“Mi facevano ascoltare il Corano per ore: così i Talebani volevano convertirmi”

Daniele Mastrogiacomo, giornalista rapito in Afghanistan nel 2007, racconta in un articolo su Repubblica come i talebani che lo avevano sequestrato provarono ad ottenere la sua conversione

Di Redazione TPI
Pubblicato il 13 Mag. 2020 alle 08:08 Aggiornato il 13 Mag. 2020 alle 08:10
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Daniele Mastrogiacomo

“Mi facevano ascoltare il Corano per ore: così i Talebani volevano convertirmi”

“In ogni sequestro dei jihadisti c’è il momento della conversione. È accaduto a Silvia, è accaduto anche a me”. Daniele Mastrogiacomo, inviato di Repubblica che nel 2007 è stato vittima di un rapimento in Afghanistan ad opera dei Talebani, ha raccontato in un articolo la sua esperienza nelle mani dei sequestratori, e il tentativo che misero in atto per cercare di convertirlo. “Posso capire Silvia Romano, ho vissuto anch’io quell’esperienza”, scrive il giornalista. “Restare prigioniera di un gruppo di jihadisti, isolata dal mondo per 18 mesi, avvolta dal vuoto, dall’idea che possono ucciderti da un momento all’altro, è più di un incubo. È l’attesa costante di una sentenza che non arriva mai. Quella che decide il tuo destino. Non c’è futuro, c’è solo presente. E il presente è fatto di tante piccole cose, sentimenti, emozioni, pensieri che si accavallano, a cui ti afferri come fossero gli ultimi”.

Mastrogiacomo racconta che lui fu prigioniero dei Talebani per due settimane. “Mi sono sembrate un’eternità. Posso solo immaginare cosa sia stato per Silvia trascorrere un anno e mezzo in quelle condizioni. Ti cambia la vita. E ti cambia lo spirito”, scrive. “La religione domina l’ambiente che ti circonda, scandisce le tue giornate, segna i 5 momenti della preghiera, quando e come mangi, quando parli, quando dormi, quando ti sposti con i miliziani da una prigione all’altra”. Per i Talebani, e per tutti gli altri wahabiti, interpreti rigorosi del Corano, “ottenere la conversione di un prigioniero è lo scettro che puoi agitare con i tuoi compagni di battaglia e con il resto del mondo”. Nessuno ti obbliga, specifica il giornalista, “ma ci sono fortissime pressioni psicologiche”.

L’inviato ripercorre i momenti del suo sequestro durante i quali, insieme al giornalista freelance afghano Adjmal Naqshbandi che gli faceva da interprete (e che fu successivamente ucciso), fu portato dinanzi al vice comandante Alì che gli parlò di Islam e gli chiese di fare una scelta. “Temo una trappola, più che un lavaggio del cervello”, confessa Mastrogiacomo. “Gli chiedo se ritiene giusto che una mia conversione avvenga adesso che mi trovo isolato e in condizione di cattività. Dopo varie insistenze, al giornalista viene dato un piccolo registratore con uno schermo e delle cuffie per ascoltare. Dentro c’è il Corano, il libro sacro, inciso in arabo, e sullo schermo compare la traduzione in inglese.

“Quel registratore mi accompagnerà per gran parte del sequestro”, scrive Mastrogiacomo. “Mi aiuterà a superare i momenti di panico e durante l’angoscia che mi aggrediva pensando che ero a un passo dall’esecuzione di una sentenza, visto che eravamo appena stati condannati a morte. Tutto questo non è bastato a convertirmi. Se lo avessi fatto mi sarebbe sembrato una pura ipocrisia per salvarmi la pelle”. Per Silvia Romano, sostiene il giornalista, deve essere stato diverso. “In 18 mesi avrà avuto tempo e modo di riflettere. Di immergersi nell’islam e di abbracciarlo”, scrive. “C’erano tutte le condizioni per farlo. Se oggi indossa la jilbab, insiste nel portarla, è perché convinta della sua conversione. Ha compiuto la sua scelta. Io ho fatto la mia. E questo ci rende entrambi liberi”.

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