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India, sacerdote gesuita muore di Covid dopo 9 mesi in carcere senza processo

Immagine di copertina
Credit: EPA/PIYAL ADHIKARY/ANSA

Un sacerdote gesuita di 84 anni, difensore dei diritti delle comunità tribali indiane e detenuto senza processo per nove mesi secondo le leggi antiterrorismo in vigore in India, è morto oggi prima di poter presenziare all’udienza per la libertà condizionale. La notizia è stata confermata dalle autorità locali e rilanciata dalla Conferenza dei gesuiti dell’Asia meridionale.

Padre Stan Swamy, a lungo malato di Parkinson, aveva lanciato nel 2018 una campagna a favore dei diritti delle comunità tribali emarginate e per questo motivo era stato arrestato l’anno scorso con l’accusa di incitamento alla violenza intercastale. Al religioso indiano era stata negata la libertà su cauzione nonostante soffrisse di diverse patologie. Ricoverato a maggio in ospedale dopo aver contratto la Covid-19, il sacerdote gesuita aveva subito un arresto cardiaco nel corso del fine settimana.

Il religioso si è spento alle prime ore di oggi presso lo Holy Family Hospital di Mumbai, dove era stato trasferito a fine maggio dal carcere in cui era recluso. Secondo il Servizio di Informazione Religiosa, il peggiorare dell’infezione polmonare e un arresto cardiaco lo hanno portato via.

Dopo il fermo del sacerdote, avvenuto il 9 ottobre 2020, diversi accademici, avvocati, studiosi e letterati si erano impegnati per procurare al padre gesuita almeno una cannuccia con cui bere visto che, a causa delle sue condizioni di salute, non era in grado nemmeno di reggere un bicchiere.

Un affetto verso il sacerdote che non si è interrotto con la sua scomparsa. “La Compagnia di Gesù si impegna in questo momento a portare avanti l’eredità di padre Stan nella sua missione di giustizia e riconciliazione”, ha dichiarato padre Jerome Stanislaus D’Souza, responsabile dei gesuiti dell’India.

Insieme ad altri 15 attivisti, il sacerdote era stato incarcerato con l’accusa di legami personali con i gruppi estremisti maoisti e naxalitiIl caso aveva sollevato le proteste di varie organizzazioni, tra cui la Commissione nazionale indiana per i diritti umani (Nhrc), intervenuta per chiedere “cure mediche adeguate” e una revisione delle denunce contro i 16 attivisti che lavoravano per difendere i giovani appartenenti alla minoranza Adivasi (le comunità tribali) e Dalit (i cosiddetti intoccabili), tuttora discriminate dalle autorità indiane.

Persino Mary Lawlor, relatrice speciale delle Nazioni Unite per la difesa dei diritti umani, è intervenuta sulla scomparsa del gesuita indiano, morto da detenuto “nove mesi dopo il suo arresto con false accuse di terrorismo”. “Incarcerare i difensori dei diritti umani (difensori dei diritti umani) è imperdonabile”, ha scritto Lawlor su Twitter. Anche Eamon Gilmore, rappresentante speciale dell’Unione europea per i diritti umani, ha denunciato l’incarcerazione di padre Swamy come basata su “accuse infondate”.

La morte del religioso non metterà fine alle polemiche sul caso. “Sia lo Stato che il Governo centrale devono essere incolpati della sua morte attraverso le rispettive agenzie che hanno gestito il caso”, ha denunciato ad Afp l’avvocato del sacerdote indiano, Mihir Desai, secondo cui il gesuita non era in buona salute già al momento del suo arresto.

Un’opinione condivisa anche tra le autorità indiane, almeno quelle locali. Hemant Soren, capo del governo dello Stato del Jharkhand dove Swamy ha lavorato a stretto contatto con le comunità tribali, si è sempre detto “fortemente contrario al suo arresto e alla sua incarcerazione”. Il governo federale, ha scritto Soren su Twitter, “dovrebbe essere considerato responsabile dell’assoluta apatia e della mancata fornitura di servizi medici tempestivi, che hanno portato alla morte” del religioso.

Padre Swami era detenuto ai sensi dell’Unlawful Activities Prevention Act (UAPA), che di fatto consente alle autorità indiane di incarcerare chiunque senza processo e a tempo indefinito. Secondo i critici, il governo guidato dal primo ministro Narendra Modi ha fatto ricorso all’Unlawful Activities Prevention Act (UAPA) per far arrestare attivisti, giornalisti, studenti e altri oppositori nel tentativo di mettere a tacere il dissenso interno.

A febbraio, le autorità federali di New Delhi avevano ammesso che tra il 2016 e il 2019 quasi 6.000 persone erano state arrestate ai sensi di questa legge e che 132 erano state condannate a vario titolo.

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