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La nota del Vaticano sul ddl Zan divide la Curia. Ma a volerla è stato Papa Francesco

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Dietro l'iniziativa anche le pressioni della Cei e l'insoddisfazione verso la presidenza di Gualtiero Bassetti giudicata "troppo timida"

È stato Papa Francesco in persona ad approvare la controversa nota del Vaticano sul ddl Zan consegnata il 17 giugno da monsignor Paul Richard Gallagher, segretario per i rapporti con gli Stati, all’ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, per la presunta violazione del Concordato tra Italia e Vaticano. L’iniziativa ha contribuito ad agitare i rapporti tra le forze politiche che compongono la maggioranza di governo: il Pd difende il testo, mentre Matteo Salvini (come anche Giorgia Meloni) applaude la nota, parlando del ddl Zan come di una “norma liberticida”. Tanto da spingere il presidente del Consiglio Mario Draghi ad affrontare la questione oggi in parlamento, dove terrà le comunicazioni in vista del vertice europeo del 24 e 25 giugno.

Il ruolo di Papa Francesco

“Non si può immaginare che un passo di questo genere sia avvenuto senza l’assenso esplicito di Papa Francesco“, ha dichiarato all’Huffingtonpost Cesare Mirabelli, giurista, ex presidente del Csm e della Corte Costituzionale, e consigliere generale della Pontificia commissione per lo Stato della Città del Vaticano. “È come se si potesse immaginare che un ambasciatore agisca contro le direttive del suo Governo. Impensabile”. L‘ipotesi è stata poi confermata da fonti interne vaticane sempre all’Huffingtonpost, il che smentisce che si sia trattato di una mossa della Curia contro Francesco.

La Santa Sede ieri, dopo la pubblicazione della notizia sul Corriere della Sera, ha puntualizzato che la Nota verbale era stata inviata “informalmente” e che la richiesta non è quella di un blocco, ma di una “diversa modulazione del disegno di legge sull’omotransfobia”. Precisazioni che tendono a sminuire la portata dell’iniziativa vaticana contro il ddl Zan, che tuttavia continua a far discutere il mondo politico e non solo.

Secondo Repubblica, infatti, l’ala bergogliana della Curia romana sarebbe rimasta spiazzata dalla decisione, con “diversi prelati che temono l’effetto boomerang di questa iniziativa diplomatica inaspettata e certamente inusuale”. D’altro canto, il pontefice è lo stesso che alcuni anni fa pronunciò la celebre frase: “Chi sono io per giudicare un gay?” e che sul tema del ddl sulle unioni civili disse: “Io non mi immischio”, precisando che dei temi nazionali deve occuparsi la Cei.

Nell’articolo firmato da Paolo Rodari si legge che “Francesco da tempo ha delegato alla Segreteria questi temi, senza seguirne poi tutti i dettagli. Tanto che oggi non può che osservare in silenzio ciò che accade, consapevole delle perplessità di molti ma insieme, nonostante le divisioni interne alla Curia, cercando di evitare strappi”.

Le pressioni della Cei

In questo quadro, un elemento appare ormai consolidato: la nota del Vaticano è stata frutto di pressioni da parte della Conferenza episcopale italiana (Cei) che sul ddl Zan chiedeva da settimane chiarimenti all’Italia senza ottenere risposta. A preoccupare è, in particolare, la questione della mancata esenzione delle scuole private dall’organizzazione di attività in occasione della Giornata nazionale contro l’omofobia.

“Se non fossimo intervenuti, rischiavamo un pronunciamento della Cei simile a quello su Joe Biden dei vescovi americani contrari a dare la comunione ai politici che sostengono il diritto all’aborto”, è la versione riportata questa mattina dal Corriere della Sera, che racconta come dietro la nota ci sia il rapporto complicato tra la Curia e l’episcopato italiano e l’insoddisfazione verso il cardiale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, accusato di “eccessiva timidezza”. In questo senso, la nota contro il ddl Zan sarebbe un modo di “ricompattar un’unità in bilico”.

Leggi anche: Anziché intromettersi sul ddl Zan il Vaticano pensi ai reati sessuali dei preti (di G. Cavalli)

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