“L’intelligenza artificiale non è responsabile, lo siamo noi”: il Business Ethics Summit riunisce 70 leader in Vaticano per riportare l’umano al centro dell’era digitale
Le distorsioni dei deepfake, la concentrazione del potere tecnologico, il consumo energetico dei data center e il rischio concreto di affidare agli algoritmi scelte che non possono essere delegate. La quarta edizione del Business Ethics Summit ha riunito imprenditori, militari, accademici e parlamentari europei e nazionali per interrogarsi sull'etica nell'età dell'intelligenza artificiale
Ci sono luoghi che, persino nell’era dell’intelligenza artificiale (IA), sono ancora capaci di cambiare il peso delle parole. Con la sua architettura rinascimentale fuori dal tempo, la Casina Pio IV, incastonata nei Giardini Vaticani, è uno di questi. Oggi, martedì 16 giugno, ha ospitato la quarta edizione del Business Ethics Summit, in cui settanta esponenti dell’economia, dell’accademia e delle istituzioni si sono riuniti attorno a un tavolo con l’obiettivo di trasformare l’etica da codice di conformità in strumento di leadership nell’era dell’intelligenza artificiale.
L’evento, promosso da Core con il coordinamento accademico del Boston College e con Lenovo come main partner, ospitato dalla Pontificia Accademia delle Scienze, ha confermato il suo format dopo quattro edizioni. Ha puntato sul dialogo personale invece della solita tavola rotonda, con meno dichiarazioni di principio e più confronto su casi, errori e responsabilità. Il tema scelto per questa edizione, “Humility of Power” ossia l’umiltà come condizione necessaria dell’esercizio del potere, ha dominato una giornata articolata in tre momenti distinti. Il primo dedicato a cosa rimane specificamente umano quando “l’intelligenza diventa abbondante”; il secondo alle eccessive certezze nel campo dell’innovazione tecnologica; e l’ultimo a cosa richiede, in concreto, un potere responsabile. D’altronde, fin dall’inizio, era questa l’ambizione del Business Ethics Summit: guidare la traiettoria “from growth to prosperity”, dalla crescita fine a se stessa verso una prosperità che risulti davvero inclusiva. “Stiamo andando oltre l’utilitarismo: quanto è abbastanza?”, ha sintetizzato oggi alla Casina Pio IV il professore di Machine Learning all’Università di Cambridge e Chief Scientist di Trent.AI, Neil Lawrence. Una domanda che non ammette risposte comode, che nessuno dei presenti ha preteso di dare.
Responsabilità
Richard Attias, presidente del Future Investment (FII) Institute, non ha usato giri di parole: “L’etica non è più solo una questione morale, ma anche economica. Se vuoi attrarre capitali, devi includerla nel conto”. Un argomento che chiunque operi sul mercato conosce bene perché la reputazione ha un valore e le perdite di credibilità si misurano. Ma il cortocircuito, segnalato da Sameh El-Shahat, membro dell’AI Academy Advisory Board, resta aperto. “Il successo imprenditoriale dipende dalle azioni e dalle decisioni umane eppure il sistema finanziario non prende in considerazione la persona”, ha dichiarato. “La dignità non ha prezzo ma ignorarla ha un costo enorme”.
Il filo che ha attraversato quasi tutti gli interventi però riguarda la responsabilità. L’intelligenza artificiale analizza, produce raccomandazioni, ottimizza processi ma non risponde di niente. “Il macchinario più avanzato non vale nulla senza responsabilità umana”, ha sottolineato Amanda Rischbieth, advisor internazionale su IA e governance e presidente della National Blood Authority australiana. “L’IA può fornire una risposta e modellare una decisione ma non è interessata alle conseguenze e ai risultati. La responsabilità non può essere delegata”.
La stessa preoccupazione, declinata sul piano militare, è arrivata dal generale Enzo Vecciarelli, già capo di Stato Maggiore della Difesa e presidente del Comitato Militare della NATO. “Possiamo dare all’IA un po’ di autonomia ma non lasciarla decidere, dobbiamo lasciare le decisioni agli esseri umani”. In un contesto geopolitico in cui Usa, Europa e Cina già usano l’IA come strumento di competizione strategica, come confermato ai presenti dal presidente del fondo cinese IDG Capital Hugo Shong, il confine tra autonomia delle macchine e controllo umano non è più una questione astratta ma operativa.
Restare umani
È sul piano filosofico però che il Business Ethics Summit ha ospitato alcune delle domande più scomode del dibattito contemporaneo. Ad aprire i lavori è stato Padre Philip Larrey, professore di filosofia al Boston College, con una premessa che vale come una bussola. “È importante mettere l’uomo al centro di tutto, il che significa favorire sempre la crescita, il lavoro e il benessere dell’essere umano al di sopra dello strumento che è l’intelligenza artificiale”. “Dobbiamo avere l’umiltà di sapere di non sapere”, ha poi aggiunto, ricorrendo al metodo socratico come antidoto all’arroganza tecnologica. “Sull’IA, non sappiamo di non sapere”.
