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Crosetto a TPI: “Il titolo di Libero su Kamala Harris? Una ‘cagata pazzesca’. Il trumpismo non finirà con Trump”

Il cofondatore di Fratelli d'Italia commenta i risultati delle Elezioni presidenziali in USA e gli ostacoli con cui potrebbe scontrarsi l'America di Biden

Di Fabio Salamida
Pubblicato il 10 Nov. 2020 alle 17:21 Aggiornato il 10 Nov. 2020 alle 17:34
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Crosetto a TPI: “Il trumpismo non finirà con Trump”

Come sempre accade le elezioni USA sono diventate terreno di dibattito (e di scontro) anche tra le diverse forze politiche italiane. E se Silvio Berlusconi ha stupito un po’ tutti per i toni moderati usati in una recente intervista rilasciata a Fabio Fazio, l’attuale leader del centrodestra e capo della Lega, Matteo Salvini, è decisamente più schierato sulla linea trumpiana dei “brogli elettorali”. C’è poi chi, come Guido Crosetto, ha sempre guardato ai fatti d’oltreoceano con uno sguardo più neutro e meno militante. Il cofondatore di Fratelli d’Italia, a casa con l’influenza, rappresenta il punto di vista di un osservatore schierato ma non “cheerleader”. “Sono l’unico sintomatico d’Italia negativo al Covid, non ci si crede – racconta sorridendo a TPI – e pensare che avevo fatto anche il vaccino antinfluenzale”.

Che idea si è fatto di questa sfida all’ultimo voto che ha appassionato i tanti italiani che hanno passato nottate intere a seguire lo spoglio?
Per noi le elezioni americane sono qualcosa di totalmente incomprensibile perché lì non c’è il ministero dell’Interno. Essendo una federazione non esiste un centro in cui vengono raccolti i dati: si concludono solo quando tutti gli Stati portano a termine le operazioni di conteggio. Trovo un po’ ridicolo il livello di approssimazione che hanno da sempre gli americani nel gestire questi appuntamenti elettorali: da noi ci si lamenta se tre sezioni della Calabria arrivano con qualche giorno di ritardo, lì ormai si va avanti da una settimana.
È pur vero che c’è stato un massiccio ricorso al voto per corrispondenza a causa del Covid…
Evidentemente non erano preparati e poi in ogni Stato c’è una regola diversa: in alcuni contano i voti arrivati entro un giorno, in altri non c’è limite. Visto da fuori è tutto un po’ surreale, è come se da noi ogni regione avesse un sistema elettorale diverso. Sorrido quando vedo l’Alaska che con un numero di abitanti paragonabile a un municipio di Roma è ancora a metà dello scrutinio.

Lei si è definito politicamente vicino al GOP. In questi giorni Trump e il Partito Repubblicano sembrano essere due corpi quasi estranei. Cosa pensa che resterà del trumpismo in quel partito?
Ci sono diversi Trump: c’è il Trump dipinto come un po’ rozzo, maschilista e superficiale su cui si è fatta molta letteratura: è il Trump che noi abbiamo visto di più da questa parte dell’Oceano. Poi c’è il Trump accerchiato di queste ultime ore, che è ancora diverso. Infine c’è il Trump molto concreto e pragmatico, quello più vero, che ha fatto molto bene all’economia americana (almeno fino alla gestione del Covid), un Presidente che non ha fatto nuove guerre e anzi le ha ridotte. Penso che questi quattro anni andranno riletti con calma tra cinque o sei, depurati dal carattere e dai modi di fare del Tycoon. Il trumpismo, che va al di là di Trump e dei suoi difetti caratteriali, non passerà anche in caso di ufficializzazione della vittoria di Biden. Il Presidente uscente, nel suo modo assai pratico e assai poco intellettuale di affrontare i problemi, ha indicato al GOP una strada su cui il partito dovrà necessariamente interrogarsi: ha stretto un rapporto tutto suo con l’elettorato e questo l’ha portato a recuperare un sacco di voti, sia nella parte latina che nella parte afroamericana del Paese, quella proletaria, riuscendo a dialogare con pezzi di società storicamente ostili ai repubblicani.

Potremmo dire che Trump abbia portato una sorta di ‘conservatorismo popolare di massa’
La sua attenzione all’economia e alla solidità delle aziende americane – una solidità non solo di bilanci ma anche di impatto verso i dipendenti – è stata una novità nell’approccio del suo stesso partito a questi temi. E questo resterà. Poi c’è la politica estera: pensiamo solo a cosa significhi aprire l’ambasciata a Gerusalemme – un atto considerato eccessivo da molti osservatori – e poi dopo riuscire a normalizzare i rapporti tra Emirati Arabi e Israele. È stato il primo a intervenire con decisione nel complicato rapporto tra Serbia e Kosovo, che sarà il primo stato musulmano ad aprire anch’esso un’ambasciata a Gerusalemme.

