Er Canaro della Magliana: la vera storia dietro Dogman, il nuovo film di Garrone
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Er Canaro della Magliana: la vera storia dietro Dogman, il nuovo film di Garrone

Il nuovo film di Matteo Garrone è ispirato al delitto del Canaro: un caso di cronaca nera avvenuto a Roma negli anni Ottanta. Si tratta dell’omicidio, in seguito ad efferate torture, del criminale e pugile dilettante Giancarlo Ricci

20 Mag. 2018  
canaro della magliana dogman
Il negozio di toeletta di animali dove è stato consumato il delitto del Canaro

Il 17 maggio 2018 esce in Italia il nuovo film di Matteo Garrone, Dogman. (Qui gli altri film in uscita a maggio 2018).

La pellicola è ispirata al delitto del Canaro: un caso di cronaca nera avvenuto a Roma negli anni Ottanta. Si tratta dell’omicidio, in seguito ad efferate torture, del criminale e pugile dilettante Giancarlo Ricci, da parte di Pietro De Negri, detto er Canaro.

Il film prende solo ispirazione dal fatto di cronaca, per poi raccontare una storia nuova, con nomi di fantasia e una ricostruzione romanzata della vicenda a opera del regista.

La vera storia del delitto del Canaro

Pietro De Negri, detto appunto il Canaro della Magliana (in romanesco: er Canaro) nasce a Calasetta, un comune del sud della Sardegna, il 28 settembre 1956.

Negri deve il suo soprannome all’attività di toelettatore di cani che svolgeva in via della Magliana 253, nella zona popolare della Magliana Nuova a Roma, un quartiere che ebbe un’enorme espansione negli anni Settanta.

Un’area paludosa e malsana, attraversata da canneti, dove degrado ed edilizia sociale, soprattutto in quegli anni, vanno a braccetto.

Via Belluzzo è una strada secondaria di quella zona di Roma, dove sono in pochi a passare, tanto che gli abitanti del quartiere la usano come discarica abusiva.

Vecchie lavatrici, televisori rotti e ogni tipo di rifiuti infestavano questo luogo che la gente chiamava la Buca e dove sarebbe invece dovuto sorgere un palazzo.

I ritrovamento del cadavere del Pugile

Alle 7 del mattino del 19 febbraio del 1988, un allevatore che stava portando i suoi cavalli a pascolare nella Buca, superata la carcassa di un vecchio frigorifero, vede una colonna di fumo alzarsi da quello che sembra un cumulo di stracci.

Avvicinandosi alla strana massa, inizialmente l’allevatore non riesce a capire di che cosa si tratti, finché non decide di spostare un brandello di tessuto.

A quel punto vede due arti umani a cui mancano alcune dita.

Chiama la polizia, che scopre che avvolto in quella matassa di stracci c’è il cadavere mutilato e bruciato di un uomo sulla trentina.

Così recita il verbale degli agenti che hanno rinvenuto il corpo: “Il cadavere si rinviene sul terreno a metri 10 circa dal terreno ed è stato rinvenuto con le spalle rivolte verso via Belluzzo”.

“Si presenta rannicchiato su se stesso con le braccia al di sotto delle gambe, legate tra loro da varie spire di corda di canapa ed è riverso sul terreno per la parte anteriore”.

“Il cappuccio che ha sul viso non nasconde un’evidente apertura del cranio, lunga circa 10 centimetri ed è tanto larga da scorgere all’interno la materia cerebrale coperta da una strana schiuma”.

Ma l’orrore non finisce qui: il cadavere presenta moltissime mutilazioni, al volto e alle mani.

Il verbale continua: “Da un primo esame esterno, il corpo è stato trasportato sul posto già cadavere e poi dato alle fiamme”.

Grazie a una delle poche dita rimaste, gli inquirenti sono in grado di identificarlo.

Si tratta di Giancarlo Ricci, 27 anni, un ex pugile conosciuto nel quartiere per essere un tipo poco raccomandabile.

Viste le cattive frequentazioni che da tempo aveva l’uomo, la polizia pensa subito a un regolamento di conti, dovuto probabilmente a uno sgarbo fatto alla mafia.

Anche il medico legale avvalora la tesi dell’esecuzione: “È certamente opera di specialisti, gente che sa come si usa un coltello o un rasoio”, scrive il dottore nel suo rapporto.

Quello che appare certo è che Ricci ha subito mutilazioni per ore, forse mentre il suo cuore batteva ancora, in un magazzino nascosto da qualche parte proprio alla Magliana.

Ma né la mafia né direttamente la droga, di cui la vittima era un grande consumatore, c’entrano però con questa storia.