Chiara Tilesi, a.d. di We Do It Together, ha invece articolato una distinzione che i tecnici tendono a eludere. “L’IA è in grado di raccontare storie. Ma la coscienza interiore non può essere appannaggio di una macchina”. Antonio Campo Dall’Orto, presidente della Fondazione Editoriale Domani, ha ribaltato la prospettiva: “Gli esseri umani non si definiscono dalle risposte ma dalle domande”. Se cedere alla macchina il compito di rispondere significa rinunciare a qualcosa di più profondo, allora il rischio non è la sostituzione ma qualcosa di più sottile e, forse, più insidioso. Lo stesso Campo Dall’Orto l’ha detto con chiarezza: “L’IA non ci sostituirà, il rischio è che gli umani possano diventare una funzione degli algoritmi”.
Ludovica Rossi Purini, direttrice artistica, organizzatrice e promotrice di numerosi festival in Italia e all’estero, ha posto l’accento su ciò che conta davvero per gli esseri umani. “L’arte non fornisce risposte ma solleva domande e guarda al futuro”, ha sottolineato nel suo intervento. “La tecnica dell’IA consente risultati eccellenti ma manca della capacità, prettamente umana, di creare una relazione di significato tra l’opera, l’autore e il fruitore”.
Il professor Massimo Lapucci ha chiuso il cerchio con una battuta che vale come una definizione: “Cos’è umano? Saper discernere”. “Oggi il successo è misurato solo con i dati ma se tutto è ridotto a un indicatore, rischiamo di perdere la questione principale: che spazio resta per la persona?”, si è chiesto nel suo intervento il docente di Management di Digital Transformation all’Università LUISS e International Fellow alla Yale University. “La vera domanda non è se l’IA diventerà più intelligente, ma se sapremo restare abbastanza umani nel governarla”.
Potere decisionale
“L’IA può cambiare il modo in cui vediamo il mondo”, ha ammesso Jimena Luna, responsabile globale delle politiche sull’IA e dei rapporti istituzionali di Lenovo. “Il problema è pratico, non solo filosofico”. Così l’incontro ha cominciato ad affrontare di petto i temi più scottanti del nostro presente. Bill Russo, fondatore e a.d. di Automobility Limited, vive in Cina da vent’anni e da parte sua ha descritto in prima persona un ecosistema in cui l’IA sta già governando interi segmenti di quell’economia. “Qui due terzi delle auto sono elettriche e si è sull’orlo di adottare l’IA su vasta scala nel settore della guida autonoma”. Russo ha quindi posto un interrogativo tagliente: “Di fronte alla migrazione delle decisioni dall’umano a un ecosistema basato sull’IA, la domanda è: chi sarà davvero a decidere se perderemo il controllo della tecnologia?”.
La stessa preoccupazione è stata tradotta in termini culturali e politici da Federico Mollicone, deputato di Fratelli d’Italia (FdI) e presidente della Commissione Scienza, Ricerca e Cultura della Camera. “Il pericolo è che gli uomini smettano di pensare e agiscano in modo standardizzato e meccanizzato come le macchine”, ha detto l’esponente della maggioranza guidata dalla premier Giorgia Meloni. “La tecnologia deve essere lo specchio della nostra intelligenza e non un surrogato della nostra umanità”. Sul piano delle risposte concrete però, ha anche delineato il percorso intrapreso dal Governo: “Come istituzioni, non abbiamo scelto la via del freno ideologico, ma quella di un’innovazione antropocentrica guidata da regole chiare. Con la legge 132 del 2025 e i recenti decreti attuativi, l’Italia è la prima in Europa a dotarsi di una disciplina organica sull’intelligenza artificiale, dimostrando come si possa coniugare lo sviluppo industriale con il rispetto della persona”.
“L’IA rappresenta una grande sfida”, gli ha fatto eco il capo di Gabinetto del ministero delle Imprese e del Made in Italy, Federico Eichberg. “Ma noi, come legislatori e istituzioni, dobbiamo guidare il processo”. “Tecnologia e politica sono spesso troppo distanti e separate”, ha però riconosciuto la deputata di Forza Italia, Debora Bergamini. “Spesso non abbiamo abbastanza competenze per legiferare. Dovremmo obbligare i politici a lavorare con gli sviluppatori di queste tecnologie perché prima di regolamentarle dobbiamo capirle”.
