Venturi (San Matteo) a TPI: “In Lombardia 25mila dimessi da ospedali, sono tutti potenziali donatori di plasma”

Di Anna Ditta
Pubblicato il 14 Mag. 2020 alle 19:21 Aggiornato il 14 Mag. 2020 alle 19:28
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Immagine di copertina
Un ex malato di coronavirus Covid-19 si sottopone al prelievo del plasma che sarà utilizzato per successive trasfusioni ai pazienti positivi all'ospedale Policlinico San Matteo di Pavia, 6 Aprile 2020. Ansa/Matteo Corner

Venturi (San Matteo) a TPI: “In Lombardia 25mila dimessi da ospedali, sono tutti potenziali donatori di plasma”

“Spiace davvero leggere delle polemiche di questi giorni, penso che i nostri esperti non lo meritino, hanno fatto di questo lavoro la loro ragione di vita”. Alessandro Venturi, presidente dell’IRCCS Policlinico San Matteo di Pavia, interviene sul tema della terapia col plasma dei guariti da Coronavirus, oggetto di uno studio realizzato presso il suo istituto, sul quale sono sorte polemiche tra gli esperti tra cui il professor Giuseppe De Donno e il virologo Roberto Burioni. Il San Matteo di Pavia è stato in prima linea dall’inizio dell’emergenza, perché lì sono stati individuati gli anticorpi neutralizzanti del virus e sono stati condotti i primi test sierologici in Lombardia. Soddisfazioni che, sottolinea Venturi, sono “frutto della ricerca pubblica italiana”. In un’intervista a TPI Venturi invita a moderare i toni del dibattito: “C’è stato uno sciacallaggio pubblico delle cose positive fatte”, dice. “Ma per la memoria delle persone che se ne sono andate a causa di questa emergenza sarebbe giusto abbassare i toni, e – da parte degli esperti – parlare un po’ meno in televisione  e lavorare un po’ di più in maniera seria”.

Presidente Venturi, una delibera della Regione Lombardia pochi giorni fa ha aperto anche ai privati la possibilità di eseguire test sierologici. Pensa sia una buona notizia?
Ho un’opinione un po’ controcorrente. Il tema è di primaria rilevanza pubblica, l’indagine di sieroprevalenza non dovrebbe essere compiuta in modo indiscriminato, per evitare di generare false aspettative nelle persone che al momento sono molto confuse sul tema. L’informazione della comunità scientifica sul tema è anche contraddittoria – e questo è anche giusto – ma alla gente devono essere messe in mano delle certezze. Per questo penso che le indagini di sieroprevalenza dovrebbero essere condotte sotto una regia pubblica o comunque di personale sanitario qualificato a svolgere queste attività, come medici di base e medici del lavoro. Sono più problematiche secondo me invece indagini svolte su base spontanea o iniziative scoordinate.
Si riferisce a singoli laboratori che in questi giorni stanno facendo anche campagne pubblicitarie sui test?
Sì, sono abbastanza basito. Penso sia dannoso speculare su questo momento di grande difficoltà, non solo per l’emergenza sanitaria del Coronavirus, ma anche per le misure restrittive delle libertà personali che complicano la vita di tante persone. Togliersi la curiosità è altrettanto qualcosa di poco etico. Non è il tempo di togliersi delle curiosità, è tempo di essere seri, dentro percorsi chiari e trasparenti e non lasciati alla libera interpretazione. Bisogna avere prudenza.

Qual è il rischio che vede?
Il risultato del test per il singolo non ha alcuna utilità nell’immediato. Ce l’ha invece per la comunità. Per questo sono convinto che l’indagine vada coordinata dall’autorità pubblica. È fondamentale mettere in comune i dati. E sopratutto è fondamentale che le persone capiscano di cosa si sta parlando, mentre oggi spesso non è così: abbiamo riposto troppa aspettativa sui test sierologici. Trovo che questo sia profondamente scorretto, così come è scorretto che autorevoli scienziati o sedicenti tali che in questo momento propongono di fare campagne massicce di test rapidi. Sarebbe come se noi dicessimo che per accertare una gravidanza basta utilizzare i test rapidi che si acquistano in farmacia, quando per farlo davvero servono le analisi del sangue e l’ecografia.
I test sierologici servono però anche a capire chi eventualmente può donare il plasma per curare i malati di Covid. 
Esatto. Al Policlinico San Matteo le due cose sono nate insieme: c’è stata l’intuizione di impiegare il plasma perché si stava lavorando in laboratorio sui test di neutralizzazione per vedere se effettivamente il nostro organismo sviluppa degli anticorpi in grado di contrastare questo virus. In laboratorio hanno trovato questi anticorpi, da qui l’idea di usare il plasma per contrastare il virus.

