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Medici in fuga dagli ospedali: “Così in tre anni andranno via 37 mila specialisti”

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Medici in prima linea Credits: ANSA

Entro il 2023 potrebbero mancare all'appello nelle corsie d’ospedale 24mila i specialisti del Servizio sanitario nazionale. Lo studio

Sono circa 24mila i medici specialisti che entro il 2023 potrebbero mancare all’appello nelle corsie d’ospedale, determinando un grave rischio per il Sistema sanitario nazionale. Il dato emerge da uno studio dell’Anaao Assomed, l’associazione dei medici e dirigenti sanitari italiani, pubblicato alla fine di settembre. Ma la questione torna di primaria importanza in un momento in cui gli ospedali italiani sono di nuovo sotto pressione a causa dell’aumento di contagi da Covid-19.

Nel quinquennio 2019-2023 sono previsti 32.501 pensionamenti, a fronte di soli 22.328 nuovi specialisti che opteranno per il sistema sanitario nazionale (il 66 per cento del totale annuale secondo le stime Anaao), con un ammanco di almeno 10.173 specialisti. Ma lo scenario, secondo l’associazione, potrebbe essere ben peggiore. Esiste infatti già una carenza di 6.225 medici specialisti rispetto al 2009, l’anno con il livello più alto di medici assunti nel Ssn. Inoltre, potrebbero essere necessari ulteriori 4mila specialisti per far fronte all’attivazione di nuovi posti letto per l’emergenza da Covid-19 nelle struttura di Terapia intensiva e Sub-intensiva.

Infine, elemento non meno rilevante, il numero dei medici “in fuga” potrebbero aumentare per anticipi pensionistici (come Quota 100 e Opzione donna) anche a causa del notevole stress psico-fisico subito dagli operatori sanitari per contrastare l’epidemia. Come chiarisce a TPI Carlo Palermo, segretario Anaao Assomed e coautore dello studio, le “uscite” saranno probabilmente superiori ai 32mila e 500 pensionamenti stimati.

“Nel nostro studio abbiamo ipotizzato, in modo prudenziale, una possibile uscita aggiuntiva – rispetto a quelli che raggiungono ordinariamente il pensionamento – di 4.500 medici che potrebbero andare via in anticipo a causa del disturbo post-traumatico che comincia a emergere a causa del periodo di stress che va da febbraio fino a maggio. Così si arriva alla cifra di 37mila medici che potrebbero abbandonare il Servizio sanitario nazionale”. Tenendo conto anche di questi fattori, l’ammanco potrebbe salire alla vertiginosa cifra di circa 24mila specialisti nel 2023.

“Non c’erano più le condizioni per lavorare serenamente”, racconta al Fatto quotidiano A., per 25 anni chirurgo a Bra (Cuneo) che ora ha scelto di lasciare il lavoro in ospedale. “Appena ne ho avuto la possibilità sono passato alla medicina territoriale. Dalla chirurgia ce ne siamo andati in tre. Adesso sono medico di famiglia, come un’altra collega. Il terzo è andato in una casa di cura privata”.

Il fenomeno esisteva già negli anni precedenti, ma l’emergenza Covid-19 ha aggravato la situazione. “Il sotto-finanziamento del sistema, il blocco del turnover e i pensionamenti massivi degli operatori hanno prodotto un sistema che appare oggi più che mai bisognoso di profonde rivisitazioni”, ha dichiarato Palermo in occasione della presentazione dello studio. Il quadro è “aggravato e reso ancor più complesso dalla totale assenza di programmazione nella formazione post-laurea, che è andato in crisi in molte Regioni, in relazione all’inaspettata pandemia da Sars-CoV-“.

Per evitare questo “l’imbuto formativo“, ovvero il gap tra numero di accessi al Corso di laurea in Medicina e Chirurgia e il numero insufficiente di contratti specialistici che sta comportando un grave danno generazionale, l’Anaao chiede un finanziamento “una tantum” di ulteriori 11.800 contratti di formazione specialistica da distribuire sui concorsi 2021 e 2022, con un costo stimato complessivo di circa 1,3 miliardi di euro da spalmare in base alla durata in anni della formazione.

“Ormai tutti gli ospedali sono diventati come un grande pronto soccorso, dove si lavora molto e in emergenza, con poco tempo da dedicare ai pazienti e alla formazione”, sottolinea Esther Pasetti, segretaria dell’Anaao Emilia Romagna, “Per questo tanti giovani colleghi preferiscono andare all’estero, in Paesi dove ci sono condizioni di lavoro diverse, migliori”.

Leggi anche: 1. Covid, in Italia più contagi e meno ricoveri: ecco cosa rivela il confronto tra i dati di oggi e quelli di marzo /2. Alberto Zangrillo: “Il problema non sono le terapie intensive, lo dico da 6 mesi” /3. Gli specializzandi non medici in prima linea contro il Covid: “Noi considerati camici di serie B” /4.

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