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Caro Burioni, la mia fede nella scienza non vacilla. Quella in te invece sì (di Selvaggia Lucarelli)

"Fin dall'inizio dell'epidemia è sembrato che Burioni sia entrato in competizione con i colleghi virologi e perfino col Coronavirus stesso, in una sorta di inquietante gara a chi dei due fosse più virale. Nel suo ultimo libro, poi, ha associato le parole "virus" e "peste" finendo per essere esattamente quello che è chi percula da sempre e creando un corto circuito imbarazzante e dannoso per tutti"

Di Selvaggia Lucarelli
Pubblicato il 27 Feb. 2020 alle 14:39 Aggiornato il 27 Feb. 2020 alle 15:47
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Immagine di copertina
Roberto Burioni. Credits: Ansa/FLAVIO LO SCALZO

Tra gli effetti più disastrosi del Coronavirus va sicuramente annoverato lo schianto reputazionale di Roberto Burioni. E lo dico con non poca malinconia, perché riconosco a Burioni quel merito innegabile che gli riconosciamo tutti noi convinti che “uno vale uno” non sia sempre una buona idea, specie quando la scienza si confronta con Fragolina74 e Fragolina74 dice che i vaccini sono fabbricati da bambini cinesi a Chernobyl nelle notti di plenilunio.

All’inizio, il suo rimettere a posto i no-vax invasati e gli scienziati della domenica, ha avuto una sua funzione preziosa, che poi è quella di aver ridato valore a una parola tanto bistrattata, ovvero “competenza”. Poi è successo qualcosa. Nel tempo, Burioni ha smesso di essere un tramite per mettere al centro la divulgazione scientifica e la divulgazione scientifica è diventata un tramite per mettere al centro Roberto Burioni.

Non riassumerò le polemiche che ci sono state negli anni, alcune critiche ai suoi modi bruschi, ad alcuni tweet che cominciavano a puzzare di tracotanza. Non commenterò il fanatismo di molti suoi sostenitori che per ottusità e violenza verbale non sono poi tanto dissimili dalla frangia più estremista dei no-vax. Commenterò solo la fase Coronovirus e l’effetto cartina di tornasole che ha avuto su di lui.

In qualche modo, è come se assieme al Coronavirus fosse stato “isolato” anche Burioni. È come se la ricercatrice dello Spallanzani avesse infilato pure lui in una provetta e lo avesse moltiplicato all’infinito perché potessimo studiarne meglio effetti e caratteristiche. E quello che ho visto – mi duole dirlo- non mi è piaciuto per niente.

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È sembrato, fin da subito, che Burioni sia entrato in competizione con i colleghi virologi e perfino col Coronavirus stesso, in una sorta di inquietante gara a chi dei due fosse più virale. Si è comportato, con la collega Gismondo, non come uno scienziato che instaura una legittima dialettica con un altro, ma come il re a cui è stato tolto lo scettro del virologo mediatico, dello scienziato da salotto. Di lì, quello sprezzante “la signora del Sacco”, che celava non certo l’intento dichiarato di “correggere la collega sui numeri”, ma quello di declassarla a bassa manovalanza, mentre lui resta “il professore”.

Ha chiesto scusa, Burioni, dopo parecchi giorni e sempre con quel fastidioso “la Gismondo però ha sbagliato sui numeri” che non c’entra nulla, perché la risposta sgarbata non era sul contenuto. Ma aveva fatto lo stesso, Burioni, pochi giorni prima con il ginecologo divulgatore Salvo Di Grazia il quale chiedendo a Burioni su Twitter se avesse dati certi a conferma delle sue affermazioni allarmistiche, aveva citato i dati dell’Oms.

Burioni, piccato per lo scetticismo di Di Grazia sulla sua inattaccabile attendibilità, lo aveva bollato come “un ginecologo che fa l’aiuto in un ospedale di provincia con l’hobby della virologia” e poi aveva aggiunto: “Ridatemi la Brigliadori!”, allegando anche la foto della Brigliadori tanto per schernire con più efficacia.

E in effetti, sull’allarmismo Burioni ha calcato parecchio la mano, per esempio scrivendo su Twitter di “conseguenze irreparabili se non si fosse isolata la Cina” e dimenticando così la sua missione e le sue responsabilità di scienziato: non si scrive, in un tweet, “conseguenze irreparabili” con leggerezza, perché quell’aggettivo evoca morte e disastri, alimenta la psicosi. Queste cose si dicono a esperti, al Governo, a chi gestisce la crisi e di certo gli interlocutori ai piani alti a Burioni non mancano.