Sulla terapia col plasma lei ha annunciato ieri che ci sarà un nuovo studio. Cosa può dirci su quello che si è invece già concluso?
Lo studio ha previsto 46 pazienti, con la specificità dell’utilizzo di plasma titolato preventivamente, cioè con un alto livello di anticorpi neutralizzanti. Dovrebbe essere pubblicato sabato, penso su Jama, ma gli articoli scientifici come lei sa vengono sottoposti alle riviste che sono libere di accettarlo o meno. Questo studio ha dei limiti, non ho nessun problema a dirlo, perché è uno studio pilota eseguito in fase emergenziale. Parlo ad esempio del fatto che non è stato fatto col braccio di controllo, anche per una ragione etica – in quel momento di emergenza era difficile fare due coorti di pazienti, una alla quale somministrare una speranza di vita e una no -, e perché non avevamo ancora un farmaco specifico di cui fare uno studio comparativo. Questo sarà fatto nella seconda fase di questo studio, che prenderà in considerazione un numero più alto di pazienti.
Come sono stati selezionati i 46 pazienti oggetto dello studio?
Quando viene disegnata una sperimentazione clinica vengono individuati i cosidetti sottotipi, ovvero le diverse tipologie di pazienti con diverse caratteristiche di gravità, quadro clinico complessivo, sesso, età.
Quante di loro avevano malattie pregresse o fattori di rischio?
Non le so dare dati esatti, ma le posso dire che dei 46 pazienti entrati nella sperimentazione 3 sono deceduti. Queste persone avevano un quadro clinico molto compromesso – neoplasia, ipertensione – però non sono state tolte dallo studio volontariamente, per includere persone con caratteristiche diverse. Del plasma è stato poi fatto anche un uso compassionevole su altri pazienti, fuori dalla sperimentazione, sempre su base volontaria. Anche in questi casi i risultati sono stati importanti.

Come sarà quindi utilizzato in futuro il plasma?
In Lombardia abbiamo più di 25mila dimessi da ospedale che sono tutti potenziali donatori di plasma. Ovviamente non tutti saranno donatori, per età o altre ragioni. Ma in ogni caso si può estendere a tutti i donatori di sangue abituali e anche a coloro hanno sviluppato la malattia pur in assenza di una diagnosi con test molecolare. Queste persone verranno invitate a donare, raccoglieremo questo plasma, lo andremo a titolare, lo stoccheremo in una banca del plasma e lo terremo a disposizione nell’eventualità che ce ne sia ancora bisogno.
Come sta andando invece la sperimentazione col farmaco anti-artrite?
Stiamo andando avanti sia con la sperimentazione sul Tocilizumab sia sul Remdesivir. Non sono ancora concluse e non abbiamo ancora evidenze. Sul plasma abbiamo uno studio che ci dice che funziona.
Negli ultimi tempi si sono accesi i toni sul tema della terapia col plasma, specialmente con riguardo al professor De Donno. Pensa che questo possa nuocere allo studio?
Siamo l’unico paese al mondo dove si fa polemica sulla salute delle persone. Le cure non devono essere oggetto di battaglia politica né di tifoserie. Quelle tra cure “autoprodotte” e farmaceutiche sono contrapposizioni stupide. Lo dico anche io che il plasma non è una soluzione ottima, ma che sarebbe meglio poterlo sintetizzare o – ancora di più – avere un vaccino. Ma in un momento in cui non abbiamo altro il plasma può essere prezioso.
Bisogna abbassare i toni quindi secondo lei?
Sì, anche sui test sierologici. Sono polemiche inutili. Ci sono persone in prima linea dal 21 febbraio, i miei medici, ricercatori e specialisti hanno lavorato 24 ore su 24 e 7 giorni su 7. Far diventare i risultati conseguiti con questo lavoro oggetto di polemica pubblica, confondendo ancora di più le idee delle persone, è inaccettabile.

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3. “Quando mi ha chiamato l’Onu ho pianto. In Italia non mi cerca nessuno. Le parole di Burioni sono inaccettabili”/4. Il caso De Donno, il prof anti-élite che alla fine legge il comunicato impostogli dai capi (di Selvaggia Lucarelli)

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