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Narges Mohammadi lotta “tra la vita e la morte” in Iran: la Premio Nobel per la pace incarcerata è in terapia intensiva

Immagine di copertina
Il premio Nobel per la pace 2023, Narges Mohammadi. Credit: Free Narges Coalition

A marzo aveva già avuto un infarto all'interno del carcere ma allora le autorità avevano rifiutato il trasferimento in ospedale. La denuncia della sua legale: "Per la prima volta temiamo per la sua vita, potrebbe lasciarci da un momento all'altro"

La premio Nobel per la pace 2023 Narges Mohammadi, attualmente detenuta in Iran, sta lottando tra la vita e la morte dopo essere stata ricoverata in un ospedale della provincia nord-occidentale di Zanjan sotto stretta sorveglianza a causa di una grave patologia cardiaca.
“Non stiamo lottando solo per la libertà di Narges, stiamo lottando affinché il suo cuore continui a battere”, ha dichiarato oggi in conferenza stampa da Parigi il suo avvocato Chirinne Ardakani, denunciando come la 54enne si trovi ormai a lottare “tra la vita e la morte”.

Il crollo in cella
Le condizioni di Narges Mohammadi sono precipitate il 1° maggio, quando la premio Nobel per la pace iraniana si è sentita male nella sua cella del carcere di Zanjan, dove ha perso conoscenza in due occasioni ravvicinate a causa del crollo della pressione sanguigna. Solo allora, dopo le tante richieste negate della famiglia, le autorità iraniane hanno autorizzato il trasferimento d’urgenza in ospedale. Un provvedimento arrivato forse troppo tardi, come ha denunciato la sua stessa famiglia, parlando di un intervento “disperato, dell’ultimo minuto”.
Cinque giorni dopo Narges Mohammadi è ancora in terapia intensiva, con la pressione sanguigna che oscilla in modo pericoloso e le condizioni che, secondo i suoi sostenitori, continuano a peggiorare. “Non stiamo lottando solo per la sua libertà”, ha detto oggi la sua avvocata parigina Chirinne Ardakani in conferenza stampa. “Stiamo lottando affinché il suo cuore continui a battere. Narges è tra la vita e la morte”. “Non avevamo mai temuto tanto per la vita di Narges ma potrebbe lasciarci da un momento all’altro”, ha aggiunto il suo legale. “Oggi c’è un pericolo reale di morte; dobbiamo agire prima che sia troppo tardi”, ha insistito Jonathan Dagher, direttore per il Medio Oriente di Reporter senza frontiere (Rsf).
La 54enne soffre da anni di una grave patologia cardiaca e questa non è la sua prima crisi. A marzo aveva già avuto un infarto all’interno del carcere, curato direttamente dai sanitari della struttura. Allora infatti le autorità avevano rifiutato il trasferimento in ospedale. Questa volta però, di fronte a un secondo collasso, non hanno potuto fare altrimenti.

Le gravi condizioni di salute
L’attivista, secondo chi la conosce e la segue da vicino, avrebbe perso una ventina chili da quando è tornata in carcere a metà dicembre per aver osato criticare il regime di Teheran durante una cerimonia funebre tenuta a Mashhad, in omaggio dell’avvocato Khosrow Alikordi, legale di diversi detenuti politici, trovato morto in casa in circostanze mai chiarite.
La donna soffre di mal di testa violenti, nausea, dolori al petto e l’ospedale provinciale in cui si trova adesso, secondo la famiglia, non è attrezzato per gestire la situazione. “La nostra maggiore preoccupazione riguarda il suo cuore”, ha detto il fratello Hamidreza Mohammadi, raggiunto telefonicamente dall’agenzia di stampa Reuters nella sua casa di Oslo, in Norvegia. “Gli esperti sono tutti convinti che la sua vita sia in pericolo e che abbia bisogno di almeno un mese lontano dalle condizioni carcerarie per essere curata correttamente. Ha bisogno dei suoi medici, di chi ha già seguito il suo caso e sa esattamente qual è il problema”.

Le preoccupazioni della famiglia
La famiglia chiede infatti un trasferimento urgente a Teheran, dove la sua équipe medica di fiducia potrebbe finalmente riprendere in carico il suo caso. Una richiesta condivisa anche dal Comitato norvegese per il Nobel, che ha già lanciato una petizione pubblica per la sua liberazione. Ma finora la magistratura iraniana ha fatto orecchie da mercante.
“Mio fratello ha fatto di tutto per sbloccare la situazione”, ha raccontato ancora Hamidreza alla testata finlandese Ilta-Sanomat. “Ha cercato contatti, ha bussato a porte. Per tutta risposta lo hanno minacciato, dicendogli che le sue insistenze gli stanno causando problemi”.
Intanto i figli aspettano notizie dall’altra parte del mondo. Narges Mohammadi e il marito Taghi Rahmani, che vive in esilio a Parigi, hanno infatti due figli gemelli, Ali e Kiana, nessuno dei due residente in Iran. Quando Narges era fuori dal carcere, riusciva almeno a sentirli per telefono. Ora però non le è permesso neanche quello.
“Non resta loro che aspettare notizie terribili dall’Iran”, ha detto lo zio Hamidreza. “Questa è la parte peggiore. Non sapere nulla e vivere nella paura di ricevere una chiamata che non vuoi ricevere”. Alcuni membri della famiglia tuttavia risiedono ancora a Zanjan e sono riusciti a farle visita in ospedale, dove giace in condizioni disperate.
“Soffre di fortissimi mal di testa, nausea e dolori al petto. È la sua salute, il cuore, che ci preoccupa di più”, ha aggiunto il fratello. “Stiamo vedendo nostra sorella morire davanti ai nostri occhi e nessuno può fare nulla”. Ad aprile sembrava esserci uno spiraglio per una scarcerazione temporanea di un mese, per consentirle cure adeguate. Ma quell’opportunità è sfumata.  Il problema, ha concluso il fratello, “è che la magistratura iraniana è controllata dai servizi segreti. Sono loro a prendere le decisioni reali”.

L’ultimo decennio in carcere
Dopo il suo ultimo arresto a metà dicembre, Narges Mohammadi è stata condannata a scontare sei anni di carcere nel penitenziario di Zanjan per aver “attentato alla sicurezza nazionale”, più un altro anno e mezzo per “propaganda contro il sistema islamico”. Una settimana prima della sentenza aveva iniziato uno sciopero della fame per protestare contro la negazione dei suoi diritti fondamentali, tra cui l’accesso ai propri legali, il diritto alle visite e la possibilità di telefonare ai familiari.
Ma non è certo la prima volta. Insignita del Premio Nobel per la pace nel 2023, in particolare per la sua lotta contro la pena di morte, Narges Mohammadi ha trascorso la maggior parte dell’ultimo decennio in carcere. Complessivamente, con le ultime sentenze, l’attivista 54enne è stata condannata a 44 anni di carcere, a subire 154 frustate e una serie di altre sanzioni amministrative e limitazioni dei diritti politici, per varie accuse, tra cui “propaganda contro lo Stato” e “azioni contro la sicurezza nazionale”. Attualmente rischia almeno altri 17 anni di reclusione. Durante le sue precedenti detenzioni era stata anche picchiata dalle guardie carcerarie. D’altronde il regime di Teheran sa bene che Narges Mohammadi rappresenta uno dei volti più riconoscibili del movimento “Donna, Vita, Libertà”, una voce che non si è mai rassegnata al silenzio. Anche stavolta, nel reparto di terapia intensiva di un ospedale di provincia, continua a lottare.

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