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Lo sport americano ai tempi del Covid: come si stanno organizzando Nba, Nfl e Mlb

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Lo sport al tempo della pandemia in Italia, di fatto, è solo per gli atleti di interesse nazionale e/o i professionisti. La difficoltà della serie A – il nostro vertice sportivo a livello professionale – nel tenere testa ai protocolli è però nota, tra mancate quarantene e test che, in qualche occasione, non si sono dimostrati così affidabili. Ci si chiede: bisognerebbe prendere esempio dai Pro di oltre Oceano? La risposta non è così immediata, anche perché NBA (basket), MLB (baseball) e NFL (football americano) hanno intrapreso strade diverse per giocare comunque e non perdere i soldi dei contratti televisivi.

La NBA, fermata in corso d’opera dalla pandemia, ha realizzato la cosiddetta “bolla” di Orlando per chiudere la stagione regolare (solo con le squadre che matematicamente avevano la possibilità di qualificarsi per i playoff, ndr) e poi disputare la fase per il titolo. Esperimento tutto sommato andato a buon fine per non annullare i contratti milionari, ma irripetibile per qualsiasi campionato, NBA compresa.

Il baseball delle MLB ha compresso la stagione regolare, giocando regolarmente con gli stadi vuoti, ma non brillando per esempio di comportamenti. Uno per tutti il clamoroso caso del terza base dei Los Angeles Dodgers Justin Turner, sostituito in gara6 delle World Series (la finale per il titolo) contro Tampa Bay, perché la notizia della sua positività al virus è arrivata nella fase conclusiva della partita. Lo stesso Turner ha poi festeggiato dopo gara7 il titolo vinto dalla squadra, facendosi fotografare insieme ai compagni con la mascherina abbassata.

La NFL, torneo in corso, ha invece permesso ai giocatori di rinunciare in via preventiva al campionato, come fosse un anno sabbatico. Qualche nome importante, come il linebacker dei New England Patriots Dont’a Hightower, ha fatto questa scelta. Gli abbonati allo stadio hanno avuto la possibilità di scegliere se essere rimborsati o ricevere già la tessera per il 2021.

Dopo che sia preseason (4 partite) che gare programmate all’estero (Regno Unito e Messico) sono state annullate, ogni franchigia ha scelto se e quanti spettatori ammettere allo stadio, previa disponibilità delle autorità locali. Così alcuni stadi si presentano con tribune completamente vuote, altri ammettono persone selezionate, infine in pochi ospitano tifosi per il 20% della capienza.

I giocatori, nonostante test e raccomandazioni, non stanno dimostrando di essere particolarmente attenti, con positività in serie. Proprio l’ultima di campionato ha visto i Denver Broncos non avere a disposizione un quarterback (giocatore fondamentale perché guida l’attacco, ndr), perché i tre a roster e il quarto nel practice squad (riserve) sono risultati tutti positivi al test. I Broncos, oltre a perdere 31-3 in casa contro i Saints, hanno segnato anche una serie di record negativi per l’attacco che resteranno probabilmente a lungo negli annali. O forse no, perché potrebbero ance essere battuti nelle prossime settimane.

Se gli esempi sono questi, il nostro calcio sembrerebbe avere poco da imparare. Un evento epocale in positivo, causa pandemia, è però da registrare nel football universitario e cioè la prima volta di una ragazza in campo nella massima serie della NCAA. Causa mancanza di kicker (calciatori) colpiti dal Covid, Sarah Fuller, portiere della squadra universitaria di calcio femminile, è scesa sul gridiron per i Commodores Vanderbilt contro i Missouri Tigers.

Negli Stati Uniti ha già fatto la storia, pur avendo calciato solo un kick off (calcio d’inizio), visto che la partita è terminata 41-0 per Missouri. Contro Georgia, il 5 dicembre, potrebbe avere l’occasione per un extra point (punto addizionale) o field goal (calcio da tre punti) ed essere la prima donna di sempre in un tabellino ufficiale del football universitario di I Divisione.

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