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Tokyo 2020, Ciclismo su strada: Tadej contro il mondo

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Credit: ANSA

A studiarlo in dettaglio, il percorso su cui domani mattina, intorno alle 11 ora italiana, si assegnerà il titolo olimpico del ciclismo su strada maschile, ricorda quello del durissimo mondiale di Sallanches 1980. La somiglianza non è morfologica bensì generata dall’idea di fatica che produce uno sguardo alla cartina altimetrica. Il ruolo che ebbe, in quella ormai lontana domenica di fine estate, la Côte de Domancy, affrontata 20 volte dai corridori, sarà distribuito tra le cinque asperità di giornata cui farà da contorno un’umidità al limite del sopportabile con possibile pioggia nelle fasi finale della corsa. Quel 31 agosto di 41 anni fa in Alta Savoia si correva in circuito mentre domani la gara si disputerà in linea. Il tracciato misura 234 chilometri, neanche troppi considerando che le prove iridate sono sempre superiori ai 250. Si partirà dal Musashinonomori Park di Tokyo per arrivare al Fuji International Speedway, proprio nel luogo in cui il 24 ottobre 1976 si consumò nel GP del Giappone, ultimo di quella stagione, il dramma di Niki Lauda che, ritirando la sua Ferrari al secondo giro, di fatto consegnò il titolo mondiale all’inglese James Hunt su McLaren. In mezzo ci saranno da superare la bellezza di 4865 metri di dislivello, l’equivalente della tappa più impegnativa di un grande giro.

Dopo 40 chilometri iniziali pianeggianti, inizierà la lunga, ancorché dolce, salita di quasi 35 chilometri che porterà a Doushi Road (4,3 km al 6,1 per cento). Questo scollinamento non sarà seguito da un discesa ma da un falsopiano che porterà al primo passaggio a Kagosaka Pass (2,2 chilometri al 4,6 per cento). La lunga picchiata verso Gotemba precederà l’ascesa al Monte Fuji. Le pendenze del simbolo del Sol Levante non saranno proibitive, 6 per cento con punte fino al 12 per cento, ma dopo 140 chilometri di corsa sarà lecito aspettarsi in cima non più di 30 corridori ancora in lotta per la vittoria. Dopo la discesa, ed il primo passaggio sul traguardo, si andrà a scalare quello che viene ritenuto il punto cruciale della corsa: il Mikuni Pass. Sarà questo il momento in cui chi ha le credenziali per puntare al titolo olimpico, dovrà tirarle fuori. La salita sarà breve, solo 6,5 chilometri, ma l’inclinazione notevole, 10,6 per cento di pendenza media con punte fino al 22 per cento, dovrebbe produrre, unitamente all’esaurimento delle forze dopo 200 chilometri di gara, la selezione decisiva. Una breve declivio seguito da un falsopiano porterà al secondo passaggio al Kagosaka Pass prima della discesa verso il traguardo posto in lieve salita.

Detto del percorso, veniamo ai protagonisti. Con massimo cinque corridori per squadra, la prova olimpica, diversamente dal Campionato del Mondo dove i team dispongono di nove elementi, è quasi impossibile da controllare. Sarà così anche domani a meno di una tacita alleanza tra le due compagini nettamente più forti: il Belgio e la Slovenia. Per il primo, in gara con una squadra tutta fiamminga, il problema sarà aver chiarezza sulle gerarchie interne. Con tre capitani e due gregari, prima o dopo qualcuno dovrà sacrificarsi per qualcun altro e non è detto che ciò avvenga. Difficilmente, infatti, lo farà il campione uscente, Greg Van Avermaet, che correrà solo la gara in linea. Sarei positivamente sorpreso, però, se si prestassero in tal senso, a favore del vincitore di Rio o l’un per l’altro, i due giovani leoni, che tra l’altro hanno entrambi in programma di disputare mercoledì 28 anche la prova a cronometro: Remco Evenepoel e Wour Van Aert. Quest’ultimo, dettaglio non da poco, è l’unico cui potrebbe bastare restare attaccato a Tadej Pogacar, potendolo battere in volata. La qual cosa ci porta in casa dei figli del Tricorno, dove, però, la situazione è più chiara. Si correrà per Pogacar, Primoz Roglic compreso, con Jan Polanc e Jan Tratnik, che tenteranno d’entrare in una fuga per costringere il Belgio a spendere energie.

Tutte le altre squadre, Italia compresa, dovranno fare di necessità virtù, miscelando pazienza e creatività. Il CT Cassani ha scelto un quintetto molto equilibrato con una precisa caratteristica comune a tutti i selezionati: avere grandi qualità di resistenza. Questa decisione ha portato a due esclusioni eccellenti di atleti, sulla carta, più vincenti dei prescelti: il campione d’Italia Sonny Colbrelli ed il cecinese Diego Ulissi, conquistatore, tra l’altro della prova preolimpica disputata nel 2019. Le ultime notizie danno il trentino Gianni Moscon come uomo di punta. Vincenzo Nibali, alla sua quarta ed ultima apparizione a cinque cerchi dirigerà le operazioni, Giulio Ciccone ed Alberto Bettiol dovranno inserirsi nelle fughe. Resta, infine, Damiano Caruso, probabilmente l’azzurro con maggiori possibilità di medaglia, anche se difficilmente aurea. Il ragusano, correndo sulla ruota di Pogacar, potrebbe essere l’unico capace di resistere alle sue accelerazioni anche se sarà molto difficile prevalere in una ipotetica volata ristretta. Considerata l’altissima possibilità che il campione di Komenda domani possa adornare con l’oro olimpico la fresca maglia gialla, sarebbe bellissimo sentire Caruso parafrasare GB Baronchelli, secondo a Sallanches dietro l’inarrivabile Bernard Hinault. “Il campione olimpico sono io; lui è di un altro pianeta.”

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