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“Il voto in Usa ci dice che Trump non è un fenomeno passeggero”

A parlare a TPI è Riccardo Alcaro, esperto di Relazioni transatlantiche e coordinatore delle ricerche dell’Istituto Affari Internazionali (IAI), che spiega quali scenari si aprono dopo il testa a testa alle elezioni presidenziali tra Donald Trump e Joe Biden

Di Niccolò Di Francesco
Pubblicato il 4 Nov. 2020 alle 17:36
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Immagine di copertina

Il mondo intero è con il fiato sospeso in attesa di conoscere il nome del prossimo presidente degli Stati Uniti d’America. Sarà di nuovo Trump a spuntarla o Joe Biden riuscirà a strappare una vittoria, seppur risicata? Di certo, qualunque sia il verdetto, i prossimi 4 anni si preannunciano durissimi per gli Usa, che oggi più che mai appaiono come un Paese letteralmente diviso a metà. Ne è convinto Riccardo Alcaro, coordinatore delle ricerche e responsabile del programma “Attori globali” dello IAI (Istituto Affari Internazionali), che in un’intervista a TPI spiega quali scenari possono aprirsi dopo questa situazione di incertezza elettorale e quali possono essere i risvolti, anche sociali, che la vittoria di uno o dell’altro candidato possono provocare negli States.

L’America e il mondo intero sono in attesa di conoscere il nome del 46esimo presidente degli Stati Uniti. Quali scenari si aprono dopo questo testa a testa che potrebbe non risolversi entro breve?
Gli scenari sono essenzialmente due: una vittoria di misura del collegio elettorale di Biden o una vittoria di misura del collegio elettorale di Trump, con la differenza che Trump è indietro e resterà indietro nel voto popolare. Il voto popolare, ricordiamolo, è ininfluente per determinare chi vince la Casa Bianca, ma, se dovesse prevalere Trump per la terza volta in vent’anni il nuovo presidente sarebbe il candidato che ha preso meno voti a livello popolare e per la prima volta un presidente eletto da una minoranza sarebbe confermato nuovamente con i voti di una minoranza (Trump nel 2016 prese 3 milioni in meno di Hillary Clinton n.d.r.). Nel caso di vittoria di Trump, sarebbe anche la prima volta che un candidato perde nonostante abbia guadagnato oltre il 50% del voto popolare (Biden è accreditato al 50,1% contro il 48,38% di Trump).

Se invece dovesse trionfare Biden sarebbe sicuramente la più risicate delle vittorie, soprattutto se non dovesse prevalere neanche in Pennsylvania. A prescindere da questo, però, un Biden presidente si troverebbe con ogni probabilità ad avere a che fare con un Senato ancora in mano ai repubblicani. Questo renderebbe di fatto impossibile per Biden fare avanzare la sua agenda legislativa e addirittura renderebbe complicato selezionare i membri del suo stesso gabinetto visto che il Senato ha il potere costituzionale di approvarli.

In molti profetizzavano una grande onda blu a favore di Biden, sostenendo che Trump fosse una sorta di incidente di percorso nella storia americana. Il presidente uscente ha invece dimostrato di rappresentare una grande fetta del Paese. Si può dire che, aldilà di come vada, ne esca comunque vincitore?
No, non direi che Trump ne esce comunque vincitore, anche se non si può nemmeno definire sconfitto. Certo è che la storia di questa elezioni ci dicono che il trumpismo è tutt’altro che un fenomeno passeggero, ma è l’agenda del partito Repubblicano. Trump è sempre stato considerato una forza politica formidabile, alcuni si aspettavano, sulla base dei sondaggi e della scarsa popolarità del tycoon, che ci fosse un ripudio nei confronti di Trump come presidente, non tanto per le sue politiche, anche se alcune sono controverse, ma per la condotta, lo stile, il tono, la retorica così aggressiva e così delegittimante, le infinite affermazioni false, le accuse senza fondamento. Tutto questo era impensabile prima di Trump e si credeva potesse avere un impatto su una parte considerevole dell’elettorato con una sconfitta significativa di Trump quantomeno nel voto popolare. Tutto questo non è avvenuto e Trump, qualora dovesse perdere, è oggi in una posizione di forza tale che potrebbe anche pensare di ricandidarsi nel 2024.

