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Ero dentro il Congresso Usa quella sera, vi racconto cosa ho visto

Di Iacopo Luzi
Pubblicato il 8 Gen. 2021 alle 08:53 Aggiornato il 8 Gen. 2021 alle 19:13
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Immagine di copertina
Illustrazione di Emanuele Fucecchi

Doveva essere un giorno normale, per quanto non si sia mai visto un giorno tranquillo negli ultimi quattro anni di presidenza Trump. Eppure il sei di gennaio ero sicuro che sarebbe stato solamente un giorno lungo, estenuante, a tratti noioso (probabilmente sarei uscito alle tre di notte), ma che avrebbe portato a un risultato certo e ineluttabile: la certificazione della vittoria di Joe Biden alle presidenziali 2020.

E così sarebbe dovuto essere, nonostante la volontà di qualche repubblicano di opporsi e portare il tutto per le lunghe. Da giorni si vedevano trumpisti in giro per la città e, viste anche le parole incendiare del presidente, gridate pure davanti la Casa Bianca nella mattinata di mercoledì, qualcuno si aspettava possibili violenze, magari scontri con i membri di Black Lives Matter e gli Antifa, come era successo nelle precedenti proteste.

Nessuno poteva immaginare, nemmeno le forze di polizia, che delle rumorose proteste ai piedi del Campidoglio si sarebbero tramutate in un’invasione del Congresso, uno dei luoghi in teoria più sicuri al mondo, e una forzata sospensione delle sue attività per svariate ore, mentre la paura e il panico prendevano il sopravvento.

E tu nel mezzo, mentre dall’Italia già partivano le chiamate e i messaggi preoccupati. Nel mezzo di questo assurdo giorno: quattro morti, più di cinquanta arrestati, due bombe artigianali trovate nei dintorni del Capitol Hill, un poliziotto morto per le ferite riportate negli scontri e uno degli emblemi degli Stati Uniti trasformato in una baraonda di esagitati convinti che le elezioni fossero state rubate. Ovviamente senza alcuna prova concreta e reale.

Perché ricordiamolo: ok protestare, ma ha senso quando la ragione della protesta è una clamorosa menzogna? Io sono un giornalista televisivo e, quando si fanno coperture live dal Congresso, per forza di cose ti ritrovi a stare in quelle che vengono chiamate Cannon e Russell Rotunda, dei colonnati molto telegenici ubicati negli edifici legislativi ai lati del Campidoglio. Sei lì, ascolti ciò che succede nelle due aule e racconti davanti a una telecamera ciò che sta accanendo, se sei fortunato placchi qualche congressista o senatore che passa di lì e magari ti esce fuori anche uno scoop.

Eppure, ieri, la notizia era fuori, a trecento metri, fra gas lacrimogeni e spray urticante. Io avevo visto la polizia del Congresso chiudere gli edifici per dei falsi allarmi in passato, capita spesso, ma non avevo mai visto le facce degli agenti così spaventate, senza la minima idea di che cosa stesse succedendo veramente e di quali pericoli avrebbero potuto incontrare fra il labirinto di corridoi e tunnel che compongono la rete sotterranea del Campidoglio.

So solo che, in cinque minuti, tutte le persone presenti nel Congresso sono state evacuate e portate di forza nei sotterranei, al sicuro. All’inizio si pensava fosse un allarme bomba. Solo dopo, nell’incredulità generale, mentre la polizia entrava e usciva di corsa, apparivano agenti in equipaggiamento antisommossa e con la pistola fuori dalla fodera, ci è stato detto che dei manifestanti erano entrati dentro il Congresso e c’era da tutelare la sicurezza dei legislatori, dei giornalisti, di tutta la gente che lavora lì.

Il congresso era in lockdown. Nessuno entra, nessuno esce. Io, insieme a diversi membri della Camera, chiusi, aspettando che il peggio passasse. Vane le mie proteste e le grida per farmi uscire, che, diamine, dovevo andare nel mezzo della notizia, che ero un giornalista, che la sicurezza era l’ultimo dei miei pensieri. Nulla da fare. Eppure le voci delle centinaia di persone che avevano fatto irruzione dentro, fino ad arrivare sotto la cupola del Congresso e dentro l’ufficio della presidente Nancy Pelosi, manco fossero a casa loro, quelle sì, si potevano sentire chiaramente.

