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Fiorello, l’amico permaloso che si porta via il pallone (di Selvaggia Lucarelli)

Di Selvaggia Lucarelli
Pubblicato il 7 Feb. 2020 alle 11:26 Aggiornato il 7 Feb. 2020 alle 21:42
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Immagine di copertina
Fiorello sul palco dell'Ariston. Credit: Ansa

Quello che doveva essere il festival dell’amicizia rischia ufficialmente di diventare il festival delle amicizie storiche che si rompono. Un po’ come quando sei amico di qualcuno da una vita, poi ci vai in vacanza insieme, litigate sugli orari del mare, tornate in città e pure se siete stati padrini alle cresime dei figli, non vi parlate mai più.

E forse sta qui l’errore di fondo di Amadeus. Aver scambiato Sanremo per un luogo in cui andare a cazzeggiare con gli amici anziché quel postaccio infame – per chi lo fa- in cui un aggettivo sbagliato diventa dramma, in cui le aspettative e le pressioni sono tali da far venir fuori gli artisti per quello che sono.

FIORELLO A TPI: “TIZIANO FERRO MI HA SCATENATO CONTRO L’ODIO”

Se sei centrato e sicuro la superi, se non lo sei è una mattanza. E qui sta il nodo centrale della questione. Fiorello, per uno di quegli equivoci per cui chi fa ridere su un palco è anche, per forza, una persona semplice e mai tesa anche nella vita, non è l’amico da portare al mare.

Non è quello che viene lì rilassato e quel che succede succede. O meglio. Magari si convince pure che sia così perché alla fine nessuno dubita del suo affetto per Amadeus e di tutte le migliori intenzioni, ma i problemi sono due: il primo è che Fiorello non può essere la spalla di nessuno e quindi se l’hai sempre trovato simpatico nel ruolo di showman che si mangia il palco, qui dopo un po’ ti va lievemente sulle palle perché “sì però ora fai parlare Amadeus, fai cantare gli altri”.

C’è stato un momento apparentemente insignificante l’altra sera in cui sarei voluta salire sul palco e sussurrargli nell’orecchio : qui non servi, torna dietro le quinte e non strafare. È stato quando è entrato per cantare con i Ricchi e poveri.

Che ce ne fregava di vedere Fiorello cantare con i Ricchi e poveri? Niente, ovviamente. Però fregava a lui. Era il loro momento, dopo 39 anni, la reunion che pareva impossibile, un siparietto kitsch ma anche vagamente malinconico, ed è dovuto entrare lui, mettersi in mezzo, cantare, come quando tu sei al tavolo con una ragazza che ti piace e arriva l’amico inopportuno che si mette a raccontare barzellette sui francesi.

C’è una seconda ragione per cui Amadeus avrebbe fatto meglio a non chiamare l’amico a Sanremo e risiede in un altro grosso equivoco che questa volta non riguarda i comici in generale, ma Fiorello.

Fiorello ha una leggerezza sul palco che praticamente nessuno, tra quelli che lo conoscono davvero, gli riconosce anche nella vita. Intendiamoci, non nella vita privata e nel tinello di casa sua, ma nella vita professionale fuori da tutto quello che non succede quando è in diretta.

Fiorello è considerato uno prudente, che sa ponderare le scelte lavorative da chi lo stima, uno con un’ansia da prestazione e una paura di sbagliare che lo divora da chi lo stima comunque ma ne riconosce i limiti.

C’è chi pensa che abbia fatto poche cose in tv perché ama la radio, c’è chi pensa che abbia fatto poche cose in tv per la paura di floppare in tv, mentre in radio chi ti dice niente. Da anni, gli addetti ai lavori, sanno che Fiorello è meno semplice di quello che appare e che si prende enormemente sul serio, nonostante riesca a recitare egregiamente la parte di chi si lascia scivolare tutto addosso e “famose una risata”.

Da sempre, chi lo conosce, sa che c’è solo una cosa che Fiorello teme più di una telefonata di notte di Marco Baldini che si chiude con un “poi te li ridò”. E quella cosa si chiama dissenso.

Fiorello vuole piacere a tutti e se ciò non accade va in tilt. Non sa gestire emotivamente le critiche e fondamentalmente alle critiche non è neppure abituato, visto che nessuno osa mai scalfire la statua marmorea di Fiorello e per i giornalisti lo showman è pressoché intoccabile.