Ma è stato anche il presidente dei dazi. Non sono stati forse un passo indietro?
In realtà l’enorme polverone che è stato sollevato sui dazi è stato funzionale alla costruzione di rapporti commerciali più equilibrati, ovviamente dal punto di vista americano. Trump è stato il primo a evidenziare in modo duro che non si può far finta che la Cina sia un attore economico come gli altri e questa è un’eredità che lascerà anche a Biden, qualora diventasse ufficialmente il suo successore. Il Presidente democratico favorirà maggiormente il rapporto con l’Europa, ma con una vocazione anti-Cinese perché è l’unico collante che può usare in casa.

In Italia, come spesso accade, le elezioni USA hanno acceso il dibattito tra gli schieramenti, Salvini ha sposato la linea Trump e non ha ancora riconosciuto la vittoria a Biden.
I rappresentanti delle istituzioni si sono già congratulati con Biden, seguendo la linea del mainstream, dopodiché è anche normale che l’opposizione italiana veda nella vittoria dei democratici USA un vantaggio per la maggioranza e in particolare per il Partito Democratico. È il classico ragionamento per cui “l’amico del mio nemico è il mio nemico”. In realtà sia alla maggioranza che all’opposizione dovrebbe interessare come la politica di Trump o di Biden (se sarà lui il presidente) inciderà sull’Italia. Prendiamo ad esempio Obama: se in politica interna, dal mio punto di vista, ha avviato un’importante riforma della sanità che è stata un passo avanti per l’America (ho sempre trovato assurdo che in un Paese ci si possa curare solo se si ha una carta di credito in tasca), sulla politica estera è stato un disastro, ed è stato un disastro per noi più che per gli USA. Pensiamo solo al suo appoggio alle primavere arabe o alla guerra in Libia. Quale sarà la politica estera di Biden? Quali saranno i suoi rapporti con l’Europa e col Mediterraneo?

Per molti commentatori quella dei prossimo Presidente sarà una corsa a ostacoli.
Biden ha un problema: all’interno del Partito Democratico è un moderato. Se volessimo paragonarlo a un politico italiano potremmo dire che è un ex democristiano nel Pd, ma lo stesso Partito Democratico americano ha al suo interno una sinistra molto radicale rappresentata da figure come la Warren ed ancor di più Alexandria Ocasio-Cortez, una sinistra con cui Biden non è mai andato molto d’accordo ma con cui ha dovuto scendere a patti prima per vincere le primarie e poi per vincere le elezioni. Se con Sanders, che è definito un socialista, riuscirà ad avere un dialogo sereno – sia per una questione di età che di visione – con la sinistra radicale faticherà molto, anche perché i numeri del Senato (dove probabilmente il GOP sarà maggioranza) lo costringeranno a moderare molto le sue politiche per avere quei voti repubblicani necessari a governare. Ricordiamoci che il Presidente più forte del mondo deve sempre fare i conti col parlamento più forte del mondo.

Il collante delle due anime dem potrebbe forse essere la futura vicepresidente Kamala Harris, astro nascente della politica americana già proiettata a diventare la prima donna a sedere sulla scrivania dello Studio Ovale?
Ho letto la sua storia, è una donna con gli attributi che si è fatta strada in una società come quella americana, dove indipendentemente dal colore della pelle o dalla provenienza ormai quello che conta è il denaro. Molto dipenderà da come si comporterà nei prossimi quattro anni, ma ha tutte le caratteristiche per diventare un candidato che piace, come lo era Obama a suo tempo. Va anche detto che Biden – che era un candidato che non piaceva – alla fine ha preso più voti dello stesso Obama. Quello che aspetto con ansia, e l’ho scritto, è il giorno in cui per giudicare una persona che serve il suo Popolo citeremo solo quello che ha fatto e non il sesso, le origini, la razza, il colore, l’età, la nazionalità dei genitori, il numero dei figli o la religione.

Cosa che non ha fatto “Libero” con quel titolo vergognoso sulla “vice mulatta”…
Quel titolo è, per dirlo alla Fantozzi, una ‘cagata pazzesca’. È l’ennesimo fatto per far parlare tutta l’Italia, e soprattutto la parte politicamente avversa alla linea editoriale del giornale, un titolo che spesso non rappresenta neanche le idee di chi scrive. Insomma, un’operazione di marketing che funziona sempre: Senaldi provoca per ampliare gli spazi di comunicazione e ci riesce ogni volta. D’altro canto il metodo è stato inventato dal suo maestro.

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