Da giornalista, non ero spaventato. Questa gente non mi ha mai spaventato. Ho sempre pensato che fossero dei fanatici, ma spesso e volentieri delle tigri di carta che parlavano tanto e facevano, alla fine, poco. E ripeto: non che questo mercoledì abbiano fatto tanto, sicuramente più del solito, ma alla fine il tutto si è ridotto nel ribaltare qualche tavolo, rompere qualche porta, alcune finestre, portarsi a casa dei “souvenir” e farsi delle foto in stile vacanza Alpitour, alcune con la stessa polizia che, per una falla immensa nella sicurezza, ha permesso che entrassero quasi indisturbati.

Il fatto è che la polizia del Congresso deve garantire la sicurezza dei suoi membri, non affrontare orde di persone furibonde. E di fronte a tanta rabbia e forza, la polizia si è ritrovata completamente in inferiorità numerica per svariate ore, utilizzando la forza bruta, e uccidendo una manifestante, solo quando le persone si erano avvicinate troppo all’area dove si trova l’ufficio della presidente della Camera dei Rappresentanti.

Per il resto, la priorità era ridurre la tensione, soprattutto perché c’erano dei manifestanti armati con fucili semiautomatici. Bastava veramente poco per trasformare tutto in una carneficina in pieno stile sparatoria di massa americana. Io, dal sotterraneo, sono riuscito dopo un po’ a uscire, andare fuori e non credere ai miei occhi: il Congresso era ancora in mano ai trumpisti, mentre i giornalisti venivano colpiti, le telecamere distrutte, senza che nessuno indossasse una benedetta mascherina nel mezzo di una pandemia come quella attuale. Ma quello, onestamente, era l’ultimo dei problemi.

Solo dopo ore e un massiccio intervento di praticamente tutte le forze dell’ordine presenti nella capitale, dalla guardia nazionale al servizio segreto, la situazione è tornata lentamente alla normalità, mentre l’oscurità scendeva sulla città e il sindaco di Washington imponeva un coprifuoco dalle 18 in poi. Freddo, buio, urla e grida che lentamente si affievolivano. Washington, la capitale degli Stati Uniti, il centro del potere dello zio Sam, era diventata improvvisamente una città fantasma, con le strade bloccate, sirene blu e volanti ovunque, mentre i trumpisti, probabilmente convinti di aver fermato la certificazione della vittoria di Biden per sempre, se ne tornavano a casa.

In giro solo qualche lupo solitario che, vedendo noi giornalisti, si fermava a chiedere se fossimo dei patrioti e se dicessimo la verità. Molti di loro con il cellulare in mano, scattando foto, e gridando: “Ti controlliamo, eh”. Io, di rimando, non potevo fare altro che sorridere alla cattiva sorte, consapevole che sarebbe potuta andare molto peggio. Ma con una certezza: una delle pagine più misere della storia americana si era appena conclusa. E una consolazione: alle otto di sera la certificazione ha ripreso il suo corso e nella notte dil giovedì Biden è stato ufficialmente nominato 46° presidente degli Stati Uniti.

Trump, pare, si sia convinto ad autorizzare una transizione pacifica, senza concedere la vittoria, anche se si temono nuove proteste e nuove violenze. Questa volta la sicurezza sarà ben diversa. E poi il 20 gennaio lascerà la Casa Bianca, probabilmente senza essere portato fuori di peso, e si inaugurerà la presidenza Biden, mentre i manifestanti pro-Trump torneranno alle loro vite, con una lezione appresa (forse): puoi fare tutto il rumore che vuoi, usare tutta la forza che ti pare, ma la democrazia non si può fermare. Vince sempre, alla fine.

Magari farà una figuraccia, perché di figuraccia stiamo parlando con uno dei luoghi cardine degli Stati Uniti vilipeso in mondovisione, ma alla fine proseguirà con il suo corso. E come ha detto il senatore dello Utah, Mitt Romney: questa gente verrà ricordata per questo vergognoso episodio. Sarà la loro eredità, insieme a quella di Trump. Il resto sarà solo un lontano, e per alcuni, brutto ricordo, che lentamente scomparirà.

Leggi anche: 1. Il giorno più buio dell’America (di Giulio Gambino) // 2. Il golpe di Trump (di Luca Telese) // 3. La democrazia Usa cancellata per qualche ora, ma il vero sconfitto è Trump (di G. Gramaglia); // 4. Ora non dite che sono solo quattro patrioti sballati (di Giulio Cavalli); // 5. E se i manifestanti pro Trump che hanno assaltato il Congresso fossero stati neri?

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