Questione lavoro
C’è però un angolo cieco in quasi tutto il dibattito sull’IA che riguarda l’occupazione. Si discute di ciò che le macchine faranno in futuro, mentre la transizione è già in corso ed è asimmetrica. Aleksandar Tomic, associate Dean for Strategy, Innovation & Technology al Boston College, lo ha spiegato a TPI con la chiarezza di chi ogni giorno lavora su questo genere di dati. Oggi, ci ha detto a margine della conferenza, siamo arrivati a un punto di inflessione storico in cui l’IA sostituisce il lavoro intellettuale più rapidamente di quanto abbia mai sostituito quello manuale. Per secoli le macchine avevano eroso i mestieri fisici e ripetitivi, lasciando agli umani il dominio del pensiero, della creatività, della strategia. Ora il rapporto si è invertito e Tomic lo ha illustrato citando un meme che circola in rete: “Vorrei un robot che faccia il bucato, così da potermi concentrare sulla poesia”, ha ricordato l’accademico. “Adesso il robot scrive la poesia, ma il bucato tocca ancora a me”. Nel frattempo, in Europa e negli Stati Uniti c’è già una carenza reale e crescente di manodopera qualificata nei mestieri tecnici: elettricisti, idraulici, tecnici specializzati che vanno in pensione senza trovare chi li sostituisca, in un settore in cui l’IA avanza troppo lentamente per colmare quel vuoto. Il paradosso si chiude su se stesso: gli stessi data center che alimentano i grandi modelli linguistici non riescono a espandersi abbastanza in fretta perché mancano le persone in grado di portare fisicamente la corrente elettrica negli edifici. A tutto ciò si aggiunge un cambiamento strutturale più profondo nella distribuzione del rischio: il rischio di inattività, tradizionalmente assorbito dall’organizzazione, si è trasferito progressivamente sul lavoratore individuale. Tomic ha evocato la Rerum Novarum di Papa Leone XIII come precedente storico: già alla fine dell’Ottocento, di fronte alla rivoluzione industriale, la stessa tensione aveva spinto le persone a protestare e a cercare soluzioni politiche. La risposta, secondo Tomic, non sta nel tentare di regolare la tecnologia in sé, un compito quasi impossibile, ma nel costruire sistemi che aiutino le persone ad attraversare la transizione senza affrontarla da sole. “La tecnologia si evolve rapidamente e spesso i politici non ne sanno molto: io dico che dovremmo ignorare questa domanda”, ci ha detto Tomic. “Dovremmo chiederci piuttosto come regolamentare le conseguenze delle nuove tecnologie e governare gli effetti sulle persone”. “Quali sono i processi e i programmi che possiamo mettere in atto per aiutare le persone ad affrontare questa transizione o a gestire meglio le loro incertezze? Come ci prendiamo cura di loro?”. Questa, secondo l’esperto, è la domanda che la politica e l’opinione pubblica dovrebbero porsi. “Sarebbe più produttivo che cercare di capire come regolamentare lo sviluppo dell’ultimo modello di IA”.
Fiducia e regole
Un capitolo sempre più urgente riguarda però l’impatto dell’IA sulla circolazione dell’informazione. Dan Oros, di Google Central & Eastern Europe, ha indicato il punto di rottura: “Diamo per scontato che ciò che vediamo (in tv, online) sia vero, ma dobbiamo ribaltare questo approccio. L’IA può creare contenuti simil-umani e può farlo continuamente, quante volte si vuole”. “Le persone si adatteranno al contesto: 10 anni fa credevamo ai social, oggi non ci fidiamo più”, ha aggiunto Michael Maslansky, co-founder di Maslansky & Partners e autore di “The Language of Trust”. “Con l’evoluzione dell’IA, aumenterà la sfiducia anche in questa tecnologia. Pertanto dobbiamo insegnare il pensiero critico”. Martina Orlea, consigliera per la Difesa Nazionale della presidenza della Romania, ha invece portato l’esperienza di chi governa in prima linea in un Paese che ha già visto l’IA interferire con i processi elettorali: “Con i deepfake generati dall’IA, abbiamo perso il senso della verità. Spesso giudichiamo la loro veridicità in base al numero delle interazioni sui social”. “L’IA può già profilare gli utenti attraverso i social e potrebbe influenzare le elezioni, magari suggerendo, su richiesta degli utenti, per chi votare oppure con i deepfake”, ha denunciato Romina Gingasu, fondatrice del Campaign Institute e della Red Women Foundation, secondo cui la domanda su cui concentrarsi è: “Come possiamo rendere questa tecnologia più trasparente?”.
