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La democrazia Usa cancellata per qualche ora, ma il vero sconfitto è Trump

Di Giampiero Gramaglia
Pubblicato il 7 Gen. 2021 alle 06:05
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Immagine di copertina

È il giorno più nero della democrazia americana: un giorno nero innescato da un presidente che non avrebbe mai dovuto essere scelto e che non accetta di andarsene dopo essere stato bocciato, nelle elezioni del 3 novembre, nel voto popolare – 80 milioni di suffragi a Joe Biden, 74 a lui – e nel meccanismo costituzionale dei Grandi Elettori – 306 per Biden e 234 per lui -.

Donald Trump è il grande perdente di una giornata il cui bilancio è drammatico, se non diventerà tragico: fa perdere al suo partito i ballottaggi in Georgia e la maggioranza in Senato, dopo avere perso la Casa Bianca; e perde la credibilità che gli resta, se gliene resta, e se ne ha mai avuta, arringando a suon di falsità la banda di facinorosi suoi sostenitori convenuti a Washington perché si facciano sentire.

E loro eseguono l’ordine del loro ‘comandante in capo’. Lo scenario è da guerra civile: la capitale dell’Unione blindata da polizia e Guardia Nazionale e centinaia, al massimo migliaia, di ‘trumpiani’ che aizzati dal presidente assediano il Campidoglio, gli danno l’assalto e vi si introducono, alcuni armati, inducendo parlamentari e funzionari ad evacuare due edifici e costringendo i parlamentari a sospendere i lavori. Il tutto sventolando bandiere suprematiste e con i richiami allo schiavismo e rivendicando il diritto a portare armi.

Le immagini televisive mostrano agenti dell’Fbi con le armi in pugno nelle aule di Senato e Camera, energumeni che si siedono sugli scranni dei presidenti dei due rami del Congresso, comitive che percorrono come turisti i corridoi del Campidoglio e persone fatte distendere a terra con le mani sopra la testa; c’è notizia di una donna uccisa da un colpo d’arma da fuoco, s’ignora in che circostanze. Fatti senza precedenti a Washington.

Il presidente eletto Joe Biden denuncia il presidente uscente Donald Trump per avere infiammato gli animi dei suoi sostenitori con ripetute false affermazioni sulle “elezioni rubate” e parla di minaccia inaudita alla democrazia americana. E i media contestano l’inazione del presidente, che, dopo avere fomentato i suoi fan, si limita a un appello perché rispettino la polizia e le forze dell’ordine, che “sono dalla nostra parte”.

Poi, finalmente Trump compare in televisione, dopo che Biden quasi gli ha ingiunto da farlo: “Andate a casa”, dice, insistendo, però, che le elezioni gli sono state rubate e criticando il suo vice Mike Pence. A Washington giungono rinforzi dalla Virginia, in appoggio ai 340 militari della Guardia Nazionale che affiancano la Metropolitan Police per mantenere l’ordine, dopo tafferugli la notte tra martedì e mercoledì, vicino alla Casa Bianca.

Molte strade sono bloccate con mezzi pesanti, i controlli sono stringenti. Ma i manifestanti, spinti dalle parole incendiarie di Trump, premono all’ingresso dell’edificio del Congresso.

Eppure, la democrazia americana stava riuscendo a celebrare i suoi riti: la Georgia aveva appena consegnato il controllo del Senato ai democratici, che vincono entrambi i ballottaggi – l’esito sarà presto ufficiale – e il Congresso si preparava a formalizzare il successo di Biden nelle presidenziali, riconoscendogli il diritto d’insediarsi alla Casa Bianca il 20 gennaio.

Per almeno due anni, Biden potrà governare con l’appoggio di tutto il Congresso e trasformare le promesse in decisioni. Per il magnate presidente, è il giorno più nero: lui che vuole sempre vincere si trova cucita addosso l’etichetta di ‘looser’, perdente.

Ma Trump non s’arrende né al diritto né all’evidenza: rilancia accuse di brogli e truffe, sempre senza lo straccio d’una prova; e arringa i suoi fan all’Ellipse, a sud della Casa Bianca, al raduno “Save America”. Ai suoi sostenitori, che non sono una folla oceanica, Donald il perdente propina l’ultima fake news: “Se Mike Pence fa la cosa giusta, vinciamo le elezioni”, mettendo pressione sul suo vice perché ribalti nella plenaria del Congresso il risultato del voto.

E bolla come “deboli” i repubblicani che intendono certificare la vittoria di Biden. Pence presiede la riunione congiunta di Camera e Senato, che deve prendere atto del voto espresso il 14 dicembre dal Collegio elettorale: 306 per Biden e 232 per Trump. “Gli Stati – dice il magnate – vogliono correggere i loro suffragi che sanno essere basati su irregolarità e frodi. Tutto quello che Mike deve fare è rinviarli agli Stati, così VINCEREMO. Fallo Mike, è l’ora dell’estremo coraggio”.

Le possibilità di un colpo di mano istituzionale riposa sull’iniziativa di una dozzina di senatori, guidati dall’ex aspirante alla nomination Ted Cruz, e di decine di deputati repubblicani che contestano, nella plenaria del Congresso, i voti nei sei Stati più contesi, quelli dove Trump ha invano presentato ricorsi, tutti respinti fino alla Corte Suprema.

Si comincia, in ordine alfabetico, dall’Arizona: quando viene annunciata la prima contestazione, l’applauso che l’accompagna dà una misura del sostegno alla mossa, largo, ma non maggioritario. La procedura prevede che, se almeno un deputato e un senatore sollevano obiezioni ai voti espressi dal Collegio elettorale, il Congresso interrompa la plenaria e le due camere ne discutano separatamente per un massimo di due ore e poi votino.

Per ribaltare il risultato dei Grandi Elettori occorre il consenso di entrambi i rami del Congresso e, dato che i democratici sono comunque maggioranza alla Camera, a prescindere dai risultati della Georgia, ogni contestazione sembra destinata al fallimento, ma creerà confusione e ritardi.

In un discorso carico di emotività, il leader dei repubblicani in Senato Mitch McConnell prende le distanze dalla contestazione dei risultati: “Rovesciare l’esito del voto spingerebbe la nostra democrazia in una spirale mortale”. Poi, l’attacco dei ‘trumpiani’ e la sospensione dei lavori. La democrazia è rinviata, speriamo soltanto di qualche ora. Va in scena la sommossa, speriamo soltanto un simulacro.

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