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L’uliveto di Lesbo, dove i bambini migranti tornano a sperare: il reportage di TPI

Di Valerio Nicolosi
Pubblicato il 10 Mag. 2019 alle 10:47 Aggiornato il 11 Set. 2019 alle 02:38

Lesbo migranti

“Vengono la notte e vogliono portarmi via, li sento la notte. Non lasciatemi morire, non lasciatemi morire”.

Sono le voci che sente uno dei tanti pazienti della clinica di Medici Senza Frontiere (MSF) di Mytilene, la città dell’isola di Lesbo.

“Non ho mai visto così tante persone che hanno necessità di assistenza psicologica come qui. Oggi ho incontrato un ragazzo che non riusciva a tenere il contatto visivo, si girava in continuazione, aveva un tremolio del corpo che non dipendeva dalla paura, una sorta di shaking involontario. Quando gli ho chiesto se c’era qualcosa che lo bloccasse nel farlo parlare, ha risposto: ‘no’. Quando gli ho chiesto se era spaventato, la risposta è stata la medesima. Non aveva cognizione della situazione in cui si trovava. Questo è solo un caso ma in un anno e mezzo qui ne ho visti a decine e tutti hanno sintomi simili”.

Alessandro Barberio è uno psichiatra di Medici Senza Frontiere e si trova nell’avamposto greco da circa un anno e mezzo. Da lui arrivano i migranti dal campo di Moria, uno dei luoghi più disumani d’Europa.

Sono principalmente uomini provenienti dai paesi subsahariani. “Quasi tutti hanno subito un trauma nel paese d’origine. Parenti uccisi oppure violentati davanti ai propri occhi, violentati loro stessi, imprigionati e torturati. Sono traumi che li portano a scappare dal proprio paese ma che ovviamente non passano tanto facilmente. Vivere nel campo e in quelle condizioni non aiuta”.

Lesbo migranti

Il campo di Moria è quello che in Italia chiameremmo “hotspot”. Un luogo molto più simile a un carcere che a un centro di accoglienza per persone richiedenti asilo. La capienza massima è di 3.100 persone ma ha raggiunto, nei momenti di picco, anche 10.000 “ospiti”.

Arrivarci non è difficile. Da Mytilene si prende la litoranea in direzione nord e dopo qualche minuto di macchina c’è la svolta per “Moria”, un piccolo paese nell’entroterra. Poco prima di arrivare nel centro abitato si vedonodelle tende e poi le mura di cinta.

Dentro il Rojava, guerra di Siria

L’hotspot è gestito dalle autorità greche e l’accesso è vincolato ad un loro permesso. Fino a due anni fa gli scarsi controlli permettevano l’ingresso, magari di nascosto. Adesso, giornalisti e fotografi sono mal visti dalla polizia che controlla gli ingressi.

Le reti, il muro di cinta e le telecamere fanno il resto. Attualmente la gran parte della popolazione è composta da afgani ma ci sono anche persone provenienti dall’Iraq e dai Paesi centro africani. L’ondata di siriani, soprattutto curdo-siriani, è terminata da circa un anno.

Accanto al centro “ufficiale” è nato Olive Grove, un campo che accoglie chi non trova posto nel primo. Nato in mezzo ad un uliveto preso in affitto da diverse ONG che hanno fatto fronte all’emergenza del 2015, dà un supporto fondamentale alla gestione dei rifugiati nell’isola.

Secondo il rapporto dell’International Rescue Committee le proporzioni sono 1 doccia ogni 84 persone, mentre per un bagno scendiamo a “sole” 72 persone. Condizioni oltre ogni livello umano accettabile, di cui a fare le spese sono le centinaia di bambini, da sempre i più vulnerabili.

Era stato il quotidiano britannico The Guardian a lanciare l’allarme nei mesi scorsi parlando di 10 bambini che avevano tentato il suicidio e di tantissimi di loro che praticavano autolesionismo. Allarme talmente forte che MSF ha deciso di dedicare la clinica da campo solo a loro e di posizionarla proprio di fronte all’ingresso.

Dentro il Rojava, guerra di Siria

“Abbiamo iniziato le nostre attività nel 2016 con una tenda, oggi siamo 96 persone in tutta Lesbo. Le nostre attività qui a Moria sono dedicate ai bambini: dalle vaccinazioni al supporto psicologico, è tutto incentrato sull’assistenza che possiamo offrire loro”.

