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“Tremavo, ero un corpo vuoto: vi racconto cosa si prova durante uno stupro”

Sfondo nero, volto in primo piano e parole scelte per raccontare che cosa succede al corpo quando si viene stuprati. Gigliola Bejaj ha deciso di spiegare in un video che cosa le è successo una sera di qualche anno fa a Tirana, quando a 16 anni si è sentita “miseramente donna” e ha percepito tutta la violenza del mondo in una sola volta

Di Francesca Candioli
Pubblicato il 29 Nov. 2020 alle 13:14 Aggiornato il 29 Nov. 2020 alle 14:33
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Sfondo nero, volto in primo piano e parole scelte per raccontare che cosa succede al corpo quando si viene stuprati. Si chiama Gigliola Bejaj, studia a Bologna, e ha deciso di spiegare in un video, pubblicato dal canale YouTube Bergamo Pride, che cosa le è successo una sera di dieci anni fa a Tirana, quando a 16 si è sentita “miseramente donna” e ha percepito tutta la violenza del mondo in una sola volta

Quella notte, il miglior amico di sua cugina, dopo averla conosciuta ad una festa di compleanno, l’ha portata in un appartamento di un condominio in un quartiere sconosciuto. E qui, dopo aver fatto sesso con il ragazzo, è stata stuprata due volte da un altro giovane, giunto poco dopo assieme ad un amico sul posto per l’occasione. “Ricordo il mio corpo steso nudo per terra, senza nessuna emozione – racconta nel video -. Ero un corpo vuoto e senza anima a uso e consumo dell’uomo che aveva il diritto di vita e di morte su di me. Ho cominciato a tremare per l’adrenalina in cui sguazzava il mio sangue. Vorrei farvi provare quel tremore per un minuto e capireste tutto: non ho mai tremato così tanto in vita mia”.

“Nemmeno quando lavoravo sulle ambulanze, quando c’erano pazienti che mi morivano tra le mani dopo defibrillazione e massaggio cardiaco. Non ho mai più sentito quella cosa. Il mio cervello ha dato l’ordine di liberare i cani da guardia per farmi fuggire, ma durante lo stupro non potevo fuggire. Quindi tutta l’adrenalina, che avrebbe dovuto farmi correre via, si è svegliata dopo ed è arrivata a bastonarmi. Mi ha lasciata tremante e paralizzata sul pianerottolo del palazzo: non so dove ho trovato il coraggio di lasciare quella casa, ma ormai peggio di così non potevo sentirmi. Ero morta. Stavo lì impalata, ad aspettare niente, senza avere più coscienza di vita. La paura e il dolore mi uccisero quella notte”.

Il suo racconto, che ci tiene a specificare non è una storia di coraggio ma di vita, è tutto nel suo video, ma è diverso dalle classiche narrazioni che vengono fatte sul tema. Qui ci sono, senza mezzi termini e senza paura, tutte le sensazioni provate minuto per minuto, ogni dettaglio della situazione vissuta e la precisa descrizione di ciò che subisce un corpo quando viene stuprato.

Una narrazione, che è costata fatica e un tuffo nel passato a Gigliola, ma che ha voluto fare in questo modo per cercare di rimuovere tutti i tabù e gli stereotipi legati a quando una donna viene violentata, frantumandoli uno ad uno, raccontando l’episodio per quello che è in tutta la sua fredda atrocità. “Sfido qualsiasi essere umano a subire quello che ho subito io e che hanno subito milioni di persone in tutte le epoche e in tutti i luoghi – spiega – . Sfido chiunque a dirmi che lo stupro è solo uno stupro. La nostra cultura lo ha reso un tabù, non abbiamo rappresentazioni accessibili degli stupri. Se avessimo un video come quello che abbiamo di George Floyd, impareremmo a capire. Non potremmo più nasconderci”.

Quella notte Gigliola non ricevette alcun aiuto dagli altri inquilini del condominio in cui era stata portata. “Cominciai a bussare a tutte le porte del palazzo. Speravo di trovare aiuto. Mi aprì un padre di famiglia che chiuse immediatamente la porta. Avevo il viso gonfio, il trucco colato, la faccia segnata dalle ore di lacrime, i miei capelli erano per aria. Piangevo ancora. Avevo l’aspetto della famosa ragazza violentata da un tizio con un coltello in un angolo buio per strada. Ma non ero in strada, non c’era bisogno di coltelli: è così che siamo dopo uno stupro. Anche se non c’è un coltello. Anche se non c’è il buio. Anche se non c’è una strada di notte. Diventiamo un niente che piange” racconta Gigliola che ha deciso di rendere nota la sua storia per parlare del suo stupro perché, come scrive su Facebook, “i panni sporchi si dovrebbero lavare in casa, si dice, e invece a me pare più pertinente sbattere in piazza ciò che non deve essere un affare privato”.

Oggi, dopo tanti anni, Gigliola sta bene ed è riuscita a trasformare ciò che le è successo, anche con questo video, e ora consiglia a quanti stanno vivendo la sua stessa esperienza, di esplorare l’inferno, senza farsi inghiottire perché lo stupro non è la fine: “Questi sono i mostri, questo è ciò che ho vissuto. Queste persone ci circondano e noi chiudiamo gli occhi. In questo preciso momento ce ne sono tante e tanti che lo stanno vivendo. Voglio dire a queste persone che la vita è meravigliosa. Voglio dire a queste persone che portano una palla di piombo attaccata al collo che so che pensate che il peso vi trascinerà chissà dove e vi farà inghiottire dalle viscere del mondo, ma all’inferno ci siete già stati. Lo stupro non è la fine. Esplorate l’inferno per tutto il tempo necessario, richiede anni. Tenete a mente quello che avrete imparato. Poi ritornate. Avrete conosciuto l’inferno e non lo potrete dimenticare. Siamo numerose e numerosi, non siete soli. Vi stiamo aspettando e ci sono anche io”.

**Video pubblicato sul canale YouTube Bergamo Pride

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