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Antonelli (Cts) a TPI: “Il vaccino antinfluenzale andava reso obbligatorio per tutto il personale sanitario”

"Senza vaccino e con l'arrivo dell'influenza rischiano di intasarsi gli ospedali", spiega il direttore del dipartimento Anestesia e Rianimazione del Policlinico Gemelli

Di Veronica Di Benedetto Montaccini
Pubblicato il 8 Ott. 2020 alle 16:43
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Vaccino Credits: Flikr

“Fare il vaccino è importante anche per non intasare gli ospedali, andrebbe reso obbligatorio per tutto il personale sanitario”. A dirlo a TPI è il dottor Massimo Antonelli, direttore del dipartimento Anestesia e Rianimazione del Policlinico Gemelli, una delle punte di diamante del Comitato tecnico scientifico per l’emergenza Covid-19. Esattamente uno dei motivi che ha spinto noi di TPI a lanciare una campagna sulla vaccinazione di massa a cui hanno aderito l’epidemiologo Andrea Crisanti, il virologo Fabrizio Pregliasco e il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta. Far vaccinare la maggior parte dei cittadini infatti potrebbe risultare molto utile nella lotta al Coronavirus. Da un lato potrebbe semplificare le diagnosi di SARS-CoV-2 e la gestione dei casi sospetti; dall’altro, secondo autorevoli studi scientifici, ridurrebbe il rischio di contagio e di mortalità.

Direttore, come legge lei il boom di casi degli ultimi giorni? Le terapie intensive si stanno appesantendo?
“E’ una crescita costante e lineare. Per ora non esponenziale, con il brusco aumento di migliaia di casi da un giorno ad un altro. Al momento i ricoveri sono circa 350 e possiamo dire che si tratta ancora di cifre contenute su tutto il territorio nazionale. E questa è la grande differenza con marzo, dove i ricoveri erano tutti concentrati in Lombardia, Veneto e Piemonte. Adesso la presenza dei casi è ubiquitaria a tutta Italia”.
E questo rende più facile o più difficile la gestione?
“Sono di minor impatto sul sistema sanitario perché meglio distribuite. Ma in un futuro potrebbero esserci problemi”.
Quelle criticità che stanno riscontrando soprattutto in Campania e Puglia. E nel Lazio?
“Nel Lazio anche c’è una certa monta dei casi, più che altrove. Al momento è sostenibile, però cosa accade? Con l’aumento dei tamponi, con un buon tracciamento sul territorio si identificano i pazienti che sviluppano dei sintomi prima e più rapidamente. Di conseguenza vengono portati in ospedale prima e vengono curati meglio, am vuol dire anche che quei pazienti meno severi non da terapia intensiva arrivano in massa in ospedale”.
E rischiano così di intasarli?
“Beh, sì. È chiaro che se affrontiamo la stagione poi influenzale senza la protezione del vaccino e molti pazienti con sintomi analoghi a quelli del Sars-Cov2, affollano ma in realtà hanno l’influenza inevitabilmente i pronto soccorsi diventano un caos. E non avranno la possibilità di gestir l’impatto in modo normale. L’altra grande differenza con marzo e aprile è che prima eravamo in lockdown, quindi tutti controlli di routine erano vicini allo zero. Gli ospedali erano praticamente liberi dalle altre patologie. Adesso invece l’attività è tornata al 100 per cento a pieno regime. Vuol dire posti letto in meno, più pazienti stipati, persone a rischio che circolano nell’ospedale”.

Quindi quali saranno i problemi per i Pronto Soccorsi?
“Soprattutto quello che grava è la stagione influenzale che sta arrivando. Il paziente che è vaccinato se arriva ha molte più possibilità di essere identificato mentre gli altri no”.
Cioè il vaccino aiuta a distinguere i pazienti Covid quindi?
“Sì perché se una persona arriva in ospedale con i sintomi tipici, ma ha fatto il vaccino molto probabilmente avrà il Covid. Certo, facciamo comunque gli accertamenti, ma già sappiamo che non è semplice influenza. Inoltre, con il vaccino chi prende invece l’influenza eviterà di recarsi in ospedale perché avrà sintomi meno gravi. Il vaccino è una protezione, ma anche aiuta a ridurre l’affollamento in ospedale”.

Ci sono alcuni studi scientifici in cui è emerso che il vaccino antinfluenzale diminuisce il rischio e la mortalità anche per il Covid. Lei accredita queste ricerche?
“Sì, assolutamente. Sono affidabili e ci sono due fattori importanti: se io uso la mascherina e mi sono vaccinato, è logico che la possibilità di far circolare anche altri tipi di virus è molto più bassa. E poi si evita la concomitanza dei due virus insieme almeno, che potrebbe creare non poche complicanze”.
Lei a chi consiglia di fare il vaccino in particolare, oltre alla categorie protette?
“A tutto il personale sanitario, sarebbe molto importante. Anche al gemelli abbiamo iniziato la campagna vaccinale”.
Lo renderebbe obbligatorio?
“Non sarebbe male per tutte quelle categorie fortemente esposte al pubblico: oltre il personale sanitario, anche le scuole, le forze dell’ordine. Ma l’obbligatorietà è un problema delicato”.

Secondo lei le autorità, il governo e le Regioni hanno fatto abbastanza per questa campagna vaccinale?
“Si poteva far di più. Alla domanda: deve esser fatto a 60milioni di italiani? probabilmente la risposta è no. Ma a tutti gli operatori sanitari sì”.
Secondo stime di Federfarma e Fondazione Gimbe i vaccini probabilmente non basteranno neanche per coprire tutte le categorie a rischio. Cosa comporta questo?
“Hanno la possibilità più concreta di ammalarsi di influenza e sono così pazienti più deboli, più a rischio di arrivare in terapia intensiva”.

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