Coronavirus, app per tracciare i contagiati: un’occasione per l’Italia?

L'Italia si trova di fronte ad una sfida che può rivelarsi una grande opportunità: potrebbe essere il primo tra gli Stati democratici occidentali a dare l’esempio nell’adozione di soluzioni tecnologiche per arginare il virus in maniera automatica e massiva

Di Lorenzo Lagana'
Pubblicato il 25 Mar. 2020 alle 13:06 Aggiornato il 25 Mar. 2020 alle 13:29
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App per tracciare i contagiati da Coronavirus: un’occasione per l’Italia?

C’è tempo fino a giovedì 26 marzo per proporre soluzioni di “contact tracing“, finalizzate quindi a controllare il livello di esposizione al rischio di contagio da Coronavirus delle persone e – conseguentemente – dell’evoluzione dell’epidemia sul territorio. È una delle call for action dell’iniziativa “Innova per l’Italia”, lanciata dal ministro per l’Innovazione tecnologica e la Digitalizzazione, dal ministro dello Sviluppo Economico e dal ministro dell’Università e Ricerca. L’imperativo di questi giorni è infatti quello di adottare una soluzione tecnologica che aiuti ad arginare in maniera intelligente ed automatizzata i possibili fenomeni di contagio del Covid-19, scongiurando l’incremento di nuovi casi.

Ma se la squadra del progetto Innova per l’Italia sta analizzando le proposte ricevute (300 circa), in Umbria già dalla prossima settimana si potrebbe partire con la fase sperimentale di un’app, attualmente al vaglio del Garante per la protezione dei dati personali. Il modello che l’Umbria vuole seguire è dichiaratamente ispirato a quello adottato in Corea del Sud: un’app che gli utenti installano volontariamente e che traccia la loro posizione. Grazie alle informazioni sulla posizione, in caso di contagio di un utente, sarà possibile allertare i soggetti potenzialmente infettati.

Ma l’app selezionata in Umbria è molto simile ad una di quelle all’esame della task force di Innova per l’Italia, SM Covid-19, che i curiosi già possono scaricare (solo da Android ed in fase beta). Ovviamente, com’è facilmente comprensibile, queste soluzioni per ora hanno alcuni grandi limiti, tra cui:

  • meno utenti installano l’app, meno possibili contagiati sarà possibile identificare;
  • anche ammesso che il numero di utenti sia alto, lo Stato dovrebbe essere subito pronto ad intervenire fornendo servizi che oggi è solo parzialmente in grado di garantire: (i) tamponi per i potenziali contagiati e (i) servizi di consegna a domicilio di beni di prima necessità per i soggetti positivi.

E la privacy? Sul tema delle app anti-Covid da lunedì sono partiti alla carica improvvisati esperti privacy, che amano scaldarsi al grido di “meglio tracciato, ma vivo” o “possiamo farcela, se non ci incartiamo nella privacy“, non sapendo (o non volendo dire per appeal mediatico) che la normativa sulla protezione dei dati personali contiene già in sé tutti gli strumenti per affrontare anche situazioni di emergenza, inclusa quella sanitaria che stiamo vivendo.

Quindi da un punto di vista normativo sarebbe già possibile utilizzare tali app di monitoraggio o i big data relativi alle posizioni GPS per gestire il Coronavirus? Sì, a patto che ci sia una norma nazionale che delimiti i confini dell’attività, ad esempio in termini di durata e minimizzazione dei dati coinvolti. Semplificando:

  • il GDPR (Regolamento europeo in materia di protezione dei dati personali) ammette che la normativa nazionale deroghi alla sua applicazione in alcuni casi, tra cui i casi di rilevante interesse in materia di sanità pubblica (artt. 23 e 9 par. 2 lett. i) e Cons. 46).
  • La normativa nazionale ha già autorizzato la compressione della privacy per l’emergenza Covid-19 (Art. 14 del D.L. 14/2020 e Ordinanza del Capo del Dipartimento della Protezione Civile, n. 630 del 3 febbraio 2020).

Rappresentare la privacy come un vecchio attrezzo che intralcia inutilmente l’innovazione è moda ormai antica e che, almeno negli ambienti più innovativi, per fortuna è pressoché scomparsa. Sono attacchi ad uno dei diritti fondamentali dell’uomo – quello alla riservatezza – che si scontra in questo caso con il diritto alla salute (perdendo inevitabilmente il duello).

Ma se cerchiamo per un attimo di non cadere in facili banalizzazioni e ci fermiamo a pensare, realizziamo che in nome della salvaguardia del diritto alla salute – e quindi anche alla vita – abbiamo assistito (giustamente) ad una compressione di diritti costituzionali che non ha eguali nella nostra storia repubblicana.

Per questo l’Italia, a ben vedere, si trova di fronte ad una sfida che può rivelarsi una grande opportunità (da cogliere in fretta): potrebbe essere il primo tra gli Stati democratici occidentali a dare l’esempio nell’adozione di soluzioni tecnologiche (a prova di GDPR e alla luce del sole) per arginare il virus in maniera automatica e massiva, esercitando – diciamolo pure – la sua supremazia di Stato nei confronti delle big tech (da cui prenderebbe parte dei big data), che sarebbero ben liete di dare una mano.

Leggi anche: 1. Coronavirus: arriva l’app che individua i possibili contagi e limita l’epidemia / 2. Coronavirus, le app per evitare le code ai supermercati

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