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Marianna Manduca denunciò il marito 12 volte ma fu uccisa: ora lo Stato rivuole indietro il risarcimento dagli orfani

Il risarcimento concesso ai figli in primo grado e cancellato in appello

Di Veronica Di Benedetto Montaccini
Pubblicato il 11 Feb. 2020 alle 11:16 Aggiornato il 11 Feb. 2020 alle 12:11
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Immagine di copertina
Marianna Manduca credit: Ansa

Marianna Manduca denunciò il marito 12 volte ma fu uccisa

Marianna Manduca denunciò il marito 12 volte ma fu uccisa. Il 3 ottobre del 2007 è stata ammazzata dal padre dei suoi figli, Saverio Nolfo. Carmelo Calì, il cugino di Marianna insieme alla moglie Paola Giulianelli ha accolto e poi adottato i tre bambini della cugina, rimasti soli al mondo, tre ragazzi che oggi hanno 18, 17 e 15 anni. Dopo il femminicidio, lo Stato aveva promesso loro un risarcimento. Che oggi, con il giudizio in Cassazione, chiede indietro.

Orfani di femminicidio, senza fondi

“Se lo Stato si riprenderà il risarcimento che i figli di Marianna hanno ottenuto dopo l’assassinio della loro madre, mi chiedo quante donne continueranno a denunciare i loro aguzzini. Marianna Manduca lo aveva fatto dodici volte, per dodici volte ha chiesto aiuto e non è stata creduta”, spiega il cugino Carmelo.

“Lo Stato – continua il tutor dei bambini – che non l’aveva protetta era stato però condannato a proteggere, almeno, i suoi tre bambini. Niente da fare. Adesso la Presidenza del Consiglio vuole indietro quei soldi”.

Marianna Manduca, la storia

Marianna Manduca viene assassinata a 33 anni, a Palagonia, dal marito Saverio, dopo una lunga vicenda di maltrattamenti, violenze e abusi. Tra il 2006 e il 2007 Marianna, che nella vita fa la ragioniera e mantiene, da sola, la sua famiglia, presenta alla magistratura dodici querele e chiede disperatamente aiuto.

C’è un incastro gelido di codici e di sofferenze, dietro questa storia di una donna uccisa e di tre orfani di femminicidio che oggi rischiano, incredibilmente, di dover restituire allo Stato 250 mila euro.

Insieme ai suoi avvocati, Alfredo Galasso e Licia D’Amico, Carmelo e Paola hanno ascoltato il procuratore generale chiedere il rigetto del loro ricorso contro la sentenza della corte d’appello di Messina, che ha richiesto agli orfani il risarcimento accordato in primo grado.

Penultima pagina di una vicenda giudiziaria e umana, su cui è stata addirittura costruita una fiction (“I nostri figli”) ma che apre enormi interrogativi, e rischia di rallentare di nuovo il percorso di denuncia delle donne perseguitate.

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