Ciclismo, il CT della Nazionale italiana Cassani a TPI: “Non ho rimpianti, Gimondi avrebbe applaudito”

Il tecnico azzurro commenta la sconfitta di Harrogate: "Trentin ha trovato un corridore più forte di lui"

Di Alice Possidente
Pubblicato il 2 Ott. 2019 alle 20:39 Aggiornato il 2 Ott. 2019 alle 22:33
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Il ct della Nazionale italiana di ciclismo Davide Ca

Mondiali ciclismo, il CT Cassani a TPI: “Non ho rimpianti”

Nessun rimpianto dopo la sconfitta, un campione come Felice Gimondi avrebbe applaudito: è il commento dopo i Mondiali di ciclismo del CT della Nazionale italiana Davide Cassani. Il tecnico azzurro a TPI ha parlato della gara di domenica scorsa, 29 settembre, ad Harrogate, nello Yorkshire, in Gran Bretagna, che ha visto il successo del danese Mads Pedersen davanti all’azzurro Matteo Trentin.

Cos’è successo a Trentin negli ultimi metri di gara? Fino alla fine sembrava lui il favorito, però qualcosa è andato storto…

È successo che Matteo ha trovato un avversario che negli ultimi 100 metri era più fresco di lui. E quindi lo ha battuto. In un percorso del genere, soprattutto dopo una corsa così lunga, impegnativa e con quel tempo, non sai mai come arrivi. Matteo è stato straordinario, ma ha trovato un corridore più forte di lui.

Un secondo posto che per l’Italia è comunque un grande risultato…

Siamo arrivati secondi, alla fine c’è amarezza, perché abbiamo cercato di vincere, ci siamo andati vicinissimi. Però devo dire che io sono orgoglioso di quello che hanno fatto i nostri ragazzi, hanno corso da squadra, hanno impostato una corsa perfetta e non hanno sbagliato nulla. Non abbiamo rimpianti, nemmeno Matteo ha rimpianti perché alla fine ci ha provato fino alla fine.

Domenica, al termine della gara l’abbiamo vista in lacrime. Erano lacrime di rabbia, di gioia o di tristezza? 

Erano tutte e tre le cose insieme perché quando è partita la premiazione io sono rimasto sotto la tenda dove prima si erano cambiati i ragazzi. Sono rimasto lì da solo e ho sfogato a mio modo l’emozione, la tensione, l’orgoglio e l’amarezza. Erano lacrime di un mondiale che cominciavo a vedere in fondo alla strada.

L’ultima volta che l’Italia è salita sul podio di un mondiale l’ha fatto egregiamente, 11 anni fa, a Varese. Alessandro Ballan arrivò primo e Damiano Cunego secondo. Quella volta lei era al commento tecnico per la Rai. La gara di domenica, invece, l’ha vissuta da commissario tecnico. Come cambiano le emozioni dai due punti di vista? Quanto sente sua questa medaglia? 

Le maglie iridate le ho sempre sentite mie, anche quando correvo. Ho corso nove mondiali da corridore e ho sempre vissuto la giornata del mondiale come un giorno speciale, al punto che quando commentavo i mondiali lasciavo spento il computer perché volevo vivere la corsa intensamente e tifare per i nostri italiani.

Da commissario tecnico è tutta un’altra cosa, perché c’è tensione. Hai una responsabilità, perché sai che c’è una nazione che ti guarda e che fa il tifo per te e non puoi deluderla. E quando vedi una corsa, tra l’altro difficile come quella di domenica, con il brutto tempo, con la pioggia, con il freddo, con corridori che saltavano chilometro dopo chilometro, vedi i tuoi che stanno davanti, attenti, concentrati, forti… è veramente una sensazione straordinaria. Sono giornate, soprattutto quella di domenica, che non dimenticherò mai.

A proposito del maltempo, senza sollevare polemiche, come giudica l’organizzazione? 