Nessuno che dica mai: sì però ha un’età, forse questo eterno ruolo dell’animatore (di razza) con la battuta che sta bene a tutti, con la canzoncina in canna, con questo entusiasmo fanciullesco e la capacità paracula di improvvisare, di stare simpatico a giovani e bisnonni ha un po’ stufato.

È sempre uguale a se stesso, Fiorello, da 30 anni. Non ha mai osato nulla, Fiorello, ed ha un’età per cui forse il ruolo dell’animatore che ce l’ha fatta dovrebbe cominciare a stargli stretto. Un’età in cui, per esempio, anziché arrivare a Sanremo convinto di campare di rendita e cazzeggiare sul palco come e quanto vuole lui perché a lui si perdona tutto, potrebbe prepararsi qualcosa da dire.

Potrebbe farlo, decidendo anche di rispettare i tempi e una scaletta precisa, di farsi da parte se si è andati troppo lunghi, di fare qualcosa di preparato e un po’ oltre “daje Amadeus che cazzeggiamo!”.

Perché poi succede che un gigante come Tiziano Ferro che al contrario di Fiorello ha una vita artistica anche dopo Ventimiglia, si incazzi. Gli rimproveri di aver sbrodolato così tanto da averlo costretto a esibirsi a notte fonda. Legittimamente.

E che faccia, Tiziano, quello che mai nessuno ha osato fare: contestare Fiorello. Apertamente e di impeto, sul palco più famoso d’Italia. Perché anche Tiziano, ha detto Amadeus la prima sera, è lì perché è un amico.

E però amici amici… amici un cazzo, ha pensato giustamente Ferro. Senza valutare le conseguenze del suo gesto, ha rotto un equilibrio che era inalterato da anni: ha messo un dito sulla stalattite vecchia di milioni di anni. Quella che mai nessuno aveva osato toccare. E la stalattite s’è annerita subito.

Fiorello, offeso, si è eclissato portandosi via la palla e “io non gioco più”. Minacciando di non tornare. Amadeus ha dovuto sottolineare che la battuta di Ferro su Fiorello (Fiorello statte zitto!) “è stata infelice ma capita”, un po’ come la bellezza della Leotta, e anche in questo caso c’è voluto l’intervento del bisturi – quello della diplomazia chirurgica del povero Amadeus – per destreggiarsi tra le bizze dei due amici che hanno bisticciato. Per contenere la permalosità narcisistica di Fiorello, per rimettere le cose a posto e farlo tornare alla festa.

Ferro, addirittura, si è dovuto scusare con un biglietto, scritto a mano, postato su Instagram, manco avesse sfregiato un Caravaggio, anziché aver rimesso a posto uno che ha scambiato Sanremo per un addio al celibato.

Va bene, mi sforzo di capire anche le ragioni di Fiorello: ma come, io vengo qui in amicizia e mi ritrovo i fan di Ferro ad attaccarmi? Perché questo è il problema di Fiorello. Il dissenso.

E qui torniamo al discorso iniziale. Per fare andare tutto bene, con Fiorello, bisogna fare come con i bambini suscettibili: dargli ragione. Sempre. Dirgli che è il migliore, il mattatore, il fuoriclasse.

Allora è l’adorabile cazzone che conosciamo. Se qualcosa va storto, “io non vengo più”. E allora succede che siccome “the show must go on”, il fratello maggiore gli chiede scusa pure se ha ragione e papà Amadeus rimprovera chi ha torto perché è il fratello maggiore e “dai, tu sei più grande, fai quello più maturo”.

In mezzo, la sensazione che Fiorello, anche alla luce del fatto che ieri sera senza di lui gli ascolti siano addirittura cresciuti, abbia scoperto cosa significhi non piacere a tutti, sempre. Insomma, che abbia visto materializzarsi la sua più grande paura e quando meno se l’aspettava. E visto che a maggio compie 60 anni, in fondo non è detto che sia un male. Anzi, forse era ora.

Riguardo Amadeus, se rifarà il festival l’anno prossimo, è meglio che questa volta si porti al mare degli sconosciuti. Rischi che non ti piacciano, ma almeno non ti giochi amicizie decennali per annunciare Beppe Vessicchio.

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