Sul fronte normativo, l’eurodeputato del PD Brando Benifei ha chiarito i termini della questione: “Dobbiamo contrastare l’assenza di impegni degli sviluppatori dell’IA, che si basano solo su un’etica volontaria. Servono invece delle regole. Abbiamo bisogno di leggi interne e regole globali”, ha detto l’europarlamentare in videocollegamento. “Queste leggi non possono funzionare se non sono basate sull’etica. L’etica da sola non basta, ma senza di essa non è possibile applicare alcuna regolamentazione”, ha poi chiarito.
Il presidente dell’INPS, Gabriele Fava, ha declinato la stessa tensione sul piano istituzionale: “Il compito delle istituzioni non è promettere un futuro senza incertezze, che fanno parte della natura e della vita umana, ma far sì che nessuno debba affrontare questa incertezza da solo”. “L’incertezza va coltivata”, ha aggiunto. “Il vero potere responsabile nasce dal dubbio e dalla capacità dell’uomo di dare un senso al progresso”, ha concluso Fava. “La grande sfida delle istituzioni è quella di accompagnare l’innovazione mantenendo saldo il principio che ogni trasformazione deve restare al servizio dell’uomo”.
Problemi energetici
Un tema concreto e spesso trascurato è emerso con Piero Ferrari, vicepresidente della casa automobilistica. “Il problema è quanta energia serve per i data center che alimentano l’IA”, ha ricordato. “Bisogna trovare un equilibrio nel bilancio energetico per alimentare questi modelli”. Stefano Buono, a.d. di NewCleo, ha offerto un parallelo che vale la pena tenere a mente: “L’era nucleare è cominciata con la bomba, ma l’energia atomica ha il potenziale per dare un contributo positivo allo sviluppo. L’uso dell’energia nucleare per scopi civili è un esempio di come l’umano può controllare processi enormi. L’IA deve essere controllata dagli umani, così com’è avvenuto con il nucleare”.
Non è soltanto un argomento tecnico ma la dimostrazione che la governance può funzionare anche su tecnologie enormemente potenti, a condizione di mantenere il controllo umano sul processo. Sulla stessa linea, ma con un avvertimento più specifico in materia di sicurezza digitale, si è inserito Niccolò De Masi, presidente e a.d. di IonQ: “Uno dei maggiori rischi nell’innovazione non è ciò che non sappiamo, ma ciò di cui siamo troppo certi”, ha detto in un’intervista video. “Le capacità dei computer quantistici di compromettere gli attuali sistemi crittografici non appartengono più alla fantascienza, ma rientrano ormai nell’orizzonte di pianificazione di molti governi e aziende”. “La previsione, pur basata sull’analisi dei dati, non è certezza: modelli più potenti richiedono maggiori e più chiare responsabilità”, ha commentato Riccardo Adami, docente del Politecnico di Torino. “Il potere finanziario sta governando e influenzando lo sviluppo tecnologico. La politica non è abbastanza forte, come prima, per sfidarlo”, ha però ammesso il consigliere della Presidenza del Consiglio, Giuseppe Rao, che è tornato al cuore della questione. “Stiamo perdendo il controllo perché stiamo perdendo la spiritualità. Senza coscienza non si può governare la tecnologia”.
“Innovare senza arroganza”
A chiudere il cerchio è stato Andrew Hobbs, responsabile del Center for Board Matters Leader di EY per l’area Europa, Medio Oriente e Africa, che ha citato il paragrafo 110 dell’Enciclica Magnifica Humanitas, in cui Papa Leone XIV lancia un appello a “disarmare l’IA”. “Non riguarda solo la guerra”, ha sottolineato. “Significa infatti che l’intelligenza artificiale deve lavorare per noi umani, non il contrario”. Una frase quasi ovvia, eppure il fatto che sia stato necessario ribadirla davanti a settanta esponenti globali dell’economia, dell’accademia e delle istituzioni dice qualcosa su dove siamo arrivati.
A fare da sigillo alla giornata è stata Cristiana Falcone, che ha moderato tutto il Business Ethics Summit. “Questa mattina abbiamo iniziato con Socrate”, ha detto. “È giusto che l’incontro si concluda con la saggezza. Abbiamo esplorato l’intelligenza artificiale, la creatività, le tecnologie quantistiche, l’energia nucleare, la robotica, la governance e la fiducia. Eppure, nonostante la diversità delle prospettive emerse, un filo conduttore ha attraversato l’intera giornata: quanto più potere acquisiamo, tanto più l’umiltà diventa essenziale. La sfida che abbiamo di fronte non è soltanto tecnologica. È una sfida umana. La vera sfida è innovare senza arroganza”. La riflessione che forse meglio riassume l’incontro è però arrivata da Amanda Rischbieth: “Il futuro non sarà deciso dalle macchine o dagli umani più intelligenti ma dagli umani più responsabili”. Il vero interrogativo è quanti tra i presenti oggi alla Casina Pio IV saranno tornati alle rispettive scrivanie con questa convinzione.