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Manhattan di Woody Allen compie 40 anni: ecco perché dovremmo (ri)guardarlo

Immagine di copertina
Manhattan, Woody Allen

Manhattan, di Woody Allen, compie quarant’anni oggi. E ci sono buonissime ragioni per vedere (o rivedere) questo film dal sapore agrodolce che ha segnato uno dei momenti artistici più alti del regista americano.

Prima ragione: pochi sceneggiatori hanno raccontato New York (e in particolare Manhattan) con lo stesso trasporto, quasi fisico, di Woody Allen. Ed è proprio il monologo iniziale a suggerire questo modo unico di vedere e raccontare la città.

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Con Rapsodia in blu di George Gershwin in sottofondo, il film comincia in un susseguirsi di immagini di Manhattan e la voce fuoricampo di Woody Allen, che impersona Isaac Davis, uno scrittore frustrato. In un vorticoso crescendo musicale e visivo, Ike cerca di spiegare perché il protagonista del suo romanzo “Adorava New York“.

Dopo innumerevoli tentativi, uno più contorto dell’altro, Isaac si rassegna e si limita a affermare: “New York era la sua città, e lo sarebbe sempre stata”.

Seconda ragione: per le nevrosi di Mary, l’ironia di Ike e (naturalmente) per “il sorriso di Tracy”. Perché i personaggi di Woody Allen, specialmente in Manhattan, sono tutti velati di quella passione per la vita mista a malinconia che non può non farteli amare. Con le loro nevrosi, insicurezze e “idiosincrasie” i protagonisti del film commuovono e divertono al tempo stesso.

Fra i personaggi più divertenti, Mary (Diane Keaton), è una giovane giornalista un po’ nevrotica, fintamente saccente (in realtà molto insicura) incastrata in una relazione con un uomo sposato: “Cosa credi che faccia, che m’impicchi? Io sono una bella donna, sono giovane, sono molto intelligente, non riesco a pensare a che cosa mi manchi. Il fatto è che… non lo so, io sono a pezzi, mi sento di merda” confessa seduta al tavolo di un bar dopo essere stata lasciata dall’amante.

In Manhattan troviamo anche una giovanissima Meryl Streep nei panni del’ex  moglie (diventata lesbica) di Ike.

Terza ragione: per la musica e le ambientazioni. La passione di Woody Allen per l’Opera e per la musica classica non è mai stata un mistero, e Manhattan non fa eccezione. Solo che in questo caso il regista ha addirittura fatto comporre da Gershwin, uno dei più celebri compositori del Novecento, l’intera colonna sonora del film.

Quarta ragione: per i dialoghi, caratterizzati da quel tono pungente e quell’ironia scanzonata che contraddistinguono le produzioni più riuscite di Woody Allen. Un susseguirsi incalzante di battute sarcastiche come: “Io non mi arrabbio, va bene? Io tendo ad interiorizzare. Non so esprimere l’ira è uno dei problemi che ho. Io mi allevo un tumore invece.”

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In Manhattan, la visione della vita del regista emerge più chiaramente che mai ed ed è riassumibile in un solo aggettivo: tragicomica. Non a caso, il critico del Chicago Tribune Gene Siskel ha definito Manhattan come “la miglior commedia romantica dell’anno, ma anche il miglior film drammatico dell’anno”.

Quinta ragione: per le ambientazioni e la fotografia. Volutamente in bianco e nero, Manhattan trasmette il gusto retrò del regista. La scena in cui Ike e Mary sono seduti di notte sulla panchina di fronte al Ponte di Queensboro che collega Manhattan e il Queens è diventata un vero e proprio cult cinematografico.

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Insomma, grazie al suo umorismo caustico e alla sua visione disincantata della vita, Woody Allen è riuscito a produrre, con Manhattan, una commedia al tempo romanticissima e non stucchevole.

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