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Autoritarismo, feeling con Salvini e dubbi sulla sperimentazione: chi è davvero Giuseppe De Donno (di Selvaggia Lucarelli)

Di Selvaggia Lucarelli
Pubblicato il 20 Mag. 2020 alle 14:06 Aggiornato il 22 Mag. 2020 alle 14:24
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Immagine di copertina
Illustrazione di Emanuele Fucecchi

Difficile individuare l’angolazione giusta da cui partire per fare un ritratto di Giuseppe De Donno, perché da un parte c’è una terapia che andrebbe maneggiata con prudenza e cauto ottimismo (la plasmaterapia), dall’altra quello che ormai si può definire “il personaggio De Donno”. Da una parte una terapia seria che si sta sperimentando in tutto il mondo (no, De Donno non è il primo) e che è vecchia di un secolo, dall’altra un personaggio che era partito sembrando il medico di campagna puro e duro interessato solo alla scienza e che invece si sta dimostrando assai poco immune, per restare in tema, alle sirene della notorietà, dell’ambizione personale e di una spasmodica ricerca del conflitto per avere luce su di sé.

Inoltre, sebbene De Donno continui a dipingersi come piccolo e umile, schiacciato dai poteri forti, nel suo ambiente lavorativo non gode affatto della fama del superiore docile. Anzi, del suo autoritarismo e degli inviti non certo velati a licenziarsi se non si è d’accordo con lui, si vocifera parecchio, come di suoi metodi legati alla sperimentazione che non convincono tutti. Ma andiamo con ordine. Partiamo dalla piega politica: il cinquantatreenne di origini pugliesi-calabresi De Donno ha abbandonato le radici piddine e strizza l’occhio alla Lega senza neppure nascondersi troppo. Ed è forse da qui, dalla sua storia di piccole e grandi ambizioni politiche che bisogna partire per decifrare il personaggio. “A chi è preoccupato per la mia discesa politica con questa o quella lista posso dire: non avete capito nulla. Non cerco visibilità, ne ho già molta”. Aveva scritto questo, il primario dell’ospedale Carlo Poma di Mantova il 10 maggio.

In effetti, il dubbio era lecito, visto che De Donno con la politica ci ha provato eccome. Nel 2004 si candida con un ex Dc, poi passa al Pd e diventa vicesindaco e Assessore ai Servizi Sociali, poi diventa capolista della lista Curtatone Futura del candidato del Partito Democratico Francesco Ferrari ma non ottiene il successo sperato: vince un sindaco di centro-destra, Carlo Bottani. Da quel momento si dice che De Donno abbia covato rancori. Ancora oggi è consigliere comunale di opposiziona a Mantova, in tempi in cui ce lo ritroviamo a conversare su YouTube proprio col sindaco di centrodestra Bottani e, soprattutto, ad essere appoggiato con un tifo da ultras dalla Lega e da Matteo Salvini stesso. Interviste a Radio Padania, interviste all’amica di Salvini Maria Giovanna Maglie, una diretta Facebook con Matteo Salvini, il selfie con il consigliere di regione Lombardia Alessandra Cappellari che lo posta sulla sua pagina con il logo “Lega Salvini” e pubblicizza la sperimentazione al plasma. Che con la politica non c’entrerebbe nulla, ma tant’è.

E naturalmente Matteo Salvini posta tweet, post su Facebook e Instagram a sostegno di De Donno a suon di “Con la cura al plasma dopo un’ora già scompaiono i sintomi” e “la plasmaterapia non interessa nessuno perché le lobby farmaceutiche non possono arricchirsi”. Insomma, ad esser maliziosi verrebbe da pensare che De Donno sogni una candidatura futura con la Lega o che qualcosa gli sia stato promesso. Di sicuro, la notizia data l’altro ieri in conferenza stampa da De Donno con cuffia e mascherina a fiori abbinati, e cioè che verrà avviato un nuovo protocollo a Mantova per trattare col plasma iperimmune gli anziani delle Rsa contagiati, è un interessante, ulteriore spunto di riflessione. Perché un protocollo specifico per gli anziani delle Rsa e non per gli anziani in generale? Forse perché la Lega, in Lombardia, ha commesso i danni più irrecuperabili a livello reputazionale nelle Rsa? Chissà. Per giunta, questi anziani, secondo l’annuncio, saranno ricoverati presso il Green Park, del colosso privato Gruppo Salus di proprietà di Guerrino Nicchio. In pratica si rimettono dei malati Covid delle Rsa in un’altra Rsa. Ma va bene, pur di andare avanti con la sperimentazione, facciamo finta di non vedere. “Lavoro in una struttura magnifica con colleghi magnifici, non ho alcuna intenzione di fare politica. Rilascio interviste a chi me le chiede, non solo a politici e giornali di destra”, replica De Donno a cui chiedo delle sue eventuali ambizioni politiche.

