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“Addio nipoti miei da questo letto senza cuore”: la straziante lettera del nonno morto di Covid in Rsa

Di Lara Tomasetta
Pubblicato il 23 Apr. 2020 alle 12:13
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Immagine di copertina

La lettera di addio di un nonno morto di Covid in Rsa

“Non potevo mai immaginare di finire in un luogo del genere. Apparentemente tutto pulito e in ordine, ci sono anche alcune persone educate ma poi di fatto noi siamo solo dei numeri, per me è stato come entrare già in una cella frigorifera”.

È la dolorosa lettera scritta da un anziano ospite di una Rsa, morto di Coronavirus, solo come tanti pazienti vittime di questa pandemia. Il testo integrale è riportato sul quotidiano ‘InTerris’ ed è un addio da quella che l’uomo definisce “una prigione dorata”. “Mi sembrava esagerato e invece mi sono proprio ricreduto – dice l’anziano – Sembra infatti che non manchi niente, ma non è così. Manca la cosa più importante, la vostra carezza, il sentirmi chiedere tante volte al giorno ‘come stai nonno?'”.

L’uomo sapeva che restavano pochi giorni davanti a lui, sentiva venir meno le forze e allora è riuscito a trovare una penna e a scrivere una lunga lettera di addio ai figli e ai nipoti prima che il tempo scadesse. Un messaggio che suona come un atto d’accusa contro il sistema delle Rsa. “Da questo letto senza cuore scelgo di scrivervi cari miei figli e nipoti. La lettera l’ho consegnata di nascosto a Suor Chiara nella speranza che dopo la mia morte possiate leggerla”.

“Mi è mancato l’odore della mia casa. Il vostro profumo. I sorrisi. Raccontarvi le mie storie. E persino le tante discussioni. Questo è vivere. È stare in famiglia con le persone che si amano e sentirsi voluti bene. E voi me ne avete voluto così tanto, non facendomi sentire solo dopo la morte di quella donna con la quale ho vissuto per 60 anni insieme. Sempre insieme”. Una lettera a cuore aperto, quella dell’uomo. Che scrive con sincerità. E che confessa come “in 85 anni ne ha viste così tante… Come dimenticare la miseria dell’infanzia”, ricorda per esempio.

“E come non dimenticare le lotte di mio padre per farsi valere, mamma sempre attenta a ogni respiro e poi il fascino di quella scuola che era come un sogno poterci andare, una gioia, un onore. La maestra era una seconda mamma e conquistare un bel voto era festa per tutta la casa. E poi, il giorno della laurea e della mia prima arringa in tribunale. Quanti ‘grazie’ dovrei dire, un’infinità a mia moglie per avermi sopportato, a voi figli per avermi sempre perdonato, ai miei nipoti per il vostro amore incondizionato. Gli amici, pochi quelli veri, si possono veramente contare solo in una mano come dice la Bibbia e che dire, anche il parroco, lo devo ringraziare per avermi dato l’assoluzione dei miei peccati e per le belle parole espresse al funerale di mia moglie”.

“Ora non ce la faccio più a scrivere e quindi devo almeno dire una cosa ai miei nipoti… e magari a tutti quelli del mondo. Non è stata vostra madre a portarmi qui – precisa – ma sono stato io a convincere i miei figli, i vostri genitori, per non dare fastidio a nessuno. Nella mia vita non ho mai voluto essere di peso a nessuno, forse sarà stato anche per orgoglio e quando ho visto di non essere più autonomo non potevo lasciarvi questo brutto ricordo di me, di un uomo del tutto inerme, incapace di svolgere qualunque funzione”.

E poi torna al presente, ai momenti che restano. “Nella mia vita non ho mai voluto essere di peso a nessuno. Quando ho visto di non essere più autonomo non potevo lasciarvi questo brutto ricordo di me. Di un uomo del tutto inerme. Incapace di svolgere qualunque funzione”. Ma adesso, guardandosi indietro, l’anziano non ha dubbi: “Vorrei che sappiate tutti che per me non dovrebbero esistere le case di riposo, le Rsa, e quindi, ora che sto morendo lo posso dire: mi sono pentito. Se potessi tornare indietro supplicherei mia figlia di farmi restare con voi fino all’ultimo respiro. Almeno il dolore delle vostre lacrime, unite alle mie, avrebbero avuto più senso di quelle di un povero vecchio, qui dentro anonimo. Isolato e trattato come un oggetto arrugginito”

“Questo Coronavirus ci porterà al patibolo ma io già mi ci sentivo dalle grida e modi sgarbati che ormai dovrò sopportare ancora per poco… l’altro giorno l’infermiera mi ha già preannunciato che se peggioro forse mi intuberanno o forse no. La mia dignità di uomo, di persona perbene e sempre gentile ed educata è stata già uccisa. Sai Michelina, la barba me la tagliavano solo quando sapevano che stavate arrivando e così il cambio. Ma non fate nulla vi prego… non cerco la giustizia terrena, spesso anche questa è stata così deludente e infelice. Fate sapere però ai miei nipoti (e ai tanti figli e nipoti) che prima del Coronavirus c’è un’altra cosa ancora più grave che uccide: l’assenza del più minimo rispetto per l’altro, l’incoscienza più totale. E noi, i vecchi, chiamati con un numeretto, quando non ci saremo più, continueremo da lassù a bussare dal cielo a quelle coscienze che ci hanno gravemente offeso affinché si risveglino, cambino rotta, prima che venga fatto a loro ciò che è stato fatto a noi”.

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