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“Through Our Eyes”: l’incubo dell’hotspot di Samos raccontato dalle fotografie dei bambini che ci vivono

Di Giunio Panarelli
Pubblicato il 14 Set. 2019 alle 16:41
Immagine di copertina
Foto di Mahdi, 15 anni. “Ricordo quel giorno, c'era una protesta della popolazione africana nei confronti della gestione del campo. Chiedevano di essere trasferiti. Hanno bruciato anche alcuni bagni”

“Ogni uomo per se stesso, Dio per tutti”. È questo il motto dei richiedenti asilo bloccati nell’hotspot di Samos, isola greca vicino alle coste turche. La situazione di questa struttura è al limite della crisi umanitaria a causa della presenza di oltre 4mila profughi a fronte di una capienza per circa 1.500. Un sovraffollamento che ha portato alla creazione di una sorta di bidonville sulle colline dell’isola in cui manca l’elettricità e l’acqua scarseggia.

È dalla necessità di raccontare questa situazione vergognosa per l’Europa intera che nasce la mostra “Through Our Eyes” (attraverso i nostri occhi) promossa dalla Ong Still I Rise, co-fondata da Nicolò Govoni, che opera sull’isola dal 2018.

La particolarità di questa esposizione fotografica, inaugurata il 13 maggio 2019 a Torino, sta nel fatto che dietro l’obiettivo non ci sono i soliti fotoreporter, ma i bambini e ragazzi che vivono loro malgrado nell’hotspot e che frequentano Mazì, la scuola per minori fondata da Still I Rise.

Through Our Eyes
Foto di Zeynab, 16 anni.
“La gente nel campo pensa che i gatti possano mangiare i ratti, ma i ratti sono talmente grandi che persino i gatti hanno paura!”

“All’inizio, ‘Through Our Eyes’ era un corso base di fotografia per gli studenti di Mazì, pensato per dare loro la possibilità di esprimere sé stessi attraverso le immagini. Man mano che il lavoro procedeva, abbiamo capito quanto importante fosse la loro voce e la possibilità che potessero raccontare, in prima persona, la vita all’interno dell’hotspot”, spiega a TPI Nicoletta Novara, ideatrice del progetto.

Nicoletta non ha dubbi: “Samos non è un luogo sicuro per i minori non accompagnati, le condizioni igieniche sono disastrose e vi sono centinaia di persone costrette a vivere ‘into the jungle’. Le ripercussioni psicologiche sui rifugiati sono devastanti. Quello che succede a Samos, riguarda tutti noi in quanto cittadini europei, l’Europa deve intervenire”.

L’intento di “Through Our Eyes” si è dunque trasformato nel tempo da semplice strumento di educazione per i bambini presenti nel campo a potente mezzo di denuncia per far conoscere in Europa le condizioni emergenziali in cui versa questo luogo. E se il problema è troppo grande per poter essere risolto da semplici scatti fotografici, alcuni risultati iniziano a intravedersi.

Through Our Eyes
Foto di Anita, 14 anni. “Spazzatura”

“Dopo l’esibizione delle fotografie al Salone del Libro e al Tribunale di Torino, avvocati e giuristi si sono interessati al nostro lavoro. Il progetto fotografico si è dimostrato un mezzo importante di advocacy per Still I Rise, che recentemente ha iniziato una causa legale contro l’amministrazione dell’hotspot con accuse di crimini contro l’umanità e negligenza di minori” spiega Ottavia Brussino, coordinatrice del progetto, che conclude.

“Through Our Eyes ha la fortuna di essere autentico e genuino e questa è la chiave del suo successo. Il progetto è in evoluzione continua e racconterà della vita a Samos di ieri, di oggi e di domani”.

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