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“Le donne? Cercano ordine e pulizia: alle Europee voteranno a destra”

La professoressa della Sapienza a TPI: “Ecco perché bisogna fermare la retorica nazional-femminista”

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Elezioni europee 2019 donne destra – Domenica 26 maggio – il giorno in cui i cittadini italiani sono chiamati alle urne per rinnovare i propri rappresentanti al Parlamento europeo, l’unica istituzione Ue i cui membri sono eletti direttamente dai cittadini – è sempre più vicina.

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In tutta l’Unione gli aventi diritto al voto sono più di 400 milioni. Prevedere quanti italiani decideranno di esercitare questo diritto – che secondo l’articolo 48 della nostra Costituzione è anche “dovere civico” – è complicato: cinque anni fa, durante l’ultima tornata elettorale, poco più del 57 per cento degli abitanti del Belpaese avevano risposto alla chiamata.

Ancor più difficile è provare a prevedere gli orientamenti di voto, in Italia come nel resto d’Europa. Marcella Corsi – docente di Economia del lavoro all’Università “La Sapienza” di Roma – di recente ha pubblicato un intervento su InGenere per denunciare una tendenza sempre più diffusa tra le fila dell’elettorato femminile: votare a destra, in cerca di “ordine e pulizia”.

TPI l’ha intervistata per capire il perché di questo suo timore.

Professoressa, nel suo ultimo scritto parla di “retorica nazional-femminista” che andrebbe fermata. A cosa si riferisce?

La questione è complessa. Cominciamo col renderci conto che le politiche di destra – cioè le donne di destra che fanno politica – negli ultimi anni si sono progressivamente appropriate di tematiche femministe o postfemministe e hanno imparato a cavalcarle per veicolare i propri ideali.

Cosa intende per “tematiche femministe”?

Il femminismo ha fatto sua, da sempre, la libertà di scelta: rispetto alla propria vita, ai condizionamenti familiari, agli stereotipi. La destra ha saputo individuare le abitudini culturali di determinati popoli, farle proprie e ripresentarle in salsa femminista.

Frasi come “Le donne rom sono forzate dalla famiglia a sposarsi bambine” sono un esempio di questa strategia comunicativa: chi fa questo tipo d’osservazioni non le fa per liberare le donne rom da eventuali vincoli socio-familiari, le fa per condannare tutta l’etnia a partire da casi specifici. Non c’è alcuno sforzo per capire l’importanza di determinate tradizioni per le etnie in questione (o per confrontarsi direttamente con le donne che vi appartengono).

Quando parla di “politiche di destra” fa riferimento a Giorgia Meloni?

In Italia la campionessa in questo campo è lei. Ma una politica come Daniela Santanchè non è da meno: lei del velo ne ha fatta una battaglia personale, ad esempio. Soprattutto in televisione. La7, Rai, Mediaset… Ovunque vada rifà il suo show: “Le donne islamiche sono costrette a camuffarsi e a mascherarsi col velo”, dice.

Poco tempo fa, in diretta dalla moschea di Roma, si è messa a questionare sul perché mai una giornalista si fosse sentita in dovere di indossare il velo come forma di rispetto in quel luogo. Sono tutti argomenti pseudofemministi.

Ma come possono influire queste cose sulle imminenti elezioni europee?

Indagini di Eurobarometro – così come alcuni sondaggi qualitativi svolti in Francia per il centro di ricerca parigino La maison des sciences de l’homme – hanno fatto emergere una tendenza crescente delle donne (anche giovani, under 35) a votare per partiti di destra. È un fenomeno nuovo, di cui si possono fornire letture diverse.

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Sicuramente le migrazioni e il clima di paura che ne è conseguito nell’ultimo periodo hanno influito su questa tendenza. Il sociologo d’oltralpe Pierre Bordieau vedeva nelle donne le protettrici del nucleo familiare: secondo lui, nel momento in cui le famiglie si sentono attaccate – che l’attacco sia un dato di fatto o solo una percezione, poco cambia – le donne si schierano in modalità protettiva. In Francia, stragi come quella del Bataclan o del lungomare a Nizza, hanno creato un clima di terrore effettivo: per questo le donne hanno cominciato ad arroccarsi su posizioni difensive.

In Italia questo atteggiamento è stato stimolato soprattutto dalla propaganda salviniana. Si esprime in varie forme, ma in linea di massima cerca il decoro. C’è chi soddisfa questa ricerca con movimenti di riqualificazione urbana: chi pulisce i giardinetti nel weekend, per esempio. Di per sé si tratta di espressioni apolitiche della società civile, non c’è niente di male, ma ultimamente iniziative di questo genere sono state incentivate da CasaPound.

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Si mira a diffondere il concetto di decoro – decency, in inglese – ma  così facendo si riaffermano anche diversi stereotipi: chi è deputato a far pulizia per antonomasia? Le donne, le mogli, le madri.

Può fare un esempio?

