“Certificati falsi e problemi di export: la giungla dietro i test rapidi” : a TPI parla un biotecnologo che li ha importati e venduti in Italia

Di Anna Ditta
Pubblicato il 7 Mag. 2020 alle 15:14
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Immagine di copertina
Test rapido. Credit: EPA/JUAN IGNACIO RONCORONI

“Certificati falsi e problemi di export: la giungla dietro i test rapidi” : a TPI parla un biotecnologo che li ha importati e venduti in Italia

Somministrare test rapidi a un prezzo superiore a 35 o 45 euro è “vergognoso”. A dirlo è Matteo Cerboneschi, biotecnologo e CEO di NEXT Genomics, una delle aziende che quei kit li ha importati e venduti in Italia, districandosi tra tentativi di truffa, tramite certificati CE poi rivelatisi falsi, e difficoltà legate all’esportazione dalla Cina. I test sierologici rapidi, utili per individuare nel sangue eventuali anticorpi IgM e IgG da Coronavirus, sono in grado di rilevare se il paziente è entrato in contatto con il virus e ne è quindi potenzialmente immune. Mentre alcune regioni hanno avviato dei programmi per eseguire questi test, a partire da campioni selezionati di persone come gli operatori sanitari, alcuni studi hanno messo a disposizione i kit privatamente e a cifre esorbitanti. Come documentato da Selvaggia Lucarelli per TPI, per consentire ai pazienti di sapere se hanno avuto o meno il Covid-19, questi studi arrivano a chiedere fino a 120 euro a test.

Dottor Cerboneschi, cominciamo dall’inizio. Da dove nasce la vostra idea di importare i kit?
La nostra è un’impresa nata nell’ambito dell’Università di Firenze che si occupa di biotecnologie e medicina di precisione. Nel periodo dell’emergenza del Covid, considerata la sospensione dell’attività da parte degli ambulatori medici, ci siamo trovati all’improvviso fermi. Dal momento che avevamo molti contatti con aziende e professionisti, abbiamo pensato di fare qualcosa di utile, e abbiamo deciso di lavorare per la selezione e l’importazione di kit sierologici rapidi. Si tratta di test non solo più veloci, ma anche oggettivamente meno costosi per individuare l’eventuale presenza di anticorpi da Coronavirus. La nostra idea era di vendere questi kit a strutture mediche pubbliche o private, o eventualmente alle grandi aziende che hanno anche personale medico al loro interno, e che quindi sarebbero state in grado di offrire questo servizio per i lavoratori.

Come vi siete mossi?
Abbiamo lavorato sulla base dei contatti in nostro possesso. Grazie a loro abbiamo rintracciato un’azienda piemontese che importa dispositivi medici cardiologici dalla Cina, che a sua volta aveva un rapporto consolidato con una grossa azienda cinese che aveva prodotto un kit di qualità per il test immunologico rapido per il Coronavirus. Al contrario dei concorrenti, questo kit aveva alle spalle uno studio di validazione e un articolo scientifico. Ci era stata mandata tutta la documentazione tecnica: dalla scheda tecnica di registrazione da parte della ditta d’importazione e quella direttamente redatta dall’azienda di produzione.

Quindi avete scelto questo kit?
Sì, anche se il costo era ovviamente superiore rispetto ad altri. A noi veniva a costare 12 euro a kit più Iva, un costo abbastanza elevato per il settore. Eravamo costretti a pagare in anticipo – questa era la politica dell’azienda cinese – e non avevamo nessun tipo di certezza sulla data di arrivo.
Perché?
A causa dei colossali problemi di esportazione che ci sono stati in Cina, che continuano ad esserci ancora oggi. Le hanno bloccate due settimane fa e le hanno sbloccate praticamente ieri (il 5 maggio, ndr).

Quali altre difficoltà avete trovato?
Prima di arrivare alla selezione di questo kit, attraverso una serie di contatti ci sono arrivate diverse proposte di aziende cinesi, anche attraverso degli importatori, che ci proponevano i kit ugualmente corredati da certificati, ma a cifre più basse. O meglio, cifre che prima dell’emergenza Covid erano corrette.
Di che cifre parliamo?
In una condizione normale, ogni kit sarebbe dovuto costare tra i 4 e i 6 euro. A livello di produzione, ognuna delle card costerà meno di un euro come costo reale, ma poi questi prezzi sono scoppiati per via dell’emergenza.

