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Coronavirus, quando il lavoro uccide: la storia di Diego

Di Francesca Nava
Pubblicato il 20 Mar. 2020 alle 12:48
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Immagine di copertina
Illustrazione di Emanuele Fucecchi

Coronavirus a Bergamo, quando il lavoro uccide: la storia di Diego

Trasportava frigoriferi nei supermercati Diego. Quarantasette anni, tre figli, polmoni mai sfiorati da una sigaretta, nessuna patologia pregressa, insomma di sana e robusta costituzione, come si diceva una volta. Eppure Diego è morto ieri mattina alle 8.30 di Covid-19. Nel giorno della festa del papà. Da solo, in ospedale, intubato, a pancia in giù e con le mani legate dietro alla schiena. No, non è Guantanamo, ma è la procedura adottata per far respirare meglio i pazienti affetti da questo virus. Diego ha lavorato fino a una settimana prima di morire. E lo ha fatto usando il camion di un collega, che si era a sua volta ammalato, ma a cui nessuno aveva fatto il tampone.

Questa storia, lo ammetto, mi riguarda da vicino, come mi riguardano le centinaia di vittime che questa epidemia sta lasciando dietro di sé soprattutto nella mia città, Bergamo. Una città irriconoscibile, stuprata da un cataclisma sanitario, che giorno dopo giorno sta fagocitando le vite dei miei concittadini. Siamo tutti colpiti, in un modo o nell’altro. Abbiamo tutti un parente o un amico a cui la bestia ha fatto visita. Oramai da giorni mi sento dire sempre la stessa cosa: non è normale, non è normale, che cos’è che non ci dicono? Non so rispondere, provo a capire, poi però devo fare i conti anch’io con la morte, con i racconti delle persone che conosco e a cui voglio bene. Persone che mi raccontano le loro storie, che non hanno notizie dei propri cari, che non sanno dove li han portati e se mai li rivedranno, corpi freddi trasportati lontano, senza pietà.

Storie come quella di Diego, che per una settimana è stato “visitato” al telefono dal medico che gli ascoltava il respiro in viva voce. “Sembra bronchite, prenda la tachipirina”, gli dice. Spossatezza, tosse secca, fiato corto, 38.5 di febbre: sarà influenza? Chi lo sa. Intanto, nel dubbio, chi sta con lui si mette guanti e mascherina. Passano pochi giorni e Diego peggiora, non riesce a stare in piedi, la bocca diventa rosso fuoco, si riempie di piaghe, inizia a straparlare. La sorella chiama il 112, l’attesa dura 25 minuti. Quasi mezz’ora per riuscire a parlare con una centralinista, che fa molte domande, poi interviene un medico che ne fa altre: suo fratello riesce ad alzare il braccio? No. Riesce a parlare? No. Ok, le mando un’ambulanza.

L’ambulanza arriva quattro ore dopo. Da Parma. In casa salgono due giovani volontari, dicono subito di non essere né medici, né infermieri e ricevono indicazioni al telefono sul da farsi. Fanno quasi tenerezza. Diego lo portano in ospedale a Bergamo, gli mettono un casco in testa, è quello dell’ossigeno, si chiama cpap, è la ventilazione meccanica a pressione continua. In ospedale dicono che potrebbe essere polmonite. Diego riesce a fare una videochiamata a casa aiutato da un infermiere. Quella sarà l’ultima volta che i suoi figli lo vedranno. Finalmente gli fanno il tampone. Il giorno dopo Diego ha una crisi respiratoria, deve essere intubato, lo mettono in coma farmacologico, ma a Bergamo non c’è più posto in terapia intensiva e allora arriva un’ambulanza per portarlo a Vigevano, in provincia di Pavia.

Ai parenti dicono che nessuno di loro può andare con lui e che per almeno quindici giorni non lo potranno vedere. Risulta positivo al Covid-19. Ogni giorno alle 14 la moglie telefona all’ospedale per avere notizie, Diego rimane stabile per quattro giorni, viene messo a pancia in giù, con le mani legate dietro alla schiena per respirare meglio. Fino a ieri mattina, quando il suo cuore ha smesso di battere.

Perché vi racconto questa storia? Perché ci sono migliaia di Diego sparsi per la Lombardia e il nord Italia, persone ancora giovani, in età lavorativa, tra i 30 e i 50 anni, persone che – mentre tutto il paese è sotto quarantena chiuso in casa – continuano a lavorare, perché è permesso loro farlo, perché viene chiesto loro di farlo, perché fermarsi significa mortificare ulteriormente un nord Italia già in ginocchio. Eppure oggi sono proprio quei trentenni, quei quarantenni e quei cinquantenni – che non si sono mai fermati – quelli che iniziano sempre più ad ammalarsi, che finiscono in terapia intensiva e che a volte ci muoiono.

Diego viveva nell’industrializzata Val Brembana, la valle dirimpettaia di quella Val Seriana di cui si parla tanto in queste ore, dopo l’inchiesta pubblica da TPI. Da lunedì molte grandi aziende della zona hanno deciso di chiudere i battenti o almeno di ridurre le linee produttive. Ma ancora non basta. Che cos’altro deve accadere per far capire a tutti che bisogna fermare la locomotiva d’Italia se vogliamo sconfiggere questo dannato virus?

In provincia di Bergamo, soprattutto lungo il fiume Serio, la gente è infuriata. Non ci sta a farsi dare dell’untore. Non ce la fa più a contare i morti. E si chiede incessantemente perché diavolo non sia stata fatta una cintura sanitaria laddove c’era un focolaio, tra Alzano Lombardo e Nembro. Perché le fabbriche han continuato e continuano a lavorare? Chi è che non ha voluto creare una zona rossa necessaria, urgente, vitale su un perimetro di 25 mila anime? Le persone vogliono sapere, cercano la verità, ecco perché i parenti delle vittime hanno lanciato una raccolta firme attraverso Change.org per avere risposte chiare su quello che è accaduto davvero a partire da quel maledetto 23 febbraio.

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