Basta pensare a Cenerentola, ma anche ai manifesti americani anni Cinquanta che ritraevano casalinghe con tacchi alti e grembiulino che – mentre sgambettano – passano l’aspirapolvere. Oppure alla pubblicità di oggi, dove c’è una mamma che fatica e prepara la colazione per tutti – intristita perché nessuno la ringrazia –  ma poi raggiante quando trova in cucina un disegno con scritto “Sei la mamma migliore del mondo”.

Peccato che il vero protagonista del disegno sia un gigantesco barattolo di Nutella. Tutto concorre all’idea che la donna sia la figura più qualificata a far pulizia. Questo si sposa bene con figure come Giorgia Meloni in Italia, Marine Le Pen in Francia, Alice Weidel – la leader di Alternative für Deutschland – in Germania. Figure che, in realtà, sono tutto meno che tradizionali.

Le Pen ha dei figli, ma non li ha mai mostrati pubblicamente. Meloni ha avuto una bimba – peraltro fuori dal matrimonio – partorita in Svizzera e chiamata Ginevra, un nome non esattamente patriottico. Weidel invece è a capo di un partito xenofobo e omofobo, ma è dichiaratamente lesbica, è sposata con una sudamericana, vive per la maggior parte del tempo in Svizzera e ha un figlio nato – presumibilmente – da inseminazione artificiale. Queste donne non incarnano uno stereotipo femminino, però sanno come utilizzarlo quotidianamente.

Il loro elettorato, però, non percepisce incongruenze.

No, perché queste figure sanno farsi numi tutelari di un concetto di ordine e pulizia, appunto. Poi camuffano politiche antimigratorie con istanze femministe. E, dulcis in fundo, sono figure forti, non possono di certo essere indicate come “femminucce”. Si pensi alla campagna elettorale della Meloni per la corsa a sindaco di Roma: a gravidanza inoltrata, andava in giro a fare comizi con un pancione tale che ci si chiedeva come facesse a stare in piedi. Lei, che è pure piccola di statura. Senza dubbio è una donna forte: una figura così fa colpo sull’elettorato.

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Anche su quello maschile?

No, su quello meno. Il supporto che cercano queste donne è femminile. E lo trovano.

Un discorso del genere andrebbe a vantaggio della Meloni, ma a discapito di un politico come Matteo Salvini.

Sono elettorati diversi. Salvini ormai è un nuovo Grillo, un personaggio interamente mediatico. Non parla più di politica, nemmeno durante i comizi: passa gran parte del suo tempo a scattarsi selfie. È come incontrare un divo del cinema per strada: tutti vogliono scattarsi una foto con lui, punto e stop.

Eppure viene votato.

Sì, lo votano. Ma nella maggior parte dei casi vince grazie ad alleanze territoriali. Si è visto in Sicilia: dove non è spalleggiato da Forza Italia, non vince. Lui è un uomo immagine: il resto lo fanno le alleanze territoriali.

Ma l’avanzata delle simpatie di destra nel pubblico femminile è frutto del caso o di una strategia?

Entrambe le cose. Bisogna riconoscere che il femminismo, per certi versi, ha fallito. Soprattutto con le giovani generazioni. Io insegno in Università. Di recente abbiamo organizzato un evento per sensibilizzare le ragazze nell’orientamento al futuro: “Brave non basta”, l’abbiamo chiamato.

Le donne, in percentuale, si laureano di più, più in fretta e con voti più alti rispetto ai colleghi uomini. Poi però fanno più fatica di loro a inserirsi nel mercato del lavoro. Non lo dico io, lo dicono indagini robuste come quelle di AlmaLaurea.

Ma le giovani ancora non se ne rendono conto. Ce ne si accorge tardi, quando si decide di vivere in coppia o di fare figli. Da giovani si ha l’illusione di essere tutti uguali, ma non è così. Le giovani donne guadagnano ancora molto meno dei coetanei maschi. E in tante continuano a subire vessazioni inconcepibili come le dimissioni in bianco.

Secondo il suo punto di vista privilegiato – di docente – le studentesse universitarie come voteranno alle europee?

Guardi, io continuo a temere che pochissime –pochissimi giovani in generale –  andranno a votare. Persiste questa percezione della politica come qualcosa di sporco, purtroppo.

Tornando al punto di partenza, l’avanzata della destra in Europa. I partiti concorrenti secondo lei percepiscono il problema?

No, in particolare il Partito democratico. Le consultazioni tenute dal presidente Sergio Mattarella prima di individuare l’attuale maggioranza di governo ne sono un esempio. Tutti hanno portato in delegazione almeno una donna – Silvio Berlusconi addirittura tre: Anna Maria Bernini, Mara Carfagna, Mariastella Gelmini – mentre il Pd ha presentato solo uomini.

Ormai alle Europee manca pochissimo: c’è ancora modo di rimediare ai problemi da lei evidenziati? (Ride a lungo prima di rispondere).

Mi appello al quinto emendamento (quello che negli Usa fa riferimento alla facoltà di non rispondere, ndr). Da cittadina temo di no, ma spero di sbagliarmi. Gli italiani e le italiane, nella storia del nostro paese, ci hanno stupito molto spesso.