LA SPERIMENTAZIONE

Giuseppe De Donno afferma che la plasmaterapia funziona. I risultati della sua sperimentazione al Poma di Mantova sono strabilianti: “Nei 48 pazienti arruolati nel nostro studio non abbiamo avuto alcun decesso, anzi sono tutti guariti e ora sono a casa”. Al San Matteo di Pavia che sta effettuando la stessa sperimentazione col plasma, il presidente Alessandro Venturi che ha scelto una strada meno urlata, fa affermazioni più caute: “Abbiamo sperimentato la terapia col plasma su 46 pazienti. Ne sono deceduti 3. Queste persone avevano un quadro molto compromesso ma non sono state tolte dallo studio per includere persone con quadri molto diversi. Questo studio ha comunque dei limiti perché è uno studio pilota eseguito in emergenza, non è stato fatto col braccio di controllo. Non avevamo ancora un farmaco specifico con cui fare uno studio comparativo”.

Insomma, anche al San Matteo di Pavia sono ottimisti sull’efficacia della plasmaterapia, ma nella loro sperimentazione si contano tre pazienti deceduti, si sottolineano i limiti dell’attendibilità scientifica e non si grida al complotto. Quando al telefono sottolineo con De Donno che Venturi è più prudente lui risponde: “Venturi deve tornare a studiare, gli dica che studi. (…) I morti sono i loro, mica i miei. Guardi anche la mie regione che si è fidata a lungo di Burioni come è andata a finire, Burioni non dovrebbe più fare il virologo. Idem Galli dovrebbe dare spiegazioni per le cose che ha detto.”.

Nel caso della sperimentazione al Poma con De Donno e Franchini si grida al complotto contro la plasmaterapia, si comunica che i pazienti sono guariti tutti, ma sulla selezione dei pazienti si sa meno. Di sicuro è stata molto pubblicizzata da De Donno stesso la guarigione di una donna incinta. Una fonte interna all’ospedale racconta: “De Donno voleva a tutti i costi curare questa donna.  E sapeva che sarebbe stato il primo caso al mondo di donna incinta trattata con questo metodo”. In effetti la donna guarisce e dall’ospedale Poma viene subito comunicato alla stampa che “secondo una ricerca bibliografica non risultano al mondo non risultano altri casi di donne gravide colpite da Covid-19 trattate e guarite con l’infusione dell’emocomponente”.

De Donno va da Magalli a raccontarlo collegato: c’è lui con un quadro col suo ritratto sullo sfondo. Lo scrive sulla sua pagina fb, posta il video dell’ospitata tv. Poi si racconta la vicenda da Barbara D’Urso e la conduttrice: “Con due sacche di plasma è guarita, i medici italiani si distinguono nel mondo!”, idem a  Tgcom 24 e così via, sempre con i post di De Donno a rilanciare i servizi in tv e sempre specificando “la notorietà però non mi interessa”. Peccato fosse già stato a Petrolio, a Dimartedì, a TeleMantova e così via. L’altra voce che riportano alcuni interni è che la paziente non avesse esattamente una polmonite interstiziale bilaterale come sostenuto da De Donno: “Aveva una polmonite all’apice di destra, che è un po’ diverso”. (la stessa donna in alcune interviste afferma di aver avuto il polmone destro più compromesso). “La signora ha fatto solo un’ecografia e De Donno le ha detto che non poteva ventilarla, anche se una paziente gravida si può ventilare”, continua la fonte. “Diciamo che De Donno seleziona con accuratezza i pazienti da sottoporre al protocollo, non vuole fallire e desidera essere il primo in qualcosa”, sostiene un suo collega. In realtà una cosa De Donno l’ha ammessa tranquillamente: i pazienti selezionati per il protocollo non devono avere più di 9 giorni di insufficienza respiratoria.

Quando chiedo a De Donno se è vero che non fosse polmonite interstiziale si infuria: “L’ecografia della signora la possiedo solo io, qui si sta violando la privacy, ho 340 avvocati dietro di me”. Gli faccio notare che dello stato di salute di Pamela ha parlato lui in molte interviste e lui: “Ascolti questo fraterno consiglio: le sconsiglio di parlare di Pamela. Io non le rivelo cosa aveva Pamela e le immagini non posso mostrarle, voglio ben vedere cosa scrive e poi agirò di conseguenza. (…) Se non scrive le do l’esclusiva del parto di Pamela”.