Perché, se è vero che la scienza non è democratica, a che serve buttare in pasto a noi ignoranti delle suggestioni? Perché non esercitare un po’ di sana cautela anziché lanciarsi in dichiarazioni lapidarie su Twitter che poi si devono smentire il giorno dopo?

Perché sì, Burioni ha dovuto smentire se stesso più volte, aveva detto e scritto che in Italia il rischio contagio era zero salvo poi, a contagi avvenuti, affermare “Io l’avevo detto”, si è mostrato piuttosto confuso anche nel salotto di Fabio Fazio facendosi più volte correggere dal conduttore che fino a prova contraria, come direbbe lo stesso Burioni, sarebbe “un virologo della domenica”, ha twittato delle cose qua e là imbarazzanti. L’ultima, l’idea di trovare i contatti avuti dai contagiati tracciando le celle a cui si sono agganciati i loro cellulari e ricostruendo i loro spostamenti.

Nella sostanza, Burioni ha finito per essere esattamente (nella modalità di comunicazione) quello che è chi percula da sempre: impreciso, scortese, presuntuoso, con un gusto sospetto e nocivo per il sensazionalismo e l’allarmismo che colleghe virologhe più sobrie non hanno cavalcato.

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E veniamo al capitolo più recente. Ieri Burioni ha annunciato l’imminente uscita di un suo libro. Titolo e sottotitolo: “Virus, la grande sfida. Dal Coronavirus alla peste: come la scienza può salvare l’umanità”.

Sul tempismo non mi esprimo, non è certo il primo instant book della storia. Quello su cui si sono espressi in molti, invece, è proprio quel titolo “Virus” associato alla parola “peste”. Perché “peste” non è solo un’espressione di quelle che di sicuro non edulcorano la psicosi, ma è anche scientificamente sbagliato accostare quell’espressione al termine “virus” perché la peste è una malattia infettiva di origine batterica. Un batterio non è un virus.

Ed è così che centinaia di utenti medi, quelli che Burioni ama perculare, si sono messi a perculare Burioni, in un corto circuito imbarazzante e dannoso per tutti. Per noi che sinceramente già non ci capiamo più un cazzo e ci mancava solo Burioni a confonderci ulteriormente e per Burioni, soprattutto. Il quale in tutta risposta scrive: “Ma virus non significa solo virus e peste non significa solo peste”, lasciando intendere che in un libro che parla di scienza il titolo possa essere fuorviante, che problema c’è. O aggiungendo che lui all’editore aveva suggerito la parola “contagio”, dunque buttando lì che sia colpa dell’editore e certo, da oggi sappiamo che l’autore (uno del suo peso, poi) non ha voce in capitolo sulla copertina.

E poi twitta che il suo libro è già tra i più pre-ordinati, come se la modestia di questi giorni non ci fosse bastata. Come se fosse Giulia De Lellis alle prese col suo primo successo editoriale, anziché un virologo. Ed è così che la sua reputazione inizia a franare. Anche chi l’ha sempre stimato (me compresa) vacilla. Escono alcuni editoriali piuttosto critici nei suoi confronti e Burioni capisce che c’è una reputazione da recuperare.

Telefona ai giornalisti che hanno scritto male di lui per ingraziarseli (Gramellini oggi lo racconta sul Corriere, ma non è l’unico), rilascia interviste per stemperare le polemiche, dice alla radio che lui è convinto che il suo twittare compulsivamente sia utile alla società in questo momento, sottolinea che il ricavato del libro andrà alla ricerca e che lui fa beneficenza sempre nella massima riservatezza (e quindi perché lo dice, se è una cosa riservata?).

Insomma. I potenti, i giornalisti, i direttori che lo contestano non li blasta, non li bolla come “giornalisti di provincia” o “virologi della domenica”, li chiama, li ringrazia pure se lo fanno a pezzettini, come spiega oggi Gramellini. Debole coi forti e forte coi deboli, verrebbe da dire. Annaspa, Burioni. È in difficoltà. A chi gli chiede cosa pensa del politico che lo voleva consulente di governo durante l’emergenza risponde pateticamente “non ricordo neppure di che partito fosse”, nonostante abbia retwittato e risposto a quel politico che ovviamente era di Italia Viva e fedelissimo del suo amico Renzi. Insomma, una catastrofe. Verrebbe da dire: il Coronavirus, in Cina, sembrerebbe in regressione. Anche Burioni purtroppo.

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