La vittima e il carnefice

Il mostro che ha compiuto questo atroce delitto è un uomo minuto di 32 anni, considerato da tutti innocuo.

Un uomo che i vicini definivano “gentilissimo e cortese, che se entrava in casa si curava di spegnere prima la sigaretta” e che aveva due sole passioni.

Un amore smisurato per la sua unica figlia e per il suo piccolo negozio di toletta per cani, tanto che tutti nel quartiere lo chiamavano er Canaro. 

Il più efferato omicidio della storia d’Italia è stato compiuto da un padre amorevole e un amante degli animali.

La vittima, Giancarlo Ricci, era stato un pugile dilettantistico che quando era più giovane aveva vinto alcuni incontri.

Ma la carriera agonistica non faceva per lui e così era finito in brutti giri, cominciando a spacciare cocaina.

Nella zona tutti sanno che il Pugile, così era soprannominato, è un tipo tosto, che sa farsi rispettare con le buone o con le cattive.

Oltre a spacciare qualche dose e a compiere qualche furto, Ricci aveva come attività principale il recupero della refurtiva rubata dagli appartamenti delle “persone sbagliate”, che a quei tempi alla Magliana erano molte.

Talmente si sente intoccabile nella zona, che quando parcheggia la sua macchina nelle strade del quartiere, la lascia aperta con le chiavi attaccate al quadro, sapendo bene che nessuno si azzarderebbe a rubarla.

Dopo la scoperta del suo cadavere, però, l’auto di Ricci viene ritrovata chiusa e senza chiavi.

In seguito alle indagini della polizia, si scopre che le chiavi le ha un amico del Pugile, che gli inquirenti interrogano per capire gli ultimi movimenti della vittima.

Il ragazzo racconta che Ricci, il giorno della sua morte, doveva rapinare due spacciatori siciliani.

Ma questo fatto non lo era venuto a scoprire direttamente dall’amico, ma da un alta persona: Pietro De Negri, il Canaro.

Lo stesso uomo che, poco dopo l’omicidio, si era presentato molto agitato sotto casa del padre di Ricci, chiedendo che gli fosse restituito uno stereo di sua proprietà che il figlio gli aveva rubato, minacciando in caso contrario di chiamare la polizia.

Il colpo del 1984

Le strade di Pietro De Negri e Giancarlo Ricci si incrociano nell’estate del 1984, quando il Pugile entra nella toeletteria accompagnato dal suo cane, con la scusa di doverlo fare lavare.

Il Canaro conosceva Ricci di fama, e vedendolo attraversare la soglia del suo negozio, capisce subito che non c’era nulla da stare allegri.

Questo è il racconto di De Negri sul primo incontro avuto con il Pugile: “Aveva bisogno del mio locale per farci un buco e rubare da quello accanto”.

“Lo mandai a fare in culo senza troppi preamboli”, il ricordo del Canaro, “ma quando mi sono girato, lui ha cominciato a colpirmi con una caterva di pugni in faccia”.

Il racconto di De Negri continua: “Un mese dopo si ripresenta al negozio dicendomi che il buco lo avrebbe fatto quel sabato”, il 10 luglio 1984.

Il Canaro si sente senza scelta e decide di accettare, a patto che metà della refurtiva sarebbe andata a lui.

Il colpo va a buon fine, ma la polizia non ci mette molto a capire che la serranda del negozio non era stata forzata.

De Negri viene così arrestato, processato per direttissima e sconta 10 mesi di prigione.

Una volta uscito dal carcere, si reca dal Pugile chiedendo la sua parte, ma quello risponde che la merce gli è stata rubata e quindi non può dargli nulla.

Sconfortato, De Negri non sa più cosa fare, anche perché di soldi, adesso, ne ha davvero bisogno.

Per trovarli, si infila anche lui in un brutto giro e inizia a commettere qualche furto e a spacciare.

Ma non riesce in nessun modo a liberarsi della presenza del Pugile, che a intervalli regolari si reca nel suo negozio pretendendo di farsi dare soldi e cocaina sotto la minaccia di un sacco di botte.

Inizia così per De Negri un incubo dal quale non sembra potersi risvegliare.

Passano così tre anni di prepotenze, estorsioni e minacce, durante i quali il Canaro cova un odio e un rancore per Ricci che cresce ogni giorno di più.

Sentimenti che culminano, il 17 febbraio 1988, in uno degli omicidi più efferati della storia del nostro paese.

Il delitto del Canaro

Gli eventi che raccontano la mattanza del Pugile sono stati ricostruiti dallo stesso De Negri, che quel giorno attira Ricci nel suo negozio con la scusa di rapinare insieme uno spacciatore di cocaina che stava aspettando nella toeletteria.

