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Parla il medico che ha sperimentato il farmaco anti-artrite: “Stiamo salvando pazienti dal virus”

Di Davide Traglia
Pubblicato il 27 Mar. 2020 alle 07:52 Aggiornato il 27 Mar. 2020 alle 08:48
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Il professor Paolo Ascierto

Paolo Ascierto è l’oncologo che, in questi giorni, ha fatto parlare di sé per l’utilizzo del Tocilizumab, un farmaco per l’artrite reumatoide, sui malati di Coronavirus. La sperimentazione è iniziata a Napoli, all’ospedale Pascale, e oggi sono diversi gli ospedali del Nord Italia che stanno seguendo la sua brillante idea. Se da un lato sono stati moltissimi quelli che hanno lodato il lavoro di Ascierto, la settimana scorsa, nella trasmissione CartaBianca, su Rai 3, l’infettivologo dell’ospedale Sacco Massimo Galli ha cercato di ridimensionare l’intuizione del collega, affermando che la sperimentazione del farmaco anti-artrite non sarebbe partita dal Pascale, bensì dalla Cina e poi da almeno 12 ospedali in Italia.

Ma Ascierto – come ha voluto sottolineare a noi di TPI – non ha intenzione di entrare nella polemica con Galli, e ha specificato sul suo profilo Facebook che “non è importante il primato” e che “non ci risulta che qualcuno lo stesse facendo in contemporanea e saperlo ci avrebbe peraltro aiutato”. Dopo le polemiche sollevate dall’infettivilogo, comunque, sono state tante le manifestazioni di sostegno: a Marano, città dove abita, sono spuntati striscioni di ringraziamento, mentre su Facebook è nato un gruppo, #iostoconascierto , che conta oltre 154mila adesioni. Noi di TPI lo abbiamo intervistato per farci raccontare come sta procedendo la sperimentazione del Tocilizumab.

Professore Ascierto, ci può spiegare meglio cos’è il Tocilizumab e come agisce, una volta somministrato ai malati Covid-19?

Il Tocilizumab viene utilizzato da noi oncologi per trattare gli effetti collaterali della immunoterapia. Avendo notato che il processo del distress respiratorio dovuto al Covid-19 è uguale, abbiamo pensato che potesse funzionare anche per i pazienti affetti da Coronavirus. Il farmaco, in effetti, non agisce direttamente sul virus, ma su una delle gravi complicanze polmonari causate dalla “tempesta citochinica”, una reazione del sistema immunitario riscontrata nei pazienti affetti. Questo riduce la produzione della interleuchina 6 – una molecola infiammatoria colpevole dello shock ipotensivo e, appunto, del distress respiratorio – e permette così un miglioramento delle funzioni polmonari.

Quindi aiuterebbe la respirazione?

Esatto, proprio così.

Quando è iniziata la sperimentazione? Come si svolge?

Il farmaco è stato somministrato, per la prima volta in Italia, il 7 marzo su due pazienti dell’ospedale Cotugno. La sperimentazione clinica, con l’approvazione dell’Aifa, c’è stata invece giovedì 19 marzo. Sono previsti due gruppi di pazienti: nello studio di fase 2 il trattamento viene somministrato a quelli che hanno uno stadio di malattia iniziale, non intubati o intubati da 24 ore al massimo; nell’osservazionale, invece, a coloro che lo sono da oltre 24 ore.

Come viene somministrato?

In vena, per un massimo di due volte, a distanza di 12 ore l’uno dall’altro.

Quanti pazienti verranno trattati?

Ad oggi, sono 3mila in tutta Italia. Le richieste di entrare nel protocollo ci sono giunte da oltre 400 ospedali, di cui molti del Nord.

Che risultati state ottenendo?

Le impressioni sono positive. Questo lunedì ben 4 pazienti trattati con Tocilizumab sono stati estubati, mentre per altri 8 che non erano in terapia intensiva ci sono stati importanti miglioramenti. Fausto Russo, ad esempio, è un giovane atleta di Latina, che – colpito dal Covid-19 – ha raccontato di essere notevolmente migliorato (di circa il 60-70%, ndr) nel giro di 48 ore. È stato uno dei primi ad essere trattato con questa cura, quando ancora la sperimentazione non era partita ufficialmente.

E al di fuori della Campania?

Ci arrivano segnali incoraggianti anche da Fiuggi, Parma e Padova, dove per ora ben 30 pazienti hanno evitato la rianimazione grazie all’effetto antinfiammatorio del farmaco.

Quanto funziona, dunque?

Ce lo dirà la sperimentazione. Ci sono degli importanti miglioramenti in molte parti d’Italia ma è ancora presto per dirlo: va fatta una valutazione nel primo mese. La parola d’ordine è sempre “cauto ottimismo”.

Da alcuni giorni, oltre alla sperimentazione, c’è la possibilità di utilizzare il farmaco con procedura off-label (l’impiego nella pratica clinica al di fuori delle condizioni autorizzate). Quanti ne sono stati distribuiti?

Sappiamo che la casa farmaceutica Roche ha distribuito, attraverso questa procedura, più di mille trattamenti gratuiti agli ospedali. Non sappiamo, però, quanti ne sono stati arruolati nella fase prospettica. Questo verrà comunicato direttamente dall’Aifa.

Per la sperimentazione del Tocilizumab c’è una collaborazione internazionale? Un interesse da parte dei colleghi dell’estero?

Certo, c’è una collaborazione internazionale con i colleghi della Cina. È grazie a questa che noi dell’Istituto Pascale siamo stati spinti ad iniziare il trattamento con il Tocilizumab. Interagiamo quotidianamente anche con la Comunità Internazionale, con tutti i colleghi che fanno immunoterapia negli Stati Uniti, in Europa, in Australia. Fra di noi ci scambiamo idee ed esperienze, che sono importanti anche nella ricerca di possibili soluzioni alternative.

Una delle preoccupazioni maggiori, per i virologi, sono i possibili focolai nel Sud Italia. Crede che, qui, la situazione peggiorerà o resterà sotto controllo?

Se manteniamo questo isolamento contenitivo sono sicuro che la situazione non degenererà. L’opera che sta facendo il presidente della regione De Luca, in tal senso, è non solo importante ma oserei dire fondamentale.

In Lombardia, invece, il tasso di letalità è molto lontano dalle percentuali della Cina. Come se lo spiega?

La situazione della Lombardia è aggravata soprattutto dal fatto che tutte le terapie intensive sono piene di persone. Nella sub-intensiva, inoltre, ci sono tanti altri pazienti che meriterebbero questo trattamento. In Cina, invece, è avvenuto qualcosa di differente: sono stati realizzati due ospedali in dieci giorni, cosa inimmaginabile in Italia, e credo che questo in qualche modo possa anche impattare. Infine – cosa non meno importante – non bisogna dimenticare che siamo un Paese che ha una percentuale di anziani molto maggiore.

Nelle ultime ore c’è chi sta parlando dell’Avigan, un farmaco giapponese che pure aiuterebbe chi manifesta sintomi lievi. Potrebbe servire?

Vedremo, l’Aifa ha dato l’ok per la sperimentazione, che resta sempre la strada migliore per dimostrare l’efficacia di un farmaco. Spero possa dare buoni frutti.

Intanto, in questi giorni il capo della Protezione Civile Angelo Borrelli ha dichiarato che sono calati sia i decessi che i nuovi contagi. C’è ottimismo?

Credo che bisognerà aspettare che ci sia un trend in discesa per lo meno di 4-5 giorni. Quando questo avverrà potremo dire che c’è una reale situazione di miglioramento.

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