Caroline Willemen è la coordinatrice della clinica che si trova a pochi metri dall’ingresso principale del centro.

“Spesso per fortuna i bambini arrivano già vaccinati, quindi sono protetti da alcune malattie. Il problema è la scarsa igiene e le condizioni climatiche a cui sono esposti. D’inverno le famiglie devono scegliere se fare la doccia fredda e all’aperto ai figli o se non lavarli. In entrambi i casi il rischio di malattie è alto. I genitori arrivano da noi estremamente imbarazzati per le condizioni in cui sono i bambini, ma che altro potrebbero fare?”, aggiunge.

La clinica è un luogo affollato: famiglie in attesa, mediatori culturali, medici e paramedici. Tutti hanno un gran da fare nonostante sia inizio primavera e gli arrivi siano pochi rispetto alla stagione estiva.

Nei mesi di gennaio, febbraio e marzo sono arrivati circa 2.700 persone, in media poco più di 800 persone al mese. Più o meno le stesse che sono state spostate da Lesbo sulla terra ferma, dove ci sono altre migliaia di persone che chiedono di poter continuare il proprio viaggio verso il nord Europa.

Al momento ci sono circa 6.000 persone tra l’hotspot e “Olive Grove” e la piccola strada che divide i due punti è affollatissima tra chi si incammina per fare la spesa nel lontano supermercato, chi ritorna carico di buste, i volontari che distribuiscono vestiti e altri beni. La strada è in salita perché i due insediamenti si ergono su di una collina, così i passeggini distribuiti dai volontari assumono la duplice funzione di trasporto bambini e buste della spesa.

In cima, dove a destra finiscono le tende e a sinistra gira il muro di cinta, inizia un altro uliveto apparentemente inutilizzato per l’accoglienza dei migranti. Basta camminare per due minuti tra gli alberi per ascoltare le voci di alcuni bambini che giocano.

Tra quegli ulivi c’è una ONG fondata da Omar Alshakal, un ragazzo rifugiato siriano, che si chiama “Refugee 4 Refugees” e si occupa di attività per i bambini.

“Siamo passati dalla fase emergenziale a quella di sviluppo e sostegno. Abbiamo scelto di creare un’area sicura e protetta dove i bambini possono giocare”. Ines, spagnola e laureata in economia, è l’attuale coordinatrice e spiega che nel gruppo ci sono ragazzi e ragazze da tutto il mondo.

“Siamo europei, americani o asiatici. Volontari o rifugiati, per noi è indifferente”, prosegue Ines, che dopo essere stata a Lesbo la prima volta, ha deciso che aiutare i prossimo sarebbe stato il lavoro della sua vita.

Le attività sono ricreative: disegnare, suonare, realizzare braccialetti con la lana o semplicemente fare giochi di squadra. Il contesto invece sembra quello di un asilo di campagna tra casette colorate, strutture in legno per giocare e un campo da pallavolo tra gli ulivi.

Ana invece arriva dal Brasile e ha 21 anni e tanto entusiasmo.

“I bambini hanno affrontato viaggi molto lunghi e soprattutto non sono scolarizzati. Costruire un percorso di scolarizzazione per una ONG come la nostra è difficile, ma almeno i bambini hanno un luogo sicuro, colorato e bello dove stare.

Una volta uno di loro mi ha preso per mano e mi ha portato fino alla recinzione dell’uliveto. Da lì si vede il mare e indicando in quella direzione mi ha detto: ‘Afghanistan, Iran, Turchia’ e poi guardandomi ha iniziato a muoversi come fosse su un gommone, mimando le onde. Mi si è stretto il cuore, quel bambino ha solo 6 anni ma gli è stata negata l’infanzia”, ha raccontato Ana.

Le attività si svolgono dalle 9 alle 13, mentre nel pomeriggio i volontari sono impegnati nell’allestimento di un negozio che aprirà a breve e dove le persone rifugiate potranno andare e prendere gratuitamente quello che desiderano.

Lesbo

“Lo facciamo perché anche la cura di se stessi è importante e vivere in un campo è davvero difficile. Il l rischio è quello di perdere la propria identità di essere umano e persona e diventare altro, qualcosa di non ben identificato”, chiosa Ines.

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