista Sadyr Japarov ha vinto le presidenziali tenute il 10 gennaio 2021 in Kirghizistan con quasi l’80 per cento dei voti, in una consultazione organizzata a poco più di tre mesi dalla caduta del precedente governo innescata dalle proteste di massa scoppiate nella capitale Biškek e in altre città a seguito delle contestate legislative di ottobre, annullate dalle autorità elettorali locali.

L’ex parlamentare d’opposizione scarcerato dai manifestanti anti-governativi era stato allora nominato premier ad interim, una carica che presto potrebbe non esistere più nella nazione centro-asiatica, visto il risultato del referendum costituzionale tenuto in concomitanza con le presidenziali di domenica e che potrebbe garantire un potere enorme al politico kirghiso anche negli anni a venire.

“Assumo il potere in un momento di difficoltà e crisi”, ha commentato il prossimo presidente del Kirghizistan davanti alla stampa dopo l’annuncio dei risultati. “Uno o due anni non saranno sufficienti per sistemare tutto, possiamo farlo in tre o quattro anni e questo richiederà stabilità”. Proprio quest’ultimo concetto, non a caso ribadito sempre con forza dalla vicina Russia, solida alleata di Biškek, potrebbe favorire l’avvento di un’ulteriore ondata di autoritarismo nella regione.

La valanga di voti ottenuta contro gli altri 16 candidati da Japarov, che ha conquistato la maggioranza delle preferenze in tutte le regioni del Paese, registrando il risultato peggiore nella capitale dove ha raccolto “solo” il 52,1 per cento dei consensi, permette al controverso leader kirghiso di accedere alla presidenza senza passare dal ballottaggio. Inoltre, l’81,1 per cento dei voti favorevoli a una modifica costituzionale in senso presidenziale aumenta le probabilità che la nazione centro-asiatica si trasformi in un regime simile ad altri presenti nei suoi vicini turcofoni.

Se le legislative di ottobre avevano suscitato le proteste locali con varie accuse di voto di scambio rivolte al governo del presidente filo-russo Sooronbai Jeenbekov, anche le ultime consultazioni svolte in Kirghizistan sono state criticate in sede internazionale, sia per la figura controversa del prossimo capo di Stato che per le circostanze in cui si è arrivati alle elezioni e al referendum.

Un presidente controverso

Condannato al carcere per aver sequestrato un governatore provinciale nel corso di una protesta, in soli quattro mesi Japarov è passato dagli arresti alle massime cariche dello Stato, diventando prima premier e poi presidente ad interim, due cariche da cui si è dimesso a metà novembre per poter partecipare alle elezioni. 

Entrato in politica nel 2005 dopo un passato nell’industria energetica e a seguito della caduta del presidente Askar Akayev, l’esponente nazionalista si era unito inizialmente a Kurmanbek Bakiyev, la cui presidenza era stata rovesciata nel 2010.

Due anni dopo, Japarov è stato coinvolto nelle proteste per la nazionalizzazione di Kumtor, la più grande miniera d’oro del Kirghizistan, gestita tuttora dalla canadese Centerra Gold. Nel 2013, il politico è stato accusato di aver scatenato alcune violenze a Karakol che hanno portato al sequestro del governatore di Issyk-Kul, Emil Kaptagayev, usato poi come ostaggio nel confronto con le autorità kirghise.

Fuggito all’estero dopo i disordini e tornato in patria nel 2017, Japarov è stato processato e condannato per rapimento, una sentenza annullata dalla Corte Suprema a ottobre, che gli ha consentito di accedere alle massime cariche dello Stato, precluse ai cittadini kirghisi con precedenti penali.

Nonostante l’arresto, la popolarità del politico non è mai calata, persino nelle zone dove è accusato di aver fomentato disordini. Basti ricordare le migliaia di persone scese in piazza a marzo dello scorso anno nella capitale per chiederne la liberazione durante una manifestazione pesantemente repressa dalla polizia. Non solo: il 52enne ha conquistato il miglior risultato alle presidenziali proprio a Issyk-Kul, dove ha raccolto ben il 93,9 per cento dei voti, pur avendo sconfessato il movimento di nazionalizzazione della miniera, limitandosi a chiedere un’equa ripartizione dei profitti.

Malgrado la sua popolarità, la legittimità del futuro capo di Stato kirghiso è comunque messa in dubbio dalle accuse mossegli da varie figure dell’opposizione, che a inizio dicembre avevano chiesto alla Commissione elettorale centrale (BShK) di non consentire a Japarov di partecipare alle presidenziali, visto il suo recentissimo incarico da presidente ad interim che gli ha permesso di piazzare alcuni fedelissimi in una serie di posizioni chiave al vertice delle istituzioni.

A metà novembre, l’esponente nazionalista si è infatti dimesso sia da capo di Stato che da premier per potersi candidare alle elezioni, lasciando però la guida del Kirghizistan a un alleato di lunga data, il presidente del parlamento Talant Mamytov, suo coimputato nel processo per i disordini del 2013.

Inoltre, durante il suo breve mandato ad interim, Japarov ha nominato alla presidenza del Comitato statale per la sicurezza nazionale (UKMK), Kamchybek Tashiev, terzo imputato al processo di quasi otto anni fa. Alla guida della Procura generale invece, l’esponente nazionalista ha posto Kurmankul Zulushev, uno dei giudici della Corte d’appello che nel 2013 assolse i tre e che fu in seguito licenziato per quella sentenza, successivamente ribaltata dalla Corte suprema.

