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La prima vaccinata in Puglia a TPI: “Una responsabilità grandissima e l’obiettivo di fermare i no vax”

Di Veronica Di Benedetto Montaccini
Pubblicato il 27 Dic. 2020 alle 17:20 Aggiornato il 27 Dic. 2020 alle 17:21
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Immagine di copertina

“Che grande emozione e che grande responsabilità vaccinarsi per primi”. Lidia Dalfino, 52 anni e titolare del reparto di rianimazione del Policlinico di Bari, è la prima dottoressa vaccinata in Puglia.

Da marzo ad oggi ha assistito almeno 200 pazienti affetti dal Covid e visto molti di loro perdere la vita lontani dai parenti: anziani, giovani, con o senza malattie pregresse. Ha visto con i suoi occhi le conseguenze della pandemia e per questo oggi, domenica 27 dicembre, ha deciso di sottoporsi per prima all’iniezione anti-Covid in occasione del “V-Day” che lancia la campagna in Italia in Europa dopo il via libera dell’Ema.

Che effetto fa essere tra i primi vaccinati in Italia?
“È stato simbolico ed emozionante. Si avverte molto la responsabilità di essere d’esempio. Sono molto felice”.

Come è stata la giornata, come si è svolta?
“Siamo state vaccinate in tre persone, tre donne. Io, una collega specializzanda e la caposala del Pronto Soccorso di medicina Covid. C’era l’assessore alla Salute e tantissima stampa, è stato un evento insomma”.

Come siete state scelte?
“Ci hanno selezionato perché donne, essendo un ospedale rosa. E perché siamo state in prima linea dall’inizio della pandemia. Siamo state molto impegnate tutte e tre a combattere il Covid da vicino”.

Non bisogna ancora stare tranquilli, la lotta è lunga. Però si può dire che il vaccino è un primo segno di speranza?
“Assolutamente sì. Sarà sicuramente una data storica, ma se a questo fa seguito un’adesione di massa alla campagna vaccinale. Se rimarrà soltanto un gesto, non servirà a molto. Il significato di oggi era dare l’esempio a tutti gli operatori sanitari e a tutta la popolazione”.

Lei che è dirigente del reparto di rianimazione Covid può testimoniare quanto è importante questa vaccinazione. Che cosa ha visto in questi mesi?
“Purtroppo vivo l’aspetto più brutto del Covid perché lavoro in rianimazione e ho vissuto entrambe le ondate, so cosa il virus può fare, so che abbiamo pochissime armi a disposizione e credo che il vaccino sia quella più potente di cui disponiamo in questo momento, quindi è fondamentale che l’adesione sia la più alta possibile. La stanchezza di questi mesi non è tanto dovuta alle condizioni in cui lavoriamo, ma vedere spesso il fallimento dei nostri sforzi. Veder comunque morire le persone”.

Ci sono molti operatori sanitari che si sono professati no-vax. Che cosa vorrebbe dire loro? E qual è il suo appello?
“Io parto dal presupposto che tutti noi operatori sanitari durante il percorso di studi studiamo che il vaccino è l’arma più potente che abbiamo per debellare le malattie, soprattutto quelle pandemiche. Dò per scontato che queste persone lo sappiano. Il problema forse per loro è l’affidabilità del vaccino, ma basterebbe leggere gli studi e vedere i risultati scientifici per capire che questo punto è stato superato. Il vaccino è stato approvato e validato, è stato ritenuto efficace, si sono visti gli effetti avversi paragonabili a quelli di un vaccino normale. Dico a tutti gli operatori sanitari che non è il momento di fare queste dichiarazioni no-vax”.

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