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Attacco aereo Usa contro le milizie pro-Iran al confine tra Iraq e Siria. “Almeno 5 morti”

Immagine di copertina
Credit: EPA/GREG L. DAVIS/ANSA

Le forze aeree degli Stati Uniti hanno bombardato ieri varie “strutture utilizzate da milizie sostenute dall’Iran” al confine tra Iraq e Siria, provocando la morte di almeno cinque miliziani iracheni. La notizia dei raid è stata confermata in una nota dal Pentagono, mentre il bilancio delle vittime – ancora provvisorio – è stato diramato questa mattina dall’Osservatorio siriano per i diritti umani, una ong con sede a Londra.

“Su ordine del presidente Biden, le forze militari statunitensi hanno effettuato una serie di attacchi aerei di precisione a scopo difensivo contro le strutture utilizzate dalle milizie sostenute dall’Iran nell’area al confine tra Iraq e Siria“, si legge nella dichiarazione firmata dal portavoce del Pentagono, John Kirby.

“Gli obiettivi sono stati selezionati perché queste strutture venivano utilizzate dalle milizie sostenute dall’Iran coinvolte in attacchi con veicoli aerei senza equipaggio (UAV) contro il personale e le installazioni statunitensi in Iraq“, prosegue la nota. “In base al diritto internazionale, gli Stati Uniti hanno agito in virtù del loro diritto all’autodifesa“.

I velivoli statunitensi hanno bombardato una serie di centri operativi e depositi di armi situati in due località in Siria e in un’altra in Iraq. “Almeno cinque combattenti delle milizie irachene appoggiate dall’Iran sono rimasti uccisi e molti altri sono stati feriti in un raid aereo americano”, ha riferito questa mattina l’Osservatorio siriano per i diritti umani.

Secondo l’ong con sede a Londra, le vittime apparterrebbero a non meglio precisate unità para-militari inquadrate nelle Forze di mobilitazione popolare, in arabo Hashd al-Shaabi, un raggruppamento di milizie filo-iraniane per lo più sciite affiliate all’esercito iracheno e fondate nel 2014 a seguito della chiamata alle armi dell’ayatollah Ali al-Sistani che, dopo il dileguarsi dell’esercito regolare a Mosul, chiamò a raccolta la popolazione per combattere contro l’Isis.

Nel gennaio del 2020, un altro raid statunitense ordinato dal presidente Donald Trump uccise a Baghdad il vice comandante delle Forze di mobilitazione popolare, Abu Mahdi al-Muhandis, insieme al comandante della Forza Quds delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, Qassem Soleimani.

Gli attacchi agli interessi statunitensi in Iraq

Numerosi e ripetuti attacchi si sono susseguiti negli ultimi mesi contro gli interessi statunitensi in Iraq. Washington attribuisce sistematicamente la responsabilità di queste azioni alle fazioni paramilitari irachene vicine a Teheran. Dall’inizio dell’anno, oltre una quarantina tra attacchi con droni e attentati hanno preso di mira gli interessi degli Stati Uniti nel Paese arabo, dove sono schierati circa 2.500 soldati americani nel quadro della coalizione internazionale che combatte in Siria e in Iraq contro il sedicente Stato Islamico (Isis).

Il ricorso ai droni, una novità relativamente recente per questo genere di attacchi compiuti dalle milizie irachene, ha messo a dura prova le forze della coalizione, vista la capacità di questi velivoli di sfuggire alle batterie di difesa aerea C-RAM, installate dall’esercito statunitense per difendere le proprie truppe.

Un drone “carico di tritolo”, secondo le autorità curdo-irachene, ha colpito ad aprile il quartier generale della coalizione presso l’aeroporto di Erbil, nel nord dell’Iraq, dove sono schierate anche le truppe italiane. Un altro velivolo senza pilota “suicida” si è schiantato a maggio sulla base aerea irachena di Ain al-Assad, nell’ovest del Paese arabo, dove sono presenti anche soldati americani. All’inizio di giugno, tre droni hanno preso di mira l’aeroporto di Baghdad, dove sono schierati i militari statunitensi, e cinque razzi sono stati lanciati contro un’altra base aerea dove operano truppe americane.

Non si tratta comunque del primo raid ordinato nell’area dal presidente Joe Biden. A fine febbraio gli Stati Uniti hanno bombardarono una località della Siria orientale, al confine con l’Iraq, prendendo di mira una serie di infrastrutture usate dalle milizie appoggiate dall’Iran. Allora, l’Osservatorio siriano dei diritti umani riferì la morte di almeno 17 miliziani.

Anche in quel caso, il Pentagono affermò che il raid rappresentava una risposta a un attacco missilistico compiuto in Iraq a metà febbraio nel quale perse la vita un contractor americano e vari militari statunitensi e di altre forze della coalizione rimasero feriti.

L’Iraq al centro della scena internazionale

Gli attacchi aerei statunitensi arrivano in un momento delicato per la diplomazia internazionale, che vede proprio l’Iraq al centro della scena. Il segretario di stato degli Stati Uniti, Antony Blinken, è arrivato ieri a Roma, dove questa mattina presiederà insieme al ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, la riunione della Coalizione anti-Isis, a due anni dall’ultima tenuta a Washington.

Il vertice previsto alla Fiera di Roma costituisce, secondo una nota della Farnesina, “un appuntamento molto importante per gli 83 membri della Coalizione”. “La riunione ministeriale di Roma sarà un’occasione per riaffermare la coesione della Coalizione nell’assicurare una sconfitta duratura di Daesh, per riaffermare il comune impegno per la stabilizzazione delle aree liberate in Siria e Iraq, e per rafforzare la cooperazione”.

Non solo. Ieri, Baghdad ha ospitato un summit tra i leader di Iraq, Giordania ed Egitto, in cui il primo ministro iracheno Mustafa al-Kadhimi ha accolto il monarca giordano Abdullah II e il presidente egiziano Abdel Fatah al-Sisi nell’ambito del quarto round del Meccanismo di coordinamento e cooperazione trilaterale lanciato al Cairo nel marzo del 2019. Particolarmente importante la presenza di Al-Sisi, primo presidente egiziano a recarsi in visita in Iraq negli ultimi 30 anni.

Secondo una nota firmata dal portavoce del presidente egiziano, Bassan Rady, il vertice è stata un’occasione per discutere il consolidamento della collaborazione trilaterale in diversi settori e il coordinamento nella regione alla luce delle sfide “senza precedenti” che minacciano la sicurezza dei Paesi arabi e del Medio Oriente.

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