Rifiuto e rimango perplessa: è il medico o l’ufficio stampa di Pamela?Anche per la imminente sperimentazione nelle Rsa De Donno ha chiarito: “Selezioneremo solo i pazienti anziani con polmonite non gravissima”. Insomma, se guariranno perché la plasmaterapia funziona o perché erano appunto “non gravissimi” sarà difficile stabilirlo.

L’AUTORITARISMO

Giuseppe De Donno ama dipingersi come un campione di umiltà, un piccolo medico di provincia. In realtà, non tutti coloro che lavorano con lui al Poma lo descrivono così amabile. “De Donno sembra una persona dolce, timida, e così era quando è arrivato al Poma, a detta di chi ci lavora da anni. Ora non so cosa gli sia successo, di sicuro è un tipo che ama ingraziarsi chi conta e coltiva bene le sue amicizie” racconta chi lo conosce bene. Una cosa è certa: la sua visibilità, i suoi attacchi mediatici, i selfie compulsivi in cui include colleghi e pazienti, i suoi impegni “mediatici” e la frenesia social non piacciono a tutti i colleghi dell’ospedale e ogni tanto gli giungono alle orecchie delle critiche. De Donno, questo è noto, è particolarmente insofferente ai detrattori e quando scopre di avere dei “nemici” reagisce con astio.

Qualche settimana fa, è entrato in una chat di infermiere del Poma perché aveva saputo che qualcuno aveva osato criticarlo e ha ricordato a tutti che la sua scelta di essere social gli sta permettendo di rifare “la mia pneu”, rimproverando gli altri di voler essere dei mediocri, al contrario suo. “Ci ha scritto “Sarebbe opportuno che lunedì chi non si trovasse a suo agio, presentasse domanda di uscita, sarà mia premura assecondarlo”, poi si è rivolto a un collega che era colpevole di averlo criticato e ha aggiunto: “Aspetto la tua domanda di trasferimento, con affetto”, svela una fonte. Insomma. Un aggressivo-passivo niente male.

Altri dipendenti si sono lamentati, e lui ha lasciato una nota vocale perentoria a tutti, minacciando licenziamenti. “In questa nota vocale diceva che la sua grande esposizione mediatica ha permesso alla sua pneumologia di aver risalto non solo nazionale ma anche mondiale, e che dunque non poteva essere sempre presente per le troppe interviste internazionali. Se la prendeva in particolare con la signora… avvertendola che non poteva permettersi di fare illazioni sulla sua persona, se non andava bene come già fatto in precedenza per altri, le avrebbe agevolato l’uscita. Ci diceva che non accetta di essere messo in dubbio, che ha ricevuto 14 richieste professionali in Italia e 4 all’estero, minacciando di lasciare la baracca e dicendo che non transige più”.

Chiedo a De Donno come mai queste tensioni e queste minacce di licenziamenti. “Sono il primario, non sono il fruttivendolo, sono buonissimo ma quando non ci si comporta secondo etica divento cattivissimo”. Alla domanda su chi gli abbia proposto lavori all’estero e in Italia preferisce non rispondere.Ma anche la sua feroce polemica con una pediatra, Sara Guerresi, è ancora presente sul suo Facebook. La dottoressa si era solo detta felice che i bambini potessero uscire di nuovo a fare una passeggiata e lui si era scagliato contro di lei, dicendo che la pediatra non aveva studiato, che viveva nel paese in cui Burioni aveva previsto che il virus non sarebbe arrivato e che si vergognava per lei. Insomma, la rimproverava di non voler rispettare tutte le precauzioni. In realtà esiste una foto di De Donno a cena fatta in reparto con i colleghi tutti vicini a un tavolo senza mascherina durante l’epidemia Covid, ma si vede che le precauzioni valgono per tutti, non per lui.

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Inoltre, mette alla berlina sulla sua pagina chi osa criticarlo, dai giornalisti ai professori universitari come Massimo Poggi, riportando i loro post. Sulla sua pagina Facebook scrive: “Chiunque criticherà il mio gruppo verrà bloccato”. Insomma, dice che lotta per una scienza democratica, ma di democrazia dalle sue parti se ne vede poca. Poi le liti con Pisa, con il governatore della Toscana, con il presidente di Avis colpevole a suo dire di non averlo difeso, gli attacchi a Burioni dipinto come un vanesio che ambisce alla visibilità mediatica. E questa è l’accusa più bizzarra, perché se c’è qualcuno che cerca spasmodicamente la visibilità, la tv, i social, l’attenzione attraverso la scienza, i conflitti, la narrazione dell’uomo semplice che combatte contro i poteri forti è proprio lui.