Non sorprende quindi la denuncia dell’opposizione, secondo cui la nomina di propri fedelissimi in posizioni apicali delle istituzioni responsabili della sicurezza e della legittimità delle consultazioni avrebbe concesso un indubbio vantaggio a Japarov, che presto potrebbe approfittare anche di una contestata riforma costituzionale, ribattezzata sui social “Khanstitution“, dati gli immensi poteri che trasferisce nelle mani del presidente, che potrebbe diventare un altro “khan” centro asiatico.

Una riforma costituzionale pericolosa

A dicembre, il parlamento kirghiso, il Jogorku Kenesh, ha approvato in prima lettura la bozza di riforma costituzionale che amplia le prerogative presidenziali, diminuisce il ruolo del massimo organo legislativo, istituisce una camera di supervisione formata da esperti e mette a rischio la libertà di espressione.

La proposta, appoggiata proprio da Japarov, è stata contestata sia dal leader del principale partito di opposizione Ata-Meken (Patria), Omurbek Tekebaev, sia da decine di associazioni per i diritti civili, anche internazionali, non solo per le modalità di stesura e approvazione ma anche per i contenuti del testo.

Intanto, secondo un parere della Commissione di Venezia, organo consultivo del Consiglio d’Europa ufficialmente conosciuto come “Commissione europea per la Democrazia attraverso il Diritto”, “il Parlamento del Kirghizistan è autorizzato a svolgere solo alcune funzioni ma non può approvare misure straordinarie, riforme costituzionali comprese”. Il massimo organo legislativo kirghiso non ha infatti l’autorità per emanare questo genere di leggi, essendo scaduto il suo mandato prima delle contestate elezioni dell’ottobre scorso, a cui non si sa quando seguiranno le successive.

Al momento non sono infatti ancora state fissate le prossime legislative, la cui organizzazione fa parte delle promesse elettorali di Japarov, che però in varie occasioni si è limitato a parlare di consultazioni “in primavera” o “entro la metà del 2021”, senza indicare alcuna data precisa.

Inoltre, secondo uno dei presunti firmatari della bozza, il deputato Emil Toktoshev, che a novembre ha smentito il proprio appoggio alla proposta nonostante quanto annunciato sul sito-web del parlamento, non solo la riforma è stata presentata senza esser mai stata discussa dai legislatori ma non è nemmeno chiaro chi l’abbia redatta. Secondo un altro deputato, Sadyk Sher-Niyaz, “molti parlamentari non hanno nemmeno visto il testo della bozza”.

Secondo Human Rights Watch, non solo le modalità di presentazione ma il contenuto stesso della riforma sono “motivo di grande preoccupazione”. La proposta prevede infatti l’abolizione della carica di primo ministro e l’assegnazione dell’intero potere esecutivo nelle mani del solo presidente, che a differenza di oggi potrà assumere più di un mandato.

Toktoshev ha denunciato la difformità dei testi in russo e in kirghiso della riforma. Nella prima si legge infatti che “una persona non può servire due volte come presidente”, mentre l’altra afferma che “una persona non può servire come presidente per più di due mandati”. Inoltre, il testo propone la diminuzione dei parlamentari da 120 a 90 e la creazione di un Kurultai (Congresso) del popolo, un organo di supervisione formato da esperti, non si sa se eletti o meno, e dotato del potere di modificare leggi, regolamenti e norme emanate da governo e parlamento.

Un altro punto controverso della proposta riguarda poi la libertà di espressione. La riforma prevede anche il divieto, imposto persino ai media online e agli spettacoli pubblici, di diffondere contenuti contrari ai “valori morali generalmente riconosciuti e alle tradizioni del popolo del Kirghizistan”, una disposizione incompatibile con i diritti fondamentali di espressione, riunione e associazione.

Nonostante la riforma non sia stata ancora approvata in via definitiva, il risultato del referendum costituzionale, che si limitava alla sola scelta tra una forma di governo presidenziale, parlamentare o mista, ne anticipa la possibile ratifica, che potrebbe avvenire già a marzo in una seconda consultazione organizzata prima delle legislative.

Tutto questo mette a serio rischio il rispetto delle libertà in Kirghizistan, uno Stato già inserito tra i “Regimi Ibridi”, il penultimo scalino previsto dal Democracy Index, elaborato dal settimanale britannico The Economist. Sebbene contestati dagli attivisti per i diritti civili, i contenuti della riforma sono pericolosamente in linea con altre disposizioni costituzionali in vigore nelle vicine repubbliche ex sovietiche, dove si guarda da anni con preoccupazione all’instabilità kirghisa.

Un futuro incerto e il pericolo dell’autoritarismo

Prima della caduta del governo del presidente Sooronbai Jeenbekov, avvenuta a ottobre, altre simili proteste violente avevano già deposto due capi di Stato del Kirghizistan nel 2010 e nel 2005, mentre un altro ex presidente, Almazbek Atambayev, si trova attualmente agli arresti con l’accusa di corruzione.

Non è un caso quindi che tra le tante promesse di Japarov occupi un posto particolare una presunta forma di stabilità, che potrebbe facilmente tradursi in autoritarismo, appoggiato magari dai colossi vicini come la Russia, la cui importanza per Biškek poggia sulle centinaia di migliaia di lavoratori migranti che vi lavorano e da dove inviano in patria larga parte delle rimesse internazionali del Paese. Nonostante le posizioni nazionaliste, il prossimo presidente si è impegnato a mantenere stretti rapporti con Mosca, che possiede anche una base aerea in Kirghizistan.

“La Russia è il nostro partner strategico”, ha commentato ieri il nuovo presidente kirghiso subito dopo aver votato in un sobborgo della capitale, esortando tutti i movimenti politici ad accettare i risultati elettorali “per preservare la stabilità” nazionale.

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