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“Il più grande focolaio nella storia della pandemia”: così un festival religioso ha diffuso il Covid in India

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“Il più grande focolaio nella storia della pandemia”: così un festival religioso ha diffuso il Covid in India

In India il festival religioso induista del Kumbh Mela, che si è celebrato durante il mese di aprile, si è rivelato uno degli eventi che più ha contribuito a diffondere il Covid “nella storia della pandemia”, ha detto al quotidiano britannico the Guardian Ashish Jha, preside della “School of Public Health” alla Brown University. Jha ha definito il Kumbh Mela un “superspreader event”: secondo le stime riportate dal Guardian nella settimana successiva alla fine delle celebrazioni lo stato ospitante, lo Uttarakhandha, ha registrato un aumento di casi del 1.800 per cento, di cui la maggior parte legati in qualche modo al festival.

Il rito consiste in un’immersione nel fiume Gange e rappresenta uno degli eventi più importanti del calendario religioso induista, che attrae milioni di pellegrini, preti e turisti ogni anno. Ma quest’anno, quando stava per iniziare, in India si registravano 169mila contagi giornalieri: il Paese aveva appena superato il Brasile per numero di casi nella classifica mondiale, diventando il secondo più colpito dalla pandemia dopo gli Stati Uniti. Nonostante gli appelli della società civile a vietare l’evento nelle settimane precedenti al festival, quando il Coronavirus aveva già provocato circa 300mila morti, il governo di Narendra Modi, guidato dal partito induista nationalist Bharatiya Janata (BJP), ha invitato la popolazione a non farsi scoraggiare dal virus e a partecipare usando tutte le precauzioni del caso. Ma queste non sono state rispettate.

Milioni di persone hanno viaggiato per tutto il Paese per prendere parte al grande evento, e già il 15 aprile più di duemila fedeli erano risultati positivi al Covid. Due giorni dopo il premier Modi ha fatto un passo indietro definendo quelle cifre  “simboliche” della possibilità di contagio, ma era ormai troppo tardi, e il 28 aprile 9 milioni di persone avevano già partecipato, bagnandosi nel fiume e celebrando i riti sacri previsti senza mascherine o distanziamento e senza che, al ritorno, sia stato imposto un sistema di testing efficace o la “semplice” quarantena.

Molti sono tornati a casa nei rispettivi stati – da quello settentrionale del Kashmir fino a Bangalore, nel sud del Paese –  portando con sé il virus, diffondendolo a loro volta tra i contatti più stretti fino alle comunità rurali più povere, dove la rete di tracciamento è pressoché inesistente e l’accesso ai servizi sanitari è ridotto al minimo. In Madhya Pradesh, riporta il Guardian, dei 789 pellegrini che hanno effettuato un tampone al ritorno dal festival, 118 sono risultati positivi.

Eppure il numero reale di casi contratti durante le celebrazioni non è noto: quando l’attenzione mediatica si è concentrata sempre di più sul ruolo che il festival ha svolto nel diffondere il virus e dunque sulle responsabilità del governo, alle autorità sanitarie è stato ordinato di smettere di contare. Quattro ufficiali contattati dal quotidiano in almeno due stati hanno confermato che i propri superiori li avevano bloccati per “ragioni politiche”. “Ci hanno detto di concentrarci sulla situazione generale dell’epidemia, e non sui dati relativi ai pellegrini del Kumbh Mela”, ha dichiarato uno di loro.

Alcuni esponenti del governo, così come molti dei fedeli che dopo il festival hanno perso persone care, negano il ruolo che le celebrazioni del Kumbh Mela andate avanti all’insegna degli assembramenti hanno giocato nell’espansione del contagio. Il vicepresidente del Bjp, Baijayant Panda, ha dichiarato che è stata l’ignoranza e le spinte “indu-fobiche” presenti nel Paese a far considerare l’evento un “superspreader”.

Una delle storie riportate rispecchia questo sentire comune. “Perché è morto solo mio padre quando 11 persone della nostra famiglia hanno partecipato al festival?”, ha dichiarato il figlio di Thakur Puran Singh, un politico di 79 anni dello Stato del Kashmir morto di Covid-19 cinque giorni dopo il ritorno dal Kumbh Mela. “Non è un virus che uccide. La morte la decide il destino. Non ho rimpianti”, ha dichiarato. Uno degli ufficiali che si è occupato di tracciare i contatti del signor Singh ha calcolato che oltre 20 persone hanno contratto il virus dopo aver incontrato i membri della famiglia, che dopo il Kimbh Mela ha presenziato anche a quattro matrimoni.

Quella della famiglia Singh è solo una delle storie raccontate dal quotidiano britannico che mostra come il festival religioso abbia avuto un ruolo centrale nella diffusione del Covid-19 in India, e che svela come nessuno si senta realmente responsabile di aver preso parte alle celebrazioni in un Paese profondamente intriso di una cultura religiosa fatta di riti, superstizioni e credenze. Le persone meno coinvolte affidano la responsabilità al governo, che ha autorizzato il festival senza prevederne o ignorandone le drammatiche conseguenze.

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