LA RICERCA SPASMODICA DI VISIBILITÀ

Andando indietro sulla bacheca Facebook di De Donno si riesce ad inquadrare bene la parabola del personaggio, la costruzione scientifica dei tormentoni, le sue ossessioni, i toni enfatici e la sua veste di eroe. Del resto, la foto profilo è la sua faccia montata sul corpo di Iron Man e già questo basterebbe a delineare la modestia del medico.

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De Donno, da mesi, chiede a tutti di condividere i suoi post e di mettere like come un qualsiasi influencer. Posta su Facebook la foto di un paziente al Poma e scrive: “Dai, condividetelo questo post. Ha in sè un vero messaggio d’amore!”. Chiede di aiutarlo ad avere più di mille like a un post, di seguirlo su Instagram. Posta la foto di un rosario e “se volete condividere non ci offendiamo”. Alcuni post sono al limite della mitomania, e questo al di là di ogni discorso scientifico. Il 16 aprile scrive: “Io lascerò traccia qui. E se condividete questo post, la traccia sarà indelebile”.

Pubblica la sua foto montata accanto alle sue frasi tra le virgolette come fossero aforismi di Osho. Chiede alla gente di votare la figlia cantante che concorre in un talent. E poi selfie su selfie con la mascherina con la scritta #nonsiamomammalucchi (il suo tormentone social ad indicare che il popolo non è beota, vi ricorda qualcuno?), la torta con la sua foto e la scritta “non siamo mammalucchi”.

Continua a scrivere di aver rifiutato offerte di lavoro. Posta la foto di un donatore sul lettino e: “Lui sta disegnando la storia”. Posta la foto di un guarito e: “Grazie Luigi, la tua guarigione è una resurrezione”. E poi la sua fede strombazzata (vi ricorda qualcuno?): le foto col vescovo in ospedale (anche lui costretto alla foto di rito), il quadro della Madonna accanto al suo ritratto, i ringraziamenti a parroci e a tutto lo stato pontificio, per poi raggiungere l’apice nel post del 10 aprile: “Domani è giovedì santo. Mi piacerebbe ricevere da voi un breve video in cui un familiare vi lava il piede destro”. Giuro, l’ha scritto.

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Posta foto dell’effige della Beata Maria Vergine accanto al suo ritratto e “Mi è stata donata dal Sindaco Carlo Bottani. La stampa con il mio viso verrà donata alla Direzione dell’Ospedale”. Donata alla direzione? La stampa col suo viso? Il 10 aprile, in piena epidemia, scrive su Facebook a Tiziano Ferro: “Caro Tiziano, ti seguo dai tempi di Rosso relativo. Sono il primario della terapia intensiva respiratoria di Mantova. Ho fatto un video coi miei angeli dell’ospedale. Se dovesse capitarti di mettere un like…”.

E poi nascono gruppi Facebook a suo sostegno, migliaia di fan agguerriti, pronti ad attaccare chi osa contraddire il suo guru, amico del popolo. In tutto questo, seguono raccolte fondi attraverso donazioni libere, manifestazioni canore sul web e vendendo magliette con la scritta #nonsiamomammalucchi, raccolta organizzata da una piccola associazione di amici di De Donno, “Festeggiando con il cuore”. Si parla di cifre enormi già raccolte (saranno pubblicati i bilanci e tracciate le donazioni, si presume), tutte pare destinate all’ospedale di Mantova.

Insomma, se la plasmaterapia funzionerà davvero come ha funzionato in passato per altre malattie, ci sarà da festeggiare e ringraziare tutti coloro che in Italia e nel mondo hanno sperimentato questa strada (la Cina ha iniziato per prima). Ciò non toglie però che il personaggio De Donno, a cui piace dipingersi come martire, sia discutibile e che la storia di questa affascinante sperimentazione abbia preso una piega politica e sgangherata che non meritava. Anche l’ospedale di Mantova grazie alla sperimentazione rischia sì di essere un’eccellenza ma anche un covo di veleni mediatici che non fanno bene a nessuno. Né alla scienza, né all’ospedale. Anzi forse fanno bene solo a De Donno. Perché no: non siamo mammalucchi neanche noi.

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