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Parlano le donne che vogliono cambiare la Polonia: “La nostra rivoluzione contro il patriarcato”

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Credit: ANSA

“Dopo un mese di proteste sembra che lo Sciopero delle donne abbia portato ad una vera e propria rivoluzione. Ora il nostro obiettivo sono le dimissioni del governo”, confessa Marta Plewicka, organizzatrice di Ogólnopolski Strajk Kobiet (“Sciopero delle donne”) nella regione di Podhale, in Polonia. Da Varsavia a Łódź, da Poznań a Cracovia, fiumi di persone hanno invaso le strade polacche dando vita ad una manifestazione a livelli che la Polonia non vedeva da quando fu rovesciato il regime comunista negli anni ‘80.

La miccia è stata accesa il 22 ottobre, quando il Tribunale Costituzionale ha vietato l’aborto in caso di malformazione del feto, rendendo così ancora più restrittiva una delle leggi in materia più severe al mondo. Le attiviste dello Sciopero delle donne stanno protestando contro un blocco che ha nei fatti quasi reso illegale l’interruzione volontaria di gravidanza come pratica medica generale. Infatti, sebbene sia permesso per altri due motivi – stupro o incesto e pericolo di vita – il 98% degli aborti viene effettuato per motivi di malformazione del feto.

Nonostante la scadenza entro la quale pubblicare la legge per renderla effettiva sia ormai passata, le proteste non si sono fermate. Jaroslaw Kaczynski, leader del partito conservatore Diritto e Giustizia che guida da cinque anni il Paese, ha acceso la miccia ed è troppo tardi per spegnerla. Ormai le attiviste dello Sciopero delle donne non chiedono più che si torni allo status quo e non chiedono neanche più di avere la possibilità di abortire fino alle 12 settimane come gli altri stati democratici europei.

Il verdetto della Corte costituzionale ha polarizzato in maniera definitiva una società già profondamente divisa: i manifestanti ora vogliono le dimissioni di un governo considerato troppo patriarcale e religioso. Ai movimenti femministi si sono uniti i gruppi LGBT e la maggior parte dei civili, ma il vero cuore della protesta sono i giovani, una generazione che ha deciso di dare le spalle alla narrativa nazionalista-cattolica del suo governo e sta cercando di definire in prima persona la Polonia in cui vuole vivere.

Julia Czub, attivista e giornalista, spiega come quello che sta succedendo sia “davvero un momento fondamentale nella storia polacca: è una lotta contro l’ingerenza della religione nella politica e nell’educazione, una lotta contro un leader intollerante che crea delle lgbt free zone, una lotta contro un governo che controlla la propaganda nei media; – spiega Julia – è una lotta per i diritti umani, ma si è trasformata in qualcosa di più grande, ora è una rivoluzione”.

Nonostante due appelli da parte di Kaczynski per cessare le manifestazioni, il numero dei partecipanti continua a crescere con la stessa velocità con cui scende il livello di approvazione per il governo, passato in poche settimane dal 40% al 30%.

Magdalena, attivista di Sciopero delle donne che preferisce omettere il suo cognome per evitare sanzioni, è “sicura che il governo abbia fatto apposta ad introdurre la legge anti-aborto nel bel mezzo della seconda ondata perché questo ha permesso di poter scaricare tutta la colpa sui manifestanti”.

Quello dell’interruzione volontaria della gravidanza è un tema molto scottante già da molti anni nell’ex stato comunista e Magdalena è sicura che il leader polacco sapesse che ci sarebbero state proteste nonostante la pandemia. Tuttavia, Marta ha “molta più paura di vivere in uno stato patriarcale governato da misogini che del COVID-19”, per questo continua a scendere in piazza contro il PiS (Diritto e Giustizia) e come lei la pensano migliaia di altre persone. Uno dei punti principali che contestano al governo attuale è la sua matrice fortemente religiosa, che mira ad eliminare tutto ciò che possa minacciare il sovvertimento della “famiglia tradizionale”, dell’etero- normatività e dei ruoli di genere stereotipati.

La forte ingerenza della chiesa negli affari di stato è ciò che ha reso possibili e giustificabili scelte come quella sull’aborto o la recente uscita della Polonia dalla convenzione di Ginevra contro la violenza sulle donne. Decisioni che lo Sciopero delle donne teme siano l’inizio di una decisiva deriva autoritaria del governo.

Magdalena, con voce ancora incredula, racconta del timore che prova nei confronti del Ministro dell’Istruzione attuale, che ritiene “abominevole” se una donna ha un figlio a 30 anni. Secondo lui, spiega l’attivista polacca: “il fatto che le donne ora abbiano figli a 30 anni è il risultato dell’educazione che gli mette in testa che possono fare quello che vogliono. Per lui le donne al giorno d’oggi sono trattate in modo troppo liberale e questo ha portato a far loro dimenticare qual è il vero ruolo affidatogli da Dio”.

Per questo motivo, molte delle proteste dello Sciopero delle donne hanno preso di mira le chiese, spesso limitandosi ad appostamenti fuori da luoghi di culto e in altri casi più drastici interrompendo messe. A questo grande affronto, Kaczynski ha risposto invitando i polacchi a “proteggere le chiese ad ogni costo” dall’influenza delle manifestanti e additando tutti coloro che protestano come “anti-polacchi”.

“Stava chiaramente mandando un messaggio ai nazionalisti, non era velato, ma un aperto incitamento all’odio. Quindi sì, – ragiona Julia – alla fine sono persone che vogliono fermare le proteste, ma sono legittimate ed incitate dal governo”. Infatti, sebbene le proteste del gruppo femminista siano appoggiate dai più svariati gruppi sociali polacchi, da pensionati a militari, da famiglie intere alle comunità LGBT, i manifestanti hanno trovato qualche resistenza, soprattutto dai media pubblici e dai gruppi nazionalisti.

L’organizzatrice dello Sciopero delle donne della regione di Podhale confessa che spesso incontrano dei provocatori mandati la maggior parte delle volte dalla televisione nazionale polacca, che a più riprese ha definito i loro ideali come “il fascismo di sinistra che vuole distruggere la Polonia”. Tuttavia, l’occasione in cui lo Sciopero delle donne preventivava la resistenza più grande era la Marcia dell’Indipendenza a Varsavia, da sempre luogo d’incontro dei maggiori gruppi di estrema destra polacchi.

Quel giorno sono state volutamente a casa per evitare scontri, ma questo non ha fermato i nazionalisti dall’avere scontri con la polizia e vandalizzare tutto ciò che rappresentava ideali antigovernativi o LGBT. Marta racconta che: “hanno lanciato un flare su un balcone dove erano esposte delle bandiere dello Sciopero delle donne, ma hanno sbagliato la mira e finito per incendiare un appartamento che non centrava niente”. Non mollano, le donne polacche.

Di fronte ad un’agenda politica che limita sempre di più le loro libertà e ad un capo di governo che secondo gli analisti internazionali sta istigando una guerra civile contro di loro, lo Sciopero delle donne continua a marciare. “Alla prima marcia spontanea di Varsavia eravamo in circa 100mila. La nostra rabbia era pura, istintiva, – così Marta Plewicka ricorda uno dei momenti per lei più toccanti della marcia – c’erano tanta musica, danza e un’energia nell’aria incredibile. Mentre stavamo passando davanti allo pseudo Parlamento, un gruppo di pensionati su un balcone vicino tenevano in mano un cartello con scritto ‘i pensionati vi supportano’. Avevano le lacrime agli occhi. Ce le avevo anche io”.

Leggi anche: Cosa ci insegna la rivolta delle donne polacche contro il divieto di aborto

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