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Zanardi, il moderno Prometeo che col suo coraggio è riuscito a riunire un Paese lacerato

Di Lorenzo Tosa
Pubblicato il 22 Giu. 2020 alle 11:26 Aggiornato il 22 Giu. 2020 alle 14:10
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Immagine di copertina
Illustrazione di Emanuele Fucecchi

Un po’ tutti in questi giorni ce lo siamo chiesti. Perché? Come ha fatto un uomo di 53 anni all’apparenza politicamente disimpegnato, non noto per posizioni o azioni umanitarie eclatanti, così lontano dal mainstream televisivo, a riuscire a stringere e a ricucire, nel giro di 48 ore, un intero Paese mai così lacerato come in questi mesi di pandemia? Alla fine mi sono dato una risposta, l’unica possibile. Che Alex Zanardi non è un uomo. Almeno, non nel modo in cui comunemente intendiamo questa parola. È uno che ha preso, dell’umanità, tutto quello che gli serviva – la fragilità, il dolore, le emozioni, il senso di provvisorietà – e le ha spremute come un limone su un corpo e un fisico da extraterrestre, incapace di rispondere alle più elementari leggi fisiche.

E quello che ne è venuto fuori è una specie di moderno Prometeo, così profondamente umano nella sua hýbris da avere addirittura l’ardire di sfidare gli dei. Si è assunto lui, per tutti, l’onere di spingere i nostri limiti sempre più in là, per vedere cosa succederà, fino a che punto ci sarà terra sotto i piedi. Solo che, se sei Prometeo, se nella vita ti sei dato come unica missione quella di restituire agli umani il fuoco, a un certo punto finisce che, un pomeriggio di settembre di inizio millennio, qualcuno bussi alla tua porta e ti presenti il conto. Prima che tu possa accorgertene, ti porta via in un amen le due gambe, ti manda un elisoccorso e un cappellano che ti recita l’estrema unzione, ti fa assaggiare sette arresti cardiaci, sei settimane di ricovero, 15 operazioni. E, alla fine, ti rispedisce a casa, perché in fondo la lezione dovrebbe bastare.

È l’anno di disgrazia 2001: le Torri gemelle sono appena crollate e la carriera di Alex Zanardi da Bologna è clinicamente finita, che già riuscire a respirare e poter riabbracciare suo figlio Niccolò è un miracolo. Quelli come Alex, però, non sono programmati per starsene in casa sul divano a spingere i tasti di un telecomando e a trascinare una carrozzella al parco. A 35 anni, dopo due mondiali vinti in Champ Car e la gloria della Formula Uno, privo di entrambe le gambe, si mette in testa che la parte più importante della sua carriera deve ancora cominciare. Torna ad allenarsi, con il doppio della forza, il triplo dei sacrifici, si affida ai migliori esperti di protesi artificiali, impara a camminare con le sue nuove gambe e poi a guidare, infine a gareggiare.

E, quando ha fatto tutto questo, quando ha vinto quella scommessa fatta con se stesso in un ospedale di Berlino di tornare a correre (e a trionfare) al volante di una monoposto, Zanardi cambia tutto di nuovo: sport, mezzo, vita, obiettivi. Un giorno un amico gli consiglia di provare una di quelle nuove handbike per atleti con disabilità. Lui comincia a pedalare quasi per scherzo, una mattina in cui non ha di meglio da fare. Ma anche su una carrozzella Alex non è uno come tutti gli altri. Nel 2007, senza aver mai gareggiato nemmeno alla podistica sotto casa, si presenta alla Maratona di New York a bordo di una handbike semi-professionale: arriverà quarto. Nei successivi dieci anni diventerà il paraciclista più forte di tutti i tempi, vincendo, tra il 2012 e il 2019, 16 ori, 7 argenti e 1 bronzo tra Olimpiadi e Mondiali, spingendo i limiti umani a vette e possibilità che neppure esistevano prima che arrivasse lui a mostrarcele. Zanardi non è un atleta.

È un centauro hi-tech metà uomo e metà cavallo in fibra di carbonio che ha reinventato il concetto stesso di sportivo paralimpico, trascinandolo letteralmente a bracciate in una nuova dimensione di professionismo. È quello che tutti vorrebbero essere, ma nessuno ha il coraggio per diventare. Un giorno, in una scuola di Roma, durante un incontro con gli studenti, un ragazzo si alza e gli chiede quale sia il suo rapporto con la paura. Alex ci pensa un po’ su, poi risponde. “È possibile che, se il fulmine mi è arrivato tra capo e collo una volta, mi colpisca nuovamente, ma rimanere a casa per evitare e scongiurare quest’ipotesi significherebbe smettere di vivere, quindi no, io la vita me la prendo…”

Se sei Prometeo, certe cose le metti in conto. Così un giorno di giugno quel fulmine torna, in un pomeriggio che più sereno di così non si può, nel bel mezzo di una discesa lungo la Strada provinciale che collega Pienza e San Quirico d’Orcia, mentre stai correndo la gara forse meno importante e meno organizzata della tua vita, e che pure – maledetta passione – ti rende l’uomo più felice del mondo. Arriva sotto forma di un autotreno di sette tonnellate e di un autista incolpevole che ti vede spuntare all’ultimo momento come una macchia appena di colore. Un fulmine, appunto. Ancora quell’elisoccorso che si alza in volo, ancora un’operazione disperata, il chirurgo che ti ricostruisce la faccia pezzo per pezzo neanche fosse il motore di una delle tue Bmw, che ti ripulisce il cervello dalle ossa, e poi la terapia intensiva, il coma farmacologico, l’Italia che si ferma ancora una volta.

Ma questa volta è tutta, tutta, letteralmente, col fiato sospeso per quel suo Prometeo che per noi aveva osato rubare il fuoco e un dio vendicativo ha deciso di punire, non una ma due volte. E allora realizzi che è quella la ragione, esattamente quella, per cui stiamo lì, inebetiti, a cercare di carpire un’ultim’ora, a interpretare ogni sopracciglio alzato del chirurgo durante il bollettino quotidiano. Perché quelli come Alex Zanardi non sono Noi. Se lo fossero, se fosse uno di noi, un essere umano come tutti, saremmo dispiaciuti. Invece no, quando Zanardi lotta tra la vita e la morte , è come se, insieme a lui, fosse sul punto di crollare quel mito di invincibilità che gli abbiamo costruito intorno perché ci faceva comodo.

Abbiamo dato così per scontato che questa storia dovesse avere un lieto fine, da essere incapaci di accettare l’evidenza del contrario. Quelli come Zanardi sono supereroi che si travestono da uomini per illuderti che, se ci credi abbastanza, anche tu potrai, per un giorno almeno, travestirti da supereroe. Quelli come Zanardi non possono morire, non è così che deve andare, questo finale non c’è nella storia che ci hanno raccontato. Perché, se non ce la fa lui, come potremmo mai farcela noi, con le nostre piccole paure e miserie quotidiane? Non ci sono risposte per una domanda del genere, ma solo preghiere.

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