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Alan Kurdi, sbarcati i 64 migranti. Sea-Eye: “Perché in mezzo al mare per 11 giorni?”

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Credit: Fabian Heinz/sea-eye.org

“È semplicemente inspiegabile il perché sia stato necessario che le persone rimanessero a bordo durante i lunghi negoziati”. Questo il commento di Gorden Isler, presidente di Sea-Eye, rispetto alla decisione del primo ministro maltese Joseph Muscat di far sbarcare a Malta le 64 persone salvate dalla nave Alan Kurdi e distribuirle tra quattro stati membri dell’UE.

Intorno alle 19 di domenica 13 aprile 2019, i 64 migranti a bordo della Alan Kurdi sono sbarcati a Malta dopo 11 giorni in mezzo al mare dopo l’intesa raggiunta per la redistribuzione dei migranti tra Germania, Francia, Portogallo e Lussemburgo.

Nel comunicato del governo maltese si legge anche che la nave della ONG Sea-Eye non sarebbe stata autorizzata ad entrare nel porto di Malta. Soluzione, questa, arrivata dopo undici giorni dal salvataggio dei naufraghi in acque internazionali al largo della Libia.

Le persone salvate non hanno potuto lasciare la nave di Sea-Eye, mentre il governo maltese parla di “pressioni non necessarie” esercitate su Malta. “Sea-Eye non comprende in alcun modo questa reinterpretazione della realtà. Che dire della pressione che 64 persone in difficoltà hanno dovuto sopportare su un gommone in avaria? Che dire della pressione che per undici giorni è stata esercitata sul nostro equipaggio e sulle 64 persone salvate e bloccate in alto mare?”, continua Isler.

Per il governo maltese e per il Centro dei Soccorsi Maltese la “Alan Kurdi” avrebbe dovuto navigare verso un porto tunisino. “La Guardia Costiera Italiana o l’Esercito Maltese non hanno mai portato in Tunisia persone soccorse. Non capiamo perché vogliano costringerci a infrangere la legge”, afferma Jan Ribbeck, capo missione di Sea-Eye.

La Alan Kurdi ha coinvolto tutti i centri di coordinamento dei soccorsi nelle sue comunicazioni durante tutta la sua missione. Come spiega ancora Ribbeck, “abbiamo sempre comunicato con loro in modo trasparente e completo. Le nostre azioni derivano dagli obblighi stabiliti dal diritto internazionale. Sembra che nelle ultime tre settimane ad essersi sentiti obbligati a rispettarli siamo stati solo noi”.

Come si legge nel comunicato di Sea-Eye, la terza missione della nave Alan Kurdi dimostra come “la Guardia Costiera Libica sia incapace di agire e spesso non voglia farlo. Le 64 persone soccorse sono la prova vivente di questa incapacità. Sea-Eye non ha mai ricevuto risposte alle chiamate e alle email inviate alla cosiddetta Guardia Costiera Libica. Ancora oggi, inoltre, mancano all’appello due gommoni che nessuno ha cercato nonostante le denunce delle ONG”.

La denuncia della Ong continua: “Almeno otto persone risultano disperse a cause dell’indifferenza e dell’incapacità operativa della cosiddetta Guardia Costiera Libica intervenuta diverse ore dopo la segnalazione dell’imbarcazione in difficoltà da parte di Alarmphone”.

“Se si dà alla Libia la responsabilità di una zona di ricerca e salvataggio, bisogna essere in grado di garantire che la Libia possa essere all’altezza di tale responsabilità. E non è così. Chi è il responsabile?”, chiede Isler.

Come spiega Sea-Eye, se la Libia non è in grado di farsi carico di questa responsabilità, l’Europa ha scelto di “creare una zona di ricerca e salvataggio di cui nessuno è più responsabile”. “L’IMO dovrebbe dichiarare quest’area marittima zona di morte, non zona SAR. L’area al largo della Libia è la più letale al mondo”, continua Isler.

“64 persone sono fuggite da questo destino di morte. Non sappiamo quale sarà il loro futuro. Sappiamo però che sono vive. Le loro vite sono ora nelle mani di quelle persone che hanno avuto bisogno di dieci giorni per negoziare questioni semplici, fondamentali e umanitarie”, continua il comunicato di Sea-Eye. 

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