Riesce a convincerlo a nascondersi in una delle sue gabbie per cani, facendogli credere che era uno stratagemma che faceva parte del piano.

Ma a questo punto lo chiude dentro e comincia una spietata sevizia durata sette ore nei confronti della sua vittima.

Per prima cosa, gli incendia il volto con della benzina e lo stordisce con una bastonata.

De Negri, nella sua versione, racconta che dopo aver alzato il volume dello stereo al massimo per coprire le grida del Pugile, ha fatto uscire Ricci dalla gabbia e lo ha legato a un tavolo, amputandogli i pollici e gli indici di entrambe le mani con delle tronchesi.

Una volta cauterizzate le ferite con la benzina, in modo che la vittima non morisse troppo presto per dissanguamento, De Negri racconta di aver iniziato a schernire il Pugile che nel frattempo era rinvenuto.

All’apice della macabra esecuzione, il Canaro recide naso, orecchie, lingua e genitali del Pugile e glieli infila in bocca, provocandone la morte per asfissia.

Non pago, continua ad accanirsi sul cadavere, prima rompendogli i denti a martellate e poi infilandogli le dita recise nell’ano e negli occhi.

Infine, gli apre la scatola cranica per lavargli il cervello con lo shampoo per cani che aveva in negozio.

Intorno alle 22, De Negri si sbarazza del corpo: legato e avvolto in un telone, lo trasporta sulla propria auto fino alla Buca di via Belluzzo, dove lo copre di benzina e gli da fuoco, avendo cura di lasciare integri i polpastrelli per permetterne l’identificazione.

Grazie alla testimonianza dell’amico del Pugile, la polizia si mette sulle tracce del Canaro, che subito confessa l’atroce delitto senza mostrare nessun segno di pentimento.

Il processo

All’inizio del processo per omicidio, De Negri viene sottoposto a perizia psichiatrica, che gli riscontra un disturbo paranoico, l’incapacità d’intendere e di volere per via dell’intossicazione cronica da cocaina e ne esclude la pericolosità sociale.

Alla luce di questa valutazione, il 12 maggio 1989, il Canaro viene messo in libertà, suscitando un grande clamore mediatico.

Dopo una settimana, De Negri viene nuovamente arrestato e viene rinchiuso in una struttura psichiatrica.

Una nuova perizia condotta durante il procedimento di primo grado, ad opera dei professori Carrieri e Pazzagli, gli riconosce un’incapacità di intendere e volere solo parziale.

De Negri viene così condannato definitivamente a ventiquattro anni di reclusione.

L’autopsia smentisce la ricostruzione di De Negri

Nel corso di una trasmissione televisiva, il professor Giovanni Arcudi, l’anatomopatologo che aveva eseguito l’autopsia sul corpo di Ricci smentisce la ricostruzione dei fatti fornita da De Negri.

In particolare, il medico dichiara che tutte le amputazioni effettuate sul corpo del Pugile erano avvenute post-mortem.

La causa della morte non era stata l’asfissia, ma era stata invece causata da una decina di martellate che hanno provocato un’emorragia cerebrale e il decesso dell’uomo nell’arco di circa un ora.

Ulteriori ricostruzioni, condotte sulla base della perizia di Arcudi, hanno dimostrato che la maggior parte delle sevizie erano state solamente ideate dal Canaro nel suo delirio dovuto al massiccio consumo di cocaina e al sentimento di odio e di vendetta verso la vittima.

In sostanza, le torture che Ricci aveva ricevuto gli erano state inflitte quando era già morto.

Nessuna cauterizzazione era stata fatta alle sue ferite, né gli era stato versato lo shampoo per cani nel cranio.

Anche la circostanza raccontata da De Negri di aver fatto entrare il Pugile nella gabbia è stata smentita, non essendo stata trovata al suo interno nessuna traccia della sua presenza.

La liberazione di De Negri

Durante la sua permanenza in carcere, De Negri si è adoperato in molte attività in favore dei detenuti extracomunitari e malati di AIDS.

Grazie alla buona condotta, il Canaro è stato rilasciato i primi di ottobre del 2005, 16 anni dopo la sua condanna.

È rimasto in affidamento ai servizi sociali con l’obbligo di soggiornare in casa dalle ore 21 alle 7 e con il divieto di avere rapporti con pregiudicati, ottenendo un lavoro da fattorino in uno studio legale.

“Non gli è stato regalato niente: ha pagato per quello che ha fatto” ha detto il suo avvocato pochi giorni dopo la sua uscita di prigione.