Come può incidere questa fase di stallo, ma anche l’eventuale risultato a favore di uno e dell’altro candidato, sullo stato sociale di un Paese già messo a dura prova dall’epidemia di Coronavirus?
Qualunque sia il risultato i prossimi 4 anni sono anni in cui la polarizzazione e la contestazione interna crescerà. L’America è spaccata a metà e queste due metà si riconoscono sempre di più come reciprocamente illegittime, distanti e aliene. Se le élite non riusciranno a trovare terreni comuni e a far sì che l’avversario politico non venga in qualche modo sempre delegittimato, le tensioni aumenteranno sempre di più. Se dovesse vincere Trump, l’elettorato democratico avrebbe una certa riluttanza nell’accettare di vedere, per la seconda volta consecutiva, un presidente così controverso nuovamente eletto con meno voti a livello popolare. Se invece dovesse prevalere Biden, la contestazione crescerebbe perché Trump continuerebbe a gettare discredito sull’avversario, cercando sicuramente di bloccare la conta dei voti nelle corti. Anche nel caso diventasse presidente, Biden si ritroverebbe con un Trump, anche se sconfitto, così forte da avere in mano il partito Repubblicano, che potrebbe dare battaglia al Senato non lasciando molti margini di manovra ai democratici.

L’immagine degli Usa come superpotenza viene ridimensionata da questa situazione di incertezza elettorale.
Se le cause legali promesse da Trump e dai repubblicani dovessero protrarsi a lungo, bloccando di fatto l’esito del voto, gli Stati Uniti non darebbero un bello spettacolo come democrazia stabile ed equa. In democrazia siamo abituati al principio che chi prende il 50% + 1 conquista il seggio elettivo. Se per tre volte dal 2000 questo non avviene dopo che per 112 anni non era mai successo (dal 1988 al 1996 il vincitore nel collegio elettorale era stato il candidato che aveva preso la maggioranza dei voti), è impossibile sottrarsi all’idea che c’è qualcosa che non va nel sistema elettorale degli Usa. Il clima di polarizzazione e contestazione viene ovviamente guardato con enorme favore dagli Stati stranieri rivali degli Usa. In primo luogo la Russia, che è lo stato più contento di questa situazione, e poi la Cina.

Come cambieranno gli Stati Uniti con la vittoria di uno o dell’altro candidato.
Se dovesse prevalere Trump, ci dovremmo aspettare più o meno le stesse identiche politiche che abbiamo visto. Sul fronte interno ci sarà un’attenzione a tenere basse le tasse, ci sarà un’ulteriore stretta sull’immigrazione regolare con una chiusura totale alla richieste dei richiedenti asilo, non ci saranno riforme della polizia. Bisogna vedere che succederà sul fronte dell’assistenza sanitaria. Comunque Trump, se fosse rieletto, avrebbe a che fare con una Camera a maggioranza democratica e per due anni la sua agenda legislativa sarebbe bloccata come lo è stata dal 2017 in poi.

Sul fronte estero, avremmo una continuazione dell’ostilità nei confronti della Cina, che si accompagna a un’ostilità nei confronti di tutti gli altri attori che gli Stati Uniti possono vedere, dal punto di vista di Trump, come rivali compresa l’Europa. Un eventuale secondo mandato Trump penso che potrebbe avere conseguenza di lungo periodo sull’ordine internazionale perché segnalerebbe forse l’abbandono definitivo e brusco da parte degli Stati Uniti di quel ruolo di garante di alcuni ordini regionali se non globali che invece ha caratterizzato il ruolo degli Usa nei settant’anni successivi alla Seconda guerra mondiale. Se dovesse vincere Biden, invece, avremmo sicuramente un reinvestimento nella relazione con l’Europa, un tentativo di sviluppare un dialogo più coordinato con l’Europa nel far fronte all’influenza cinese e avremmo anche un reinvestimento americano nelle istituzioni multilaterali.

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