Gli organizzatori hanno ridotto il chilometraggio e hanno cercato di trovare una soluzione. In questo non ho niente da dire. Io da commissario tecnico mi adeguo a quello che ci dicono e dal momento che i corridori comunque di pericoli non ne hanno incontrati, quando ci hanno detto che era cambiato il percorso eravamo pronti anche a quello, sapevamo di trovare una giornata fredda e piovosa.

Prima raccontava che lei ha corso da corridore ai mondiali, ha accennato alle emozioni che si provano a essere in sella. Immagino sia completamente diverso guardare il mondiale da spettatore davanti alla tv rispetto a correre indossando la maglia della nazionale…

Io mi sono innamorato del ciclismo quando mio padre mi portò a vedere un mondiale, avevo sette anni, e da quel giorno ho sempre sognato la maglia azzurra. Il campionato del mondo è sempre stata la “mia” corsa, la corsa più importante dell’anno. E lo è ancora. Dal 1988 di mondiali ne ho vissuti tanti e sono sempre stato presente. Dal 1988 al 1995 da corridore, dal 1996 al 2013 da telecronista e dal 2014 da commissario tecnico. Una vita, ormai. Il corridore ha emozioni prima e naturalmente l’emozione scompare nel momento in cui parti. Perché sei talmente concentrato che pensi solamente a dare il massimo per la squadra.

E da commissario tecnico?

Da commissario tecnico è ancora più stressante, perché devi scegliere otto corridori quando ce ne sarebbero almeno 13 o 14 che meriterebbero la convocazione. Ed è un problema, perché non hai la possibilità di premiare corridori che avrebbero le caratteristiche per fare il campionato del mondo. Però devi scegliere una squadra, devi scegliere gli uomini, devi metterli d’accordo, devi trovare le soluzioni, ed è sempre abbastanza complicato. O meglio, ti prende tante energie. E poi la corsa. Lì l’emozione scompare, rimane la concentrazione, la tensione, la collaborazione con Marco Velo, con il personale, con lo staff, con Marco Villa.

È una giornata di un’intensità straordinaria, che aumenta chilometro dopo chilometro. Ci sono momenti in una vita che non dimenticherò mai, come gli ultimi chilometri delle olimpiadi a Rio, come i finali dei campionati del mondo, come i finali dei campionati europei. In questo finale dal momento in cui si è staccato Van Der Poel tutti quanti abbiamo sperato che il sogno si potesse avverare.

Ci sono stati anni in cui il ciclismo italiano è stato lo sport della nazione, forse più del calcio. Grandi nomi del passato sono rimasti alla storia. Il ciclismo italiano ha grandi campioni, ma di un’età intorno ai 30 anni. Sto pensando a Nibali o allo stesso Trentin. Come si può rilanciare il ciclismo italiano?

Come stiamo facendo da tanti anni. Investendo sui giovani, cercando di organizzare corse importanti come il Giro d’Italia giovani, portando i ragazzi dell’Under 23 in giro per l’Europa, cercando di avere un accordo con le società, stando ancora più vicino al mondo giovanile e cercando di far crescere nel migliore dei modi i talenti che ci sono. Non è un caso che erano 10 anni che in campo maschile non si vinceva un campionato del mondo e in questa settimana di mondiali ne abbiamo vinti due, uno tra gli juniores e uno tra gli under 23.

Un’ultima domanda: domenica sarebbe stato il compleanno di Felice Gimondi, cosa avrebbe detto lui ai ragazzi e quanto sarebbe stato felice dei risultati? 

Ai ragazzi l’ho detto la sera prima, quando abbiamo fatto la riunione: “Ragazzi, ricordatevi che sulla maglia abbiamo la firma di Felice Gimondi”. Quando Gimondi vinse il mondiale sembrava ci fosse un corridore imbattibile, Eddy Merckx. Lui, a dispetto di tutto e di tutti, riuscì a batterlo. Io so benissimo che noi non siamo i favoriti, però la firma di Felice sotto il suo motto “Non mollare mai, fino alla fine”, dev’essere il nostro motto.

E sono stati proprio loro che hanno onorato la firma e, anche se non siamo riusciti a vincere, Felice avrebbe comunque applaudito e gli abbiamo fatto, a modo nostro, gli auguri di buon compleanno.

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