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Mia madre, malata di Alzheimer, parlava con gli animali. E mi ha insegnato che l’unico modo di vivere la vita è tuffarsi

Di Flavio Pagano
Pubblicato il 7 Feb. 2020 alle 20:03 Aggiornato il 10 Feb. 2020 alle 18:21
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Immagine di copertina
Credit: Pixabay

L’Alzheimer di mia madre, che parlava con gli animali

Quando le venne l’alzheimer, mia madre cominciò a parlare con gli animali: come il dottor Doolittle.

O San Francesco, se volete. L’aveva sempre fatto, a dire il vero ma, quando si ammalò, successe una cosa strana: loro cominciarono a risponderle.

O, almeno, così diceva lei. Infatti, più volte al giorno, con quegli occhi da bambina che la malattia non solo non aveva spento, ma sembrava avere reso ancora più luminosi ed innocenti, ci informava dei desiderata del nostro cane. Ci avvertiva, premurosamente, che aveva fame, o freddo, oppure che aveva un po’ di mal di pancia.

E se ne preoccupava molto, per cui bisognava essere assai solerti nell’esaudire le varie richieste.

Ma, a volte, mamma riferiva anche concetti più complessi, frutto, evidentemente, di veri e proprio discorsi: “Il cane non è contento, si sente trascurato, dice che non lo portate a passeggio abbastanza…”, diceva, per esempio.

Ed era bellissimo sentirla parlare così. Perché sembrava vero. E anche noi, insieme a lei, per un momento tornavamo un po’ bambini.

A volte, anche se non mi riconosceva, e la sua attenzione era tutta per il cane, il dolore passava in second’ordine: perché la vedevo felice, e la sua pretesa virtù di parlare agli animali suscitava in me soltanto un’immensa, gioiosa tenerezza.

Con l’aggravarsi della malattia, cominciò a passare le giornate immobile sulla sua poltrona, a volte senza dire una parola per giorni. E in certi momenti, allora, io guardavo il cane, che non la lasciava un momento, sperando che fosse lui a confidarmi qualcosa. Ma non succedeva…

Poi mia madre ci lasciò per sempre, e una sera, mentre sedevo proprio sulla sua poltrona, il cane (un piccolo jack russel), mi saltò in grembo e cominciò a fissarmi.

Non so perché, ma quello sguardo mi colpì talmente, che lo ricambiai con la stessa decisione. Mi ci addentrai, scavai in quei suoi occhi lucidi, color castagna, languidi e volitivi al tempo stesso, proprio come quelli di mia madre. E ad un tratto avvenne l’incredibile: mi sembrò di capire i suoi pensieri, mi sembrò che… mi parlasse.

“Ho sete!”, mi diceva.

Per qualche istante camminai in precario equilibrio, su una affilatissima lama di dubbi: sto diventando pazzo?, mi chiedevo. Ho anch’io un principio di alzheimer?

Oppure, e quest’ingenua ipotesi mi strappò una lacrima, vuoi vedere che mia madre è tornata, s’è reincarnata nel cane, ed è lei che mi parla?

Fatto sta che mi alzai e andai a versare nella ciotola un po’ d’acqua fresca.

Immediatamente, lei (in realtà è una femmina…) accorse e, scondinzolando, cominciò a bere.

Episodi simili, si ripeterono sempre più spesso. E a volte io e la russellina ci facevamo certe chiacchierate… Ma non osai mai dichiararlo apertamente, come faceva mamma.

La lezione, però, l’avevo capita: perché i cosiddetti dementi, questi vecchietti con l’alzheimer, sono autentiche miniere di parabole: sono piccoli vangeli viventi.

Parlare vuole dire tante cose. E l’alzheimer di mia madre m’aveva insegnato che a volte, per comunicare, per capire, bisogna saper mollare i freni. Che bisogna essere temerari e lasciarsi andare, perché nella vita bisogna tuffarcisi, se si vuol vivere davvero. Come quando si impara a nuotare, o ci si innamora, o quando una voce, dentro di noi, sussurra “lanciati, che aspetti, non vedi che è il tuo momento, la tua occasione?”.

In quei momenti bisogna fidarsi ciecamente del principio di Archimede: e tuffarsi!

Come feci io quel giorno, quando mi lasciai cadere negli occhi del mio cane, e parlai con lui. Perché tuffarsi è l’unico modo per entrare davvero nella vita. Non ne esistono altri: quella fra essere o non essere, non è una scelta che ammette gradualità.

Tuffatevi, sarà la vita stessa a riportarvi a galla. Fate la prova, e poi parlatene col vostro cane: sono sicuro che vi darà ragione.

Magari proprio all’Alzheimer Fest, la geniale manifestazione ideata da Michele Farina, con la collaborazione dell’Associazione Italiana di Psicogeriatria, presieduta dal professor Marco Trabucchi.

Lì scoprirete che, oltre a parlare con gli animali, potete anche passare attraverso i muri: perché le uniche vere barriere, sono quelle che ci portiamo dentro di noi. L’appuntamento è a settembre, dall’11 al 13, nel cuore della riviera romagnola, a Cesenatico. Con un programma che, come sempre, sarà ricchissimo di eventi e di ospiti.

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