Perché allora c’erano test disponibili a cifre più basse?
Quando abbiamo controllato la validità dei certificati, abbiamo scoperto che i certificati in realtà non esistevano. Tutti gli imprenditori possono fare queste verifiche online.
Era una truffa?
Tutte truffe, certo. Ecco perché la Cina ha bloccato le esportazioni e ha richiesto una nuova certificazione: moltissime aziende cinesi esportavano – in particolare in Spagna e Regno Unito – kit che non funzionavano o che non rispettavano i requisiti che dichiaravano.

Quindi un imprenditore meno accorto avrebbe potuto cascarci e vendere quei kit?
Meno accorto o meno fortunato. Questa è la fregatura di natura tecnica, l’altra riguarda l’importazione.
Cioé?
Tantissimi imprenditori hanno acquistato kit che non sono mai arrivati, per via dei problemi di esportazione, anche prima delle contestazioni sulle certificazioni. Non si trovava posto per l’esportazione, quindi i costi sono schizzati verso l’alto. Mi hanno raccontato di aste per lo spazio hangar: un mercato selvaggio, dove se avevi soldi riuscivi a comprare, altrimenti no.
Voi come avete fatto?
Abbiamo pagato di più, fatto controllare tutti i certificati (che erano corretti) e lavorato con un’azienda seria, che aveva un rapporto consolidato nel tempo con l’azienda piemontese. Questa si è assunta il rischio pagando i costi per l’esportazione.

Com’è andata quando sono arrivati i test?
Quando abbiamo ordinato i kit avevamo una serie di accordi con delle cliniche private qui in Toscana, ma poi un’ordinanza regionale ha vietato di vendere questi strumenti ai privati, come è successo anche in Campania e Lombardia. Quindi sono arrivati e non li potevamo vendere, e questo non è successo solo a me, ma anche a tanti imprenditori che hanno lavorato in queste regioni.
Infatti all’inizio si parlava di test sierologici che dovevano essere unici e validati.
Posso dirle quello che penso? Parlare di test “unico” a mio parere va contro tutti i principi della WTO e del mercato, sa molto di monopolio. Per quanto riguarda la validazione, noi abbiamo importato un kit che aveva uno studio registrato e depositato il 18 febbraio, condotto su 220 casi incrociati con tampone genetico e test rapido, in cui si dimostrava che c’era una corrispondenza altissima. Dire che il test deve essere validato in questo caso vuol dire non prendere in considerazione la validazione già fatta. Dalla Cina si importa e si acquista tutto, però lo studio di validazione dei cinesi non va bene, lo devono rifare gli italiani, qual è il motivo? Forse si vuole avere un controllo in ciò che entra e che esce?

O forse perché manca la fiducia?
Allora è una fiducia a convenienza, solo quando ci va bene. Non può essere così. C’è molto che non torna in questa storia.
Alla fine a chi sono andati i vostri kit?
Abbiamo venduto solo ad altre Regioni, che non avevano vietato la vendita ai privati. Lo abbiamo fatto a un prezzo lievemente superiore a quello del costo da noi sostenuto, 14-15 euro a kit+Iva, giusto per rientrare delle spese. Tutti i kit che avevamo acquistato sono andati via in meno di 48 ore. Adesso alcune delle regioni che inizialmente avevano limitato questa possibilità, come la Campania e la Lombardia, stanno aprendo anche al privato per acquistare e somministrare questi test.

Qual è la situazione attuale?
Abbiamo ricominciato a fare approvvigionamento, perché la Cina ha sbloccato nuovamente le esportazioni, ma abbiamo trovato anche aziende interessanti che ora li producono in Europa, quindi i costi di importazione e quelli finali saranno più bassi.
Cosa pensa di chi oggi somministra questi test facendoli pagare 120 euro l’uno?
È vergognoso, oggettivamente la somministrazione non può giustificare questa maggiorazione di prezzo. Secondo me il Governo avrebbe dovuto introdurre un prezzo calmierato, come con le mascherine a 50 centesimi. Bastava dire: massimo 25 euro per il prezzo finale del servizio. Avrebbe dovuto mettere un paletto per impedire che alcuni si arricchissero ingiustamente, ma non l’ha fatto. Il fatto che ci sia qualche studio privato che se ne approfitta però non rispecchia la situazione attuale del mercato in questo momento. I medici a cui abbiamo venduto i nostri kit in Italia non credo li abbiano somministrati a più di 35-45 euro.

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