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Noi poveri romani e meridionali invidiosi della Lombardia (di G. Gambino)

Di Giulio Gambino
Pubblicato il 22 Apr. 2020 alle 18:03 Aggiornato il 23 Apr. 2020 alle 14:47
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Immagine di copertina
Illustrazione di Emanuele Fucecchi

Mettetevelo in testa: la Lombardia non è presa di mira, non è sotto accusa, non è sotto inchiesta. Non esiste alcuno sciacallaggio politico o giustizialismo statalista da parte di pecoroni romani e meridionali, “invidiosi del sistema Lombardia”, del modello Lombardo, e oggi saliti alla ribalta per gridare vendetta, quasi fossimo felici che le cose siano andate male e che quella regione sia diventata il lazzaretto d’Europa. Chiariamoci su un punto: nessuno vuole l’arresto di nessuno, diversamente da quanto è stato detto, e nessuno vuole inquisire nessuno. Le eventuali responsabilità giudiziarie per lo tsunami che ha travolto la Lombardia le stabilirà la magistratura a tempo debito. Noi, come molti altri, siamo giornalisti e, come anche altri, facciamo il nostro mestiere. Che non è quello di indagare nelle vesti di un PM ma di fare domande, porre questioni, andare a fondo e raccontare la verità. Servire chi non è governato. Della Lombardia, del suo modello politico, del suo modello economico e sociale, del suo modello morale: non ce ne frega assolutamente nulla. Ma non per questo possiamo nascondere i dati, fare finta di niente e voltarci dall’altra parte: non possiamo non guardare alle cose.

È evidente ai più che le sfide cui ci si è trovati di fronte riguardano tutti, il Lazio come la Basilicata, la Sardegna come la Lombardia, gli USA come la Cina: il mondo intero. Ed è anche evidente che siamo stati tutti quanti comprensibilmente colti impreparati, alternando con schizofrenia allarmismo emotivo a razionale pacatezza. Ebbene, se una singola regione registra 12mila morti e 68mila casi qualcosa deve scattare in testa ai cittadini, giornalisti, politici. Qualcosa deve essere andato storto al di là di ogni ragionevole premessa. Poteva capitare nel Lazio o altrove, questo è ovvio, ma se un focolaio che si è generato in Lombardia ha prodotto questi numeri è necessario fare domande e trovare le risposte che i parenti delle vittime ci chiedono, e che continuano a chiedere man mano che portiamo avanti l’inchiesta in più parti condotta da Francesca Nava per conto del nostro giornale.

La giunta regionale lombarda ha commesso errori e fallimenti politici che hanno portato a conseguenze devastanti sul territorio. Responsabilità attribuibili agli operatori sanitari, ai medici, ai dirigenti sanitari, all’assessore. Fino a risalire l’intera catena di comando. Questo è un dato di fatto. Perché a prendere quelle decisioni fatali, che hanno contribuito a portare a un così alto numero di contagi e di vittime, sono stati personaggi e uomini facenti parte della classe dirigente lombarda, non Topo Gigio. Queste decisioni, non ne dubitiamo, sono tutte state prese largamente in buona fede e sarebbero potute accadere anche altrove, ma ci chiediamo come sia possibile che un’area così ben definita e precisa sia ancora oggi il focolaio da cui derivano il più alto numero di contagi e vittime. C’entra per caso la mancata chiusura dell’ospedale di Alzano Lombardo quel 23 febbraio e la mancata zona rossa nella Val Seriana a inizio marzo? C’entra la poca accurata gestione sanitaria nelle RSA, e le balle raccontate da medici e operatori sanitari alle vittime e ai parenti delle vittime? La lista è lunga eppure – rifletteteci – quando si parla di Lombardia ormai non si entra più nel merito delle responsabilità, ma ci si limita solamente a liquidare chi pone domande e ha una opinione critica sulla questione come un individuo invidioso solo capace di formulare accuse in modo ridicolmente ideologico.

Questo è accaduto anche lunedì sera nella trasmissione Quarta Repubblica condotta da Nicola Porro, su Rete 4, dove nel merito delle questioni non si è entrato mai per davvero, pur avendo il sottoscritto tentato più volte di riportarle al centro del dibattito. Si parlava solamente dell’invidia. Ma quale invidia? Per favore: siate seri. È davvero triste ridicolizzare il tutto a una gara tra nord e sud. Di fronte a una strage umana di tale dimensioni per giunta. C’è forse persino malafede in chi porta avanti questo campanilismo da quattro soldi per difendere ciecamente la classe dirigente della Regione Lombardia (in questo caso sì, in modo unicamente ideologico). D’altro canto basterebbe solo ammettere: “Si, c’è stata una gestione non all’altezza della situazione, e questo lo si è visto nel caso delle RSA e di Alzano e Nembro”. Sarebbe una risposta che restituirebbe dignità ai parenti delle vittime mortificate. Come quelle del Trivulzio, che chiedono giustizia nelle testimonianze raccolte da TPI, o quelle della Val Seriana. Già questo restituirebbe un minimo di dignità a una classe dirigente austera e fredda che ci ha rimbambito con numeri e propaganda senza tuttavia dire mai davvero l’unica cosa che avrebbe da sempre dovuto dire: “ci dispiace”.

C’è un quadrilatero che ancora oggi è il focolaio dove contagi e vittime non si fermano, è quello che hai suoi 4 punti cardine in Bergamo, Brescia, Milano e Codogno, al confine con Piacenza in Emilia Romagna (solo qui la situazione è migliorata). Si dice spesso che il numero così alto di vittime concentrato in quell’area sia frutto della sfiga: “non è colpa di nessuno, anzi no, è colpa del virus, basti guardare alle altre regioni”. Ma che razza di ragionamento è? Non è una gara. Come invece fa trapelare quel ridicolo studio del San Raffaele che ci dice che la Lombardia (e nella fattispecie Milano) ha evitato il contagio ben di più di altre aree metropolitane come New York, Londra e Madrid (aggiungerei, e chi sene frega, vuoi pure un premio di fronte a 12mila vittime? Morti che in altre regioni non ci sono stati nelle stesse tragiche dimensioni della Lombardia). Il lockdown dell’Italia intera, che oggi tutti speriamo finisca al più presto, è una conseguenza di una mala gestione lombarda di cui paga lo scotto l’Italia intera. Per tenere aperte decine fabbriche – la maggior parte delle quali peraltro sempre rimaste aperte e ancora oggi attive in deroga – siamo tutti fermi. Ad oggi in tutto il paese sono oltre 100mila le fabbriche attive, alcune delle quali non hanno mai chiuso, come dimostra il caso Dalmine, nella bergamasca. Asportando i numeri della Lombardia, la tragica radiografia dell’Italia colpita dal Covid sarebbe di ben più modeste dimensioni.

La verità è che la chiusura totale del paese è stata fatta male (tardi e troppo frettolosamente), e il rischio ora è che l’apertura verrà fatta peggio. Si è argomentato: non si può fermare la Lombardia e non farla riaprire. Lo ha detto l’altro giorno Alessandro Sallusti in collegamento Facebook su una diretta che abbiamo fatto insieme a lui. Ma come si può pensare di far ripartire dal 4 maggio una delle tre aree più colpite al mondo (dopo lo stato di New York e la provincia dello Hubei in Cina)? È una follia. L’apertura va fatta scaglionata per regioni. E se davvero si riapre, chi si assume la responsabilità di farlo? Chi ci mette la faccia in caso dovessero tornare a salire le vittime per la riapertura? Ad oggi i contagi e le vittime in quella regione sono ancora col segno positivo, nonostante le misure di sicurezza così severe già in vigore da un mese, motivo per cui è anche lecito chiedersi (e doveroso pretendere risposte): chi sono i nuovi malati ogni giorno in Lombardia? Le persone che portano a spasso il cane? I pochi indisciplinati? Poco credibile.

Ma poi la questione riapertura dovrebbe essere affrontata così: la Lombardia ha atteso il governo per (non) fare la zona rossa ad Alzano, Nembro e Orzinuovi a inizio marzo. Ha subìto la pressione delle aziende? Quale che sia la motivazione, ora attenda e poi agisca secondo le decisioni del governo a livello nazionale. La giunta regionale non può adottare due pesi e due misure a seconda di ciò che le conviene fare. La paternale la possono fare tutti, ma non la Lombardia, proprio no. E chissenefrega del modello produttivo lombardo. Alla faccia del campanilismo spicciolo di chi si trincera dietro scuse ridicole per non affrontare il tema che